Al di là della contrapposizione fra Armenia e Azerbaigian creata ad hoc da uno Stalin timoroso di un risveglio pan-islamista o pan-turchista nella macro-regione del Caucaso e dell’Asia centrale negli anni ’30, inserendo nei rispettivi territori degli enclave abitate dalle popolazioni contrapposte ( Nagorno Karabak e Nakhitcevan), che ha avuto un ritorno di fiamma recente fra il 2020 e il 2022, concluso con un chiara vittoria militare azera, negli ultimi tempi l’Azerbaigian si può definire il pivot di un nuovo mondo come sede di uno dei nodi strategici più ambiti dello spazio eurasiatico
Il prof. Aldo Ferrari, ordinario di Storia del Caucaso all’Università Ca’ Foscari dove coordina l’Osservatorio di Politica e Relazioni Internazionali ha di recente scritto una Storia del Caucaso. Una frontiera eurasiatica dall’antichità ad oggi (Carocci, 2026) in cui tratteggia la lunga storia di quelle che sono attualmente, dopo il disfacimento dell’URSS, le repubbliche indipendenti di Armenia, Georgia, Azerbaigian.

In effetti, dal 1991, dopo la conquista dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, la regione caucasica conosce una successione di tensioni e conflitti fra l’Azerbaigian e l’Armenia. Dal 1998, in particolare, una guerra non dichiarata ha opposto i due paesi per il controllo di un territorio, il Nagorno Karabakh o Artsakh, un territorio sotto sovranità azera, ma abitato in gran parte da Armeni. In base ad un accordo del 1997, conseguente ad un primo conflitto scoppiato nel gennaio 1992 la provincia aveva ottenuto con gli accordi di Bichkek del 1994 una larga autonomia ed era collegata all’ Armenia dal corridoio di Latchine, una striscia larga 5 km. che dopo un nuovo scontro nel 2020 l’Azerbaigian ha bloccato dal 12 dicembre 2022, dopo aver ripreso buona parte delle aree contese del Karabakh, che erano passate dal 1998 sotto controllo armeno. In realtà la tensione fra i due paesi è la conseguenza della logica staliniana che introduce negli Anni ’30 del secolo scorso, in funzione anti-panislamista e anti-panturchista, la frammentazione dei paesi del Caucaso e dell’Asia centrale con il concetto della” fabbricazione delle nazioni” secondo il principio di nazionalità (nationalnost). In particolare nel Caucaso verrà creato l’enclave del Nagorno Karabakh abitato da Armeni, ma circondato dal territorio azero, e – specularmente – il territorio autonomo del Nakhitcevan, situata fra Armenia e Iran, abitato da azeri. Popolato da antiche popolazioni persiane parlanti una lingua iraniana, il tât, l’Azerbaigian era stato “turchicizzato” a partire dal XII-XIII secolo da turchi di ceppo oğhuz discesi nell’VIII secolo dal lago di Aral in Asia centrale e successivamente nomadizzanti nella Transoxiana. Convertitisi allo sciismo (alevi) e arrivati come Turkmeni nella regione, sotto Stalin diverranno gli “azeri” che già i russi indicavano come “Tartari” ma anche come “Turchi” o “Musulmani”. Un’altra branca degli Oğhuz si sposterà oltre il Caucaso e saltando gli altipiani iraniani si fisserà in Anatolia dando luogo alla dinastia osmanlide e all’Impero ottomano. Quanto agli armeni di professione cristiana ortodossa presenti anche in gran numero in Turchia e organizzati nella forma del millet armeno, dopo gli eccedi subiti dai Giovani turchi durante le complesse vicende della prima guerra mondiale, otterranno nel 1936 la creazione sotto Stalin di una Repubblica sovietica di Transcaucasia come repubblica di Armenia, accanto alla Georgia e appunto all’Azerbaigian.

Ma le potenzialità dei due paesi sono profondamente diverse. L’Azerbaigian possiede una florida agricoltura (bacino di Minguetchaour) e dei ricchi giacimenti di gas e di petrolio di cui proprio la famiglia Nobel aveva cominciato lo sfruttamento nella seconda metà dell’800. Del resto la capitale Baku, fuoco in turco, trova la sua origine in giacimenti superficiali di gas che si incendiavano naturalmente in superficie. L’Armenia non possiede le stesse ricchezze minerali, anche se sono presenti giacimenti di molibdeno, oro e rame. Inoltre l’Azerbaigian aveva potuto subito contare sull’interesse della Turchia che dopo la frantumazione dell’URSS immaginava di riprendere un gioco di influenza sui paesi turcofoni del Caucaso e dell’Asia centrale. Si deve del resto alla disponibilità degli efficaci droni turchi Bayraktar TB2 il relativamente facile successo dell’esercito turco su quello armeno nel conflitto del 2020. In effetti, la politica azera di ravvicinamento alla Turchia cominciata nel 1991 con il presidente Elçibey sembra avere conosciuto, con l’attuale presidente Ilkham Gueidar Aliev, un forte ritorno. L’ Azerbaigian attira per l’interesse che le riserve di gas e di petrolio non solo on -shore ma anche off-shore azere nel Caspio di Shah Deniz, Azeri, Gunesli e Shiraz presentano per dei paesi occidentali desiderosi di trovare un sostitutivo al gas e petrolio russo. Questo rafforzamento della posizione internazionale azera, oltre all’indebolimento del supporto russo all’Armenia, spiega anche le recenti incursioni in territorio armeno (2020-22) e il perdurante blocco del corridoio di Litchane che, riducendo l’approvvigionamento del Nagorno-Karabakh, comincia a richiamare l’attenzione internazionale. Da Baku parte il gasdotto chiamato Southern Gas Corridor, inaugurato nel 2020, che traversa la Georgia, risale l’Anatolia turca, discende verso la Grecia, si prolunga in Bulgaria e giunge sino in Italia, in Puglia, non senza aver sollevato una forte opposizione per il taglio di alcuni olivi secolari, poi ripiantati. Lungo il suo percorso tre gasdotti si dipanano a catena. Il BTC (Baku-Tiblisi-Ceyhan) inaugurato nel 2005, che traversa diagonalmente l’Anatolia sino a sbucare sul Mediterraneo nei pressi della costa siriana, il TANAP (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline) che traversa longitudinalmente l’Anatolia intersecandosi con il Blue Stream proveniente dal territorio russo attraverso il Mar Nero, infine il TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che raggiunge l’Italia dalla Albania, come propaggine estrema del TANAP.
Il secondo volet dell’importanza dell’Azerbaigian è stradale e ferroviario. Del resto, dopo l’ultima vittoria sull’Armenia, l’obiettivo principale di Baku consiste nella apertura di un nuovo corridoio ferroviario e stradale fra il suo territorio e l’enclave azero di Nakhitcevan, che permetterebbe all’alleato turco anche uno sbocco diretto sul Mar Caspio. Si tratta del corridoio detto di Meghri o Zanguezour, osteggiato dall’Armenia, che dovrebbe accettare l’attraversamento di 43 km. del suo territorio, territorio armeno che ha anche 35 km. in comune con la frontiera iraniana. Ad oggi l’autostrada Horadiz-Agbend è completata all’80%, il tratto ferroviario al 45%. Ora l’Armenia resiste all’idea di un progetto di cui non controllerebbe la sovranità, rischiando di risultare accerchiata e di perdere ogni profondità strategica verso sud. Sinora a poco sono serviti i buoni uffici di europei ed americani. Ma il progetto è anche osteggiato dall’Iran che vedrebbe ostacolato la sua unica via d’accesso verso il nord, nella direzione dell’Armenia e della Russia. Anche nel caso di Azerbaigian/Armenia l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto di recente delle importanti conseguenze geo-politiche. Per l’Armenia riducendo il peso del supporto russo del paese e permettendo agli Stati Uniti di riprendere le ambizioni di giocare un ruolo di mediatore nell’area, anche in virtù della presenza sul suolo americano di una forte comunità armena. Per l’Azerbaigian, migliorando nettamente la posizione diplomatica del regime autoritario del presidente Aliev. Forniture di gas raddoppiate per l’Unione europea, inserimento del futuro corridoio ferroviario che si iscrive nel corridoio centrale trans-caspiano su quel versante della Belt and Road Initiative che collega la Cina all’Asia centrale, attraverso il Caspio, risalendolo poi sino ad Istanbul. La nuova potenza azera che segna la sua importanza non piu’ avvalendosi dei droni turchi, ma con lunghe tubazioni e strade ferrate. Strumenti durevoli di potenza in un mondo sempre più segnato dallo strapotere della connettività e dell’energia.
Carlo degli Abbati*
*Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz