La bataille des sièges (La battaglia delle sedi, ndr), l’ultima opera di Donato Rotunno, regista e produttore lussemburghese di origine italiana, nata in coproduzione tra Tarantula e Cerigo Films, racconta la storia dimenticata della battaglia delle sedi europee tra Lussemburgo, Bruxelles e Strasburgo. Una vicenda nata quasi per caso negli Anni’50, diventata il cuore di un documentario già premiato con il CinEuro. Il film sarà presentato alla Philharmonie de Luxembourg domani 9 maggio in occasione della Giornata dell’Europa. Dal 10 maggio sarà proeittato a Wiltz e dal 13 maggio nelle sale del Granducato. Abbiamo intervistato Rotunno in anteprima e ci ha raccontato la genesi del film , il ruolo del Lussemburgo nella costruzione europea, fino alla collaborazione con il musicista Pascal Schumacher

Il tuo film racconta una “battaglia” poco visibile ma decisiva per la costruzione europea. Cosa ti ha spinto a raccontare proprio questa storia? È nata da una curiosità personale, da un’urgenza politica o dal desiderio di colmare un vuoto nel racconto sull’Europa? 

Tramite un amico co-produttore francese, Christian Monzinger e un autore che si chiama Alexis Metzinger che ha co-scritto con me questo progetto. Sono venuti a trovarmi perché mi conoscono bene, abbiamo già lavorato insieme e collaborato su altri progetti documentari per la televisione francese. Mi hanno chiesto se conoscessi la vicenda di questa “battaglia” tra Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo che è iniziata 70 anni fa con un’omissione che era quella di decidere quale fosse l’indirizzo dell’Europa. Io non sapevo nulla di questa storia, dunque, mi sono interessato a questo evento, un po’ come un thriller, come quasi un film noir negli Anni ‘50, dove alle tre del mattino, fumando dei sigari, uno dei “vecchi personaggi” dice: “Ma dove la mettiamo questa Europa”? E nessuno sa decidere sinché arriva questo Joseph Bech (primo ministro lussemburghese considerato uno dei pionieri dell’Unione europea, ndr), che propone: “Iniziamo a Lussemburgo e poi si vede” E inizia così. Questa era un po’ l’immagine che avevo in testa, dunque mi son detto, ecco, un film bianco e nero, Anni ‘50, sulla nascita dell’Europa, una visione così senza sapere dove si va, con un sottofondo di jazz, musica underground e così è nato il documentario.

Nel documentario emergono figure politiche molto forti: quanto hanno pesato le personalità rispetto agli interessi degli Stati nella scelta delle sedi tra Lussemburgo, Bruxelles e Strasburgo? 

All’inizio non si sa bene cosa sarebbe diventata l’Unione europea. In quel periodo stavano iniziando a mettere le basi e non sapevano cosa sarebbe diventata. Poi si sono resi conto che quella che sarebbe diventata la sede prima dei 6 Paesi fondatori, poi dei 9 poi dei 12 e così via ma era importante politicamente. Tu esistevi perché eri la sede di qualcosa di sopranazionale. Dunque, le persone si sono rese conto dell’importanza di quello che stava nascendo prima degli “Stati”. Quindi, avere anche delle donne come Colette Flesch (prima sindata conna di Luxembourg-Ville, ndr) e Catherine Trautmann (sindaca di Strasburgo, ndr) a Strasburgo, due donne che si sono parlate per tanto tempo e che hanno fatto sì che ci fosse una sorta di coalizione tra Lussemburgo e Strasburgo, contro Bruxelles, queste piccole storie nella grande storia mi sembrano interessanti. Da un lato ci sono le personalità, dall’altro le nazioni. E il peso dello Stato, come quello della Francia rappresentata da Mitterand o di Kohl per la Germania. Negli Anni ’70 i lussemburghesi non volevano nemmeno tutte le istituzioni europee: avevano paura di un assedio dei protestanti, di un’immigrazione troppo importante.

Quella che negli Anni ’50 doveva essere una soluzione temporanea è diventata una realtà strutturale: il Lussemburgo è oggi una delle capitali dell’Europa. A oltre 70 anni di distanza, questa evoluzione è stata adeguatamente riconosciuta a livello politico e istituzionale?

Già all’epoca la Chiesa lussemburghese e anche la Granduchessa Charlotte non erano molto contenti; si opponevano apertamente allo sviluppo di Lussemburgo come Capitale europea, perché la cosa faceva loro paura. E abbiamo, forse, perso l’occasione di diventare l’unica capitale dell’Europa. Se non ci fossero state le istituzioni europee cosa sarebbe stato Lussemburgo? Se fossimo rimasti il Lussemburgo degli Anni ‘70 – in parte contadino e in parte con la sua piazza finanziaria – saremmo diventati il Liechtenstein. Il Liechtenstein non fa schifo, sia chiaro, ma è pur sempre una piazza finanziaria con un castello. Come il Montenegro, come Andorra. Noi siamo un po’ di più.

Tra i testimoni che hai intervistato c’è anche Colette Flesch , per tanti anni, eurodeputata lussemburghese, scomparsa da poco.

Ho voluto offrire a lei l’opportunità di parlare in questo film, anche solo come piccolo omaggio. Non è un film intorno a lei, ma fa parte di questa avventura.

Il tuo film arriva in un momento in cui il progetto europeo è spesso messo in discussione. Pensi che conoscere queste “battaglie” del passato possa aiutare a capire meglio le sfide di oggi?

Quello che per me è importante è capire che l’Europa è costruita da donne e uomini, da esseri umani. E, dunque, gli errori si possono fare – anzi, si devono fare – , altrimenti diventiamo macchine, computer, intelligenze artificiali. Noi non siamo intelligenze artificiali: siamo esseri umani che sbagliano. Per settant’anni si è andati avanti sbagliando, però si è andati avanti. E pur si muove, e pur resiste. Io vorrei un’Europa diversa, con valori diversi, però vorrei un’Europa – non sono contro l’Europa, posso essere molto critico verso quella che esiste, ma non voglio distruggerla. Questa è la differenza tra chi dice «basta con l’Europa, dobbiamo abbatterla» e poi fare cosa? La Brexit? Andate a chiedere agli inglesi se sono contenti.

Questa collaborazione con Pascal Schumacher è stata desiderata, voluta, o semplicemente capitata?

L’idea iniziale è stata proprio quella: abbiamo creato la musica prima di girare un solo fotogramma. Quando il progetto ha preso forma nella mia testa, mi sono detto che avevo bisogno dell’anima musicale del film prima di tutto il resto. Sono andato a trovare Pascal, che conoscevo già – avevo seguito parecchi concerti della sua carriera – e gli ho parlato del progetto. Lui mi ha risposto: «Quindi vorresti dire che ci chiudiamo in uno studio per tre giorni e creiamo un universo musicale intorno a un progetto che non esiste ancora?». Ho risposto: «Sì, esattamente». Ed è quello che abbiamo fatto. Ci siamo chiusi lì, lui ha scelto i musicisti (la Singülar Orchestra con Sylvain Rifflet, Sebastian Studnitzky, Kristof Roseeuw, Edward Perraud, ndr), io ho raccontato la storia – le piccole storie dentro la grande storia europea – e quell’atmosfera un po’ strana, un po’ alla Miles Davis: in bianco e nero, molto musicale, molto narrativa, jazz. E ci siamo buttati. Da quella musica, ascoltando per ore e ore le registrazioni e le improvvisazioni, è nato pian piano il progetto del film.

(Red/pc)

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