Senza essere dottorandi di storia russa e caucasica si può tranquillamente affermare che da quattro anni i cittadini dei Paesi appartenenti alla NATO e all’Unione europea hanno avuto diritto ad una disinformazione ragionata – manipolazione dell’informazione – che si ispirava ai principi della propaganda di guerra che sono i meccanismi psicologici e di comunicazione usati dai governi per orientare l’opinione pubblica a favore di un conflitto contro la Russia, deciso a Washington e avallato a Bruxelles sin dai tempi di Joe Biden. Conflitto che passava in campo occidentale per la convinta opzione ideologica della sacrosanta opposizione democratica all’autoritarismo della operazione militare speciale russa in Ucraina. Democrazia contro totalitarismo, combattimento della luce contro le tenebre
Grosso modo, riferendoci al celebre decalogo codificato dalla storica italo-belga Anne Morelli nel suo saggio Principi elementari della propaganda di guerra (Futura editrice, 2024) indichiamo quali sono stati i principali componenti dell’ informazione mainstream, in Italia, convogliata dalle principali emissioni televisive e dai giornali di maggior tiratura, Corriere della Sera, Repubblica, Foglio, Giornale, per non citarne che alcuni, con le due sole voci contrarie rappresentate da Foglio Quotidiano e Il Manifesto a salvaguardare i resti del pluralismo dell’informazione.

I 10 principi fondamentali della propaganda di guerra
- «Noi non vogliamo la guerra»
Ogni capo di Stato dichiara pubblicamente di essere costretto alle armi suo malgrado, presentandosi come un difensore della pace che ha esaurito ogni via diplomatica. - «L’avversario è l’unico responsabile della guerra»
La colpa del conflitto viene interamente attribuita al nemico, ignorando qualsiasi complessità storica o corresponsabilità. - «Il capo della parte avversa ha il volto del diavolo»
La figura del leader nemico viene demonizzata e ritratta come folle, sadica o malvagia per personalizzare l’odio collettivo. - «Noi difendiamo una nobile causa, non i nostri interessi»
La guerra viene presentata non per motivi economici o geopolitici (realpolitik), ma in nome di valori superiori come la democrazia, la libertà o i diritti umani. - «Il nemico provoca atrocità di proposito; noi subiamo perdite solo per errore»
Si enfatizzano o si inventano le violenze e le armi illegali usate dall’avversario, mentre i propri errori o crimini di guerra vengono minimizzati o giustificati come danni collaterali necessari. - «L’avversario usa armi non autorizzate; noi rispettiamo le regole»
Si applica un doppio standard morale: le stesse tattiche o armi, se usate dal nemico, sono vili e subdole; se usate dal proprio schieramento, diventano geniali o inevitabili. - «Subiamo poche perdite; quelle del nemico sono immense»
I dati sulle perdite umane e materiali vengono manipolati: si nascondono o riducono i propri caduti per non indebolire il morale, gonfiando quelli della controparte. - «Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa»
La cultura, il mondo accademico e l’arte vengono mobilitati per dare un alone di legittimità morale e patriottica alla narrazione ufficiale. - «La nostra causa ha un carattere sacro»
Il conflitto assume i tratti di una crociata in cui non è ammesso il dubbio, trasformando la critica politica in un’eresia o in un tradimento. - «Chiunque metta in dubbio la propaganda è un traditore»
Il dissenso interno viene marginalizzato, sospettato o bollato come collusione con il nemico. In Italia p.e. la lista dei “putiniani” pubblicata dal Corriere della Sera con in primo piano lo studioso Alessandro Orsini dell’Università di Roma.
Il capo del governo russo Vladimir Putin ne è risultato “diabolizzato”, il suo regime equiparato, addirittura sorprendentemente a livello della presidenza italiana della Repubblica, al nazismo.
Né i suoi rappresentanti governativi né la popolazione russa nel suo insieme hanno avuto diritto ad un trattamento equanime, addirittura si è provveduto ad un regime cancel, allontanando atleti, direttori di orchestra, sino a chiudere vergognosamente corsi universitari di lingua russa.
Ci si domanda dopo aver tolto al popolo russo ogni dignità, averlo “diabolizzato” equiparando l’operazione militare speciale ad una invasione non giustificata di barbari contro una perfetta democrazia , con quale spazio negoziale, i paesi UE e NATO potranno presentarsi al confronto con la Federazione dopo la fine ineluttabile delle ostilità e la concreta, inevitabile nei fatti ed improbabile solo nelle rappresentazioni mediatiche occidentali, vittoria della Russia. Negoziati che, da quando mondo è mondo, non possono essere concretamente fondati che facendo aggio anche sulla presa in conto delle ragioni dell’avversario, oggi totalmente omesse, dall’avanzamento della NATO sino ai confini russi – provocando reazioni identiche di quelle americane del 1962 per i missili a Cuba – al bombardamento delle popolazioni russofone del Donbass da parte di Kiev fra il 2014 e il 2022.
Ora citando, uno fra tanti , il padre del neo-liberismo, il giornalista e saggista americano Walter Lippmann, la propaganda dopo aver ritratto gli avversari come diavoli (fig.3 della propaganda), averli “diabolizzati”, non risulta utile per cercare poi una via negoziale. Già Solgenitsin (scrittore e dissidente russo) si preoccupava che la percezione occidentale continuasse a non distinguere fra russi e sovietici dopo la fine del comunismo e lo stesso Georges Kennan, il teorico americano del containement della Russia all’epoca delle Guerra Fredda , si chiedeva perché si continuasse in America a vedere nei russi dei sovietici quando gli stessi russi si erano liberati da soli del comunismo. Considerando egli che la propaganda non fosse in sua natura benefica, prolungando delle rappresentazioni pregiudiziali che avrebbero in seguito costituito ostacolo al passaggio alla fase negoziale post-bellica.
Ora, vedendo oggi il governo Meloni proteso verso il prolungamento del conflitto in Ucraina con l’utilizzo per 15 miliardi del programma europeo SAFE per l’acquisto di armi per l’Ucraina, mentre il 66,7% degli italiani risultano demoscopicamente contrari alla guerra alla Russia e convinti che la situazione di guerra in cui ci troviamo sia essenzialmente colpa del progressivo avanzamento della NATO verso i confini russi, ci domandiamo quale potrà essere l’effetto sul quadro politico italiano di una chiara vittoria della Russia sul campo contro la NATO. Dopo che il governo italiano avrà con i suoi Meloni, Tajani, Crosetto sino all’ultimo scommesso le risorse degli italiani nella continuazione di una guerra ormai tecnicamente perduta. Un modo di rilanciare a poker con una coppia di fiori decisi a continuare la partita sino al banco dei pegni.
Non è quindi difficile immaginare che il crollo dell’Ucraina trascinerebbe nella caduta anche il governo Meloni e che questo, quasi imitando Netanyahu (absit iniuria verbis) ha oggi, quindi, ogni interesse a continuare a convincere gli italiani della ineluttabilità della guerra per togliere dalle loro tasche gli ultimi soldi rimasti. Resta una domanda: il calcolo è basato sul presupposto che la massa degli italiani si lasceranno fare fino in fondo. Ora solo la cronaca italiana potrà presto rispondere a questa fondamentale domanda.
Carlo degli Abbati*
*Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz