Nato in Lussemburgo, famiglia umbra, una vita intensa fra lavoro, ottimi traguardi nel karate e volontariato con i detenuti. E raccontata in un bellissimo libro che è “lettera aperta” ai suoi tre figli. Celestino Fecchi ci ha rilasciato un’intervista dove parla della sua esperienza di figlio di immigrati italiani, cresciuto nel Lussemburgo, “con un piede qui e il cuore nel Belpaese”

Come nasce De cœur et de volonté (Edition Baudelaire, 2025) e perché?
Questo libro è nato in un momento in cui la vita mi ha costretto a fermarmi. Dopo la rottura del tendine d’Achille, avvenuta durante un campionato nazionale di karate, sono rimasto immobilizzato per quasi quattro mesi: per la prima volta non potevo più correre, lavorare, allenarmi e occuparmi degli altri come avevo sempre fatto. Riordinando la soffitta ho trovato un libro offerto dai miei figli con alcune domande sulla propria vita: ho iniziato a rispondere senza pensare di scrivere un vero libro, ma una domanda ne suscitava un’altra e, poco alla volta, sono riemersi volti, parole, profumi e momenti che credevo dimenticati. Scrivendo mi sembrava di ritrovare mio padre, risentire la voce di mia madre, tornare nella casa della mia infanzia: ho capito che quei ricordi erano la storia dei miei genitori e di tante famiglie emigrate in Lussemburgo. Ho scritto per dire grazie a loro, ma soprattutto per lasciare qualcosa ai miei figli. Un giorno potranno aprire questo libro e ritrovare una parte di me, impedendo che l’amore e i sacrifici della nostra famiglia scompaiano nel silenzio.
Sei un italiano nato in Lussemburgo, figlio di italiani: questo percorso cosa ti ha aggiunto e cosa ti ha tolto?
Sono cresciuto con un piede in Lussemburgo e il cuore spesso rivolto verso l’Italia. Fuori casa parlavo lussemburghese e vivevo come gli altri bambini, ma appena attraversavo la porta di casa, entravo in un piccolo pezzo d’Italia, dove si parlava italiano, si mangiava italiano e si vivevano i valori portati dai miei genitori. Questa doppia appartenenza mi ha dato moltissimo: mi ha insegnato ad aprirmi agli altri, a rispettare le differenze e a sentirmi vicino a persone di culture diverse. Anche quando, da ragazzo, sentivo qualche parola a sfondo razzista, non ho mai avuto davvero la sensazione di non appartenere al Lussemburgo. Ma questo percorso mi ha tolto anche qualcosa: l’Italia della mia infanzia era il luogo delle vacanze, dei nonni e dei saluti dolorosi al momento di ripartire; e ogni volta un pezzo del nostro cuore restava là. Per molto tempo mi sono chiesto dove fosse veramente casa mia. Oggi so che il Lussemburgo è il Paese in cui sono nato e ho costruito la mia vita; l’Italia è la terra delle mie radici. Non voglio più scegliere tra le due, perché entrambe fanno parte di me.
Cosa senti di aver trasmesso di italiano ai tuoi tre figli?
Spero di aver trasmesso ai miei figli qualcosa che non si può misurare: il senso della famiglia. Quell’idea profondamente italiana secondo cui, quando una persona che amiamo ha bisogno di noi, non ci si chiede se si ha tempo: si deve esserci. Ho cercato di insegnare loro l’ospitalità, il rispetto per gli anziani, il piacere di stare insieme intorno a una tavola e l’importanza di non dimenticare le proprie origini. A casa dei miei genitori c’era sempre posto per qualcuno: mia madre trovava sempre qualcosa da mettere in tavola, mentre mio padre non avrebbe mai lasciato andare via un ospite senza avergli offerto da bere. Vorrei che i miei figli conservassero questo calore umano e che sapessero che dietro la vita che hanno oggi ci sono il coraggio e i sacrifici dei loro nonni, partiti dall’Italia con poco, ma capaci di costruire tutto attraverso il lavoro e la dignità. Forse non ho trasmesso loro tutta l’Italia, ma spero di aver lasciato nel loro cuore ciò che l’Italia ha dato a me.
Hai mai pensato a come sarebbe stata la tua vita se fossi stato il classico figlio di italiani rimasti sempre in Italia?
Sì, me lo sono chiesto molte volte. Forse sarei cresciuto a Gubbio, circondato dai nonni, dagli zii e dai cugini, vivendo quotidianamente quei luoghi che per me erano legati soprattutto alle vacanze e ai ricordi. Probabilmente avrei avuto un’esistenza più vicina alle mie radici, ma avrei perso tutto ciò che il Lussemburgo mi ha dato: le lingue, gli incontri, le opportunità e la possibilità di crescere tra culture diverse. Penso soprattutto a mio padre, che negli Anni Cinquanta lasciò l’Italia per venire in Lussemburgo, senza sapere quale vita avrebbero avuto i suoi figli: voleva solo lavorare e offrire loro un futuro migliore. Quasi 70 dopo sono tornato a Gubbio con il mio libro e ne ho consegnato una copia al sindaco. Mio padre era partito da quella terra con una valigia piena di speranze; io vi ritornavo con un libro che raccontava la storia della nostra famiglia: per me è stato come chiudere un cerchio.
Il karate occupa un posto importante nella tua vita. Cosa ti ha dato e cosa consiglieresti ai giovani che vogliono avvicinarsi a questa disciplina?
Il karate mi ha dato moltissimo. Prima di tutto tanti amici e mi ha dato fiducia in me stesso. Mi ha aiutato a conoscere le mie capacità, a superare le paure e ad affrontare le difficoltà senza arrendermi. Mi ha insegnato la disciplina, il rispetto, l’autocontrollo e la capacità di rialzarmi dopo ogni caduta, non soltanto sul tatami (tradizionale pavimentazione interna giapponese, ndr), ma anche nella vita. Credo inoltre che oggi sia importante sapersi difendere. Non per cercare lo scontro o dimostrare di essere più forti, ma per sentirsi più sicuri e sapere come reagire in una situazione di pericolo. Per me è importante anche essere in grado, se necessario, di proteggere le persone che amo. Naturalmente, la prima forma di difesa rimane sempre quella di evitare il conflitto, mantenere la calma e cercare di disinnescare la situazione di aggressione. Ai giovani consiglio quindi di avvicinarsi al karate con umiltà e pazienza. Non tutti diventeranno campioni, ma tutti possono acquistare maggiore sicurezza, imparare a rispettare gli altri e diventare più forti interiormente. È proprio questo il dono più grande che il karate mi ha fatto.
Sei volontario per un’associazione che aiuta i detenuti. Ce ne parli?
Quando si parla di un detenuto spesso si vede soltanto l’errore che ha commesso. Ma dietro quell’errore esiste ancora una persona, con una storia, una famiglia, delle ferite e, qualche volta, il desiderio sincero di ricominciare. Aiutare un detenuto non significa cancellare o giustificare ciò che ha fatto: significa credere che un essere umano non debba essere condannato per sempre a restare la persona che è stata nel momento peggiore della propria vita. Attraverso il mio impegno cerco soprattutto di ascoltare e di offrire un po’ di fiducia. Con la mia esperienza nella prevenzione della violenza e nella gestione dei conflitti, provo a trasmettere il rispetto, l’autocontrollo e la responsabilità delle proprie azioni. A volte basta che una persona senta che qualcuno crede ancora in lei per accendere una piccola luce. Non sempre possiamo cambiare la vita degli altri, ma possiamo evitare che si sentano completamente abbandonati: per me, aiutare significa tendere una mano senza giudicare, ma senza nemmeno nascondere la verità.
Sei umbro di origine. Che rapporto hai con la grande comunità umbra del Lussemburgo?
Le mie radici umbre sono una parte profonda della mia identità. Gubbio non è soltanto una città nella quale torno: è il luogo da cui è partita la storia della mia famiglia. Ricordo ancora mio padre che, appena superato il confine, abbassava il finestrino e diceva con orgoglio: «Ah, l’aria italiana!». Mia madre gli rispondeva sorridendo che eravamo ancora in Svizzera, e tutti noi ridevamo. Con la comunità umbra del Lussemburgo sento un legame naturale, perché molte famiglie hanno vissuto una storia simile alla nostra: la partenza, il lavoro duro, la nostalgia e il desiderio di offrire ai propri figli una vita migliore. Quando queste persone leggono il mio libro, spesso mi dicono: «In queste pagine ho ritrovato anche la mia famiglia». Quando ho consegnato il libro al sindaco di Gubbio ho avuto la sensazione che mio padre fosse accanto a me: quel libro era mio, ma apparteneva anche a lui, a mia madre e a tutti coloro che lasciarono l’Umbria portando la propria terra nel cuore.
Intervista a cura di Maria Grazia Galati
L’autore
Celestino Fecchi, nato in Lussemburgo nel 1965 da genitori italiani originari di Gubbio, ha lavorato per più di 20 anni in diverse banche italiane. In seguito ha deciso di cambiare completamente percorso professionale, lavorando al servizio della Città di Lussemburgo come educatore sportivo. È cintura nera 3 Dan, è formatore certificato nella prevenzione della violenza e nella de-escalation (il cui scopo è quello di diminuire l’intensità della situazione di conflitto, ndr). Il libro è anche in versione francese. All’inizio di ottobre uscirà il suo secondo libro in francese, Regards d’un citoyen engagé, nel quale condivide le le sue riflessioni sulla società e sui temi che riguardano la vita quotidiana dei cittadini.
Info : www.celestinofecchi.com