Quando si parla di tutela dei minori, la cronaca mediatica tende troppo spesso a cedere alla tentazione dell’allarmismo. Tra i riflettori puntati unicamente sui casi di emergenza, sugli errori o sulle decisioni drammatiche, l’opinione pubblica rischia di smarrire la dimensione più reale e quotidiana dei servizi sociali: un lavoro capillare, silenzioso e fatto di continuità, relazioni e scelte complesse. Per andare oltre questa rappresentazione deformata e restituire tridimensionalità a un settore fondamentale del nostro welfare, abbiamo intervistato Chiara Agostini, educatrice e autrice del volume “Abitare la tutela. Architettura e responsabilità nel welfare minorile” (Armando Editore, 2026)

Spesso la tutela dei minori entra nella cronaca giornalistica solo attraverso casi di emergenza o scandali sistemici. Dal suo punto di vista, in che modo la narrazione mediatica distorce la realtà quotidiana dei servizi sociali e quali sono i rischi di una percezione pubblica basata solo sull’allarmismo?

Credo che il problema non sia il fatto che i casi critici vengono raccontati. È giusto che accada. Il problema nasce quando quei casi diventano l’unica narrazione possibile.

Il primo rischio è quello di confondere la tutela minorile con l’emergenza. In realtà, la tutela è molto di più. È un sistema complesso fatto di relazioni, di decisioni difficili, di professionisti che ogni giorno cercano di tenere insieme il diritto, la cura e la responsabilità. Quando se ne parla soltanto in occasione di un caso drammatico, si finisce per raccontare l’eccezione come se fosse la regola.

La tutela minori è fatta di migliaia di interventi quotidiani che non finiscono sulle pagine dei quotidiani: colloqui, incontri domiciliari, progettazioni educative, lavoro di rete, osservazioni, mediazioni, momenti di crisi e piccoli cambiamenti che richiedono mesi o anni per diventare visibili. È un lavoro silenzioso, costruito nella continuità, che difficilmente di presa alla logica della notizia. Quando raccontiamo solo il fallimento, un altro rischio che rischiamo di correre è quello di produrre una rappresentazione deformata dei Servizi Sociali. Si alimenta l’idea che la tutela coincida esclusivamente con l’allontanamento di un bambino o con un errore istituzionale, mentre nella realtà il suo obiettivo principale è molto più ampio: sostenere le relazioni, prevenire l’aggravarsi delle fragilità e accompagnare famiglie e minori nella ricostruzione di condizioni di sicurezza e crescita.

La tutela minori è fatta di migliaia di interventi quotidiani che non finiscono sulle pagine dei quotidiani

E anche da questa consapevolezza che è nato Abitare la tutela. Nel libro ho scelto di raccontare storie di vita proprio per questo motivo. Non per dimostrare che tutto funziona, no per fornire un’immagine idealizzata dei servizi, ma per restituire complessità, per rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile: il metodo, il ragionamento professionale, i dubbi, il lavoro interdisciplinare e la complessità delle decisioni. La tutela minorile è un luogo in cui convivono fragilità, conflitti, errori, possibilità di cambiamento e responsabilità condivise. Se raccontiamo solo i fallimenti rischiamo di perdere la comprensione del lavoro che ogni giorno migliaia di professionisti svolgono per evitare che quei fallimenti si riproducano.

Penso che oggi abbiamo bisogno di una narrazione della tutela più completa, non una narrazione difensiva dei servizi, capace di tenere responsabilità istituzionale e umanità, giustizia e cura, rigore e possibilità di cambiamento, una narrazione capace di rendere visibile il lavoro quotidiano mentre accade. Dovremmo imparare a raccontare meglio i processi e non soltanto gli esiti di una decisone, perché il rischio più grande dell’allarmismo non è solo quello di generare sfiducia nei confronti dei servizi, ma di impedire alla società di comprendere il valore del percorso che ha reso possibile quella decisione.

Nel welfare moderno assistiamo a una costante frizione tra il mandato di controllo dell’apparato giuridico e l’istanza accogliente dell’intervento educativo. Come si ridefinisce l’alleanza con famiglie e minori quando l’aiuto viene percepito principalmente come un’imposizione del Tribunale?

La tutela minori vive costantemente dentro questa tensione. Da una parte esiste la responsabilità istituzionale di proteggere un diritto, dall’altra esiste la necessità di accompagnare persone che spesso arrivano ai servizi attraversate da paure, rabbia e sfiducia.

La tutela minori vive costantemente dentro questa tensione

Credo che il primo compito dell’educatore professionale sia quello di abitare questo spazio di tensione e di vissuto delle persone che arrivano al servizio di tutela minori. non per attenuare il significato del provvedimento, ma per renderlo comprensibile. Nel libro definisco spesso l’educatore professionale come una figura che connette modi diversi. Oggi aggiungerei che è anche una figura che traduce linguaggi diversi: trasforma il linguaggio della norma nel linguaggio della quotidianità, affinché le persone possano ritrovare uno spazio di partecipazione anche dentro una situazione che non hanno scelto.

Ho imparato che l’alleanza educativa non nesce quando una famiglia condivide il decreto, nasce quando inizia a comprenderne il senso. È una differenza sostanziale, perché sposta il lavoro dalla ricerca del consenso alla costruzione della fiducia.

In fondo, la giustizia protegge un diritto, l’educazione costruisce le condizioni perché quel diritto possa diventare esperienza concreta.

Nell’introduzione lei confessa di aver vissuto un anno di blocco (tra il 2023 e il 2024) perché il contenuto emotivo ed esperienziale “eccedeva la possibilità del linguaggio”. Quale scatto interiore le ha permesso di trasformare questo sovraccarico emotivo in una “mappa di senso” strutturata per la sua professione?

Quel blocco tra il 2023 ed il 2024, esattamente non nasceva dalla mancanza di materiale, ma da un eccesso: il contenuto emotivo ed esperienziale che portavo dentro eccedeva davvero la possibilità del linguaggio di contenerlo. Ogni parola mi sembrava riduttiva rispetto a ciò che avevo visto e vissuto accanto alle famiglie. È un rischio che chi lavora nella cura conosce molto bene: la tentazione di tacere pur di non tradire, con parole imprecise, l’intensità di ciò che si è attraversato.

Lo scatto non é arrivato da una illuminazione, ma da uno spostamento di metodo: ho smesso di cercare la frase giusta per raccontare tutto e ho cominciato a costruire una struttura capace di contenere i frammenti – post-it, quaderni, domande ricorrenti ecc., – che pian piano si sono organizzati in un’architettura. Non dovevo scrive re un memoir né un manuale, ma una mappa di senso, ovvero un dispositivo capace di ospitare l’esperienza senza appiattirla. 

Ho capito che scrivere non significa semplicemente raccontare ciò che abbiamo vissuto. Significa comprendere ciò che abbiamo fatto.

Allora è iniziato il processo di comprensione rispetto al “cosa” tenesse insieme le situazioni di cui parlo nel libro, quale fosse il filo che le attraversava tutte, e tutte così diverse tra loro. È stato allora che la scrittura è diventata ricerca. Ho iniziato a rileggere le esperienze non come episodi isolati, ma come occasioni per individuare processi, strumenti, linguaggi e modalità di lavoro ricorrenti. Le storie sono rimaste importanti, ma hanno smesso di essere il punto di arrivo. Sono diventate il punto di partenza per costruire un pensiero che riconducesse al processo metodologico.

Credo che questo sia uno degli aspetti che oggi dobbiamo valorizzare maggiormente nelle professioni educative. Produciamo ogni giorno una grande quantità di esperienza, ma non sempre riusciamo a trasformarla in conoscenza condivisibile. Se l’esperienza rimane soltanto patrimonio di chi l’ha vissuta rischia di esaurirsi con quella persona. Quando invece viene riletta, documentata e problematizzata, può diventare metodo, formazione e cultura professionale.

Per questo considero la scrittura parte integrante del lavoro educativo. Non arriva alla fine del percorso, come semplice restituzione di ciò che è accaduto. Accompagna il pensiero, lo rende più consapevole e permette all’esperienza di generare nuova conoscenza. In questo senso Abitare la tutela non rappresenta la conclusione di un lavoro, ma l’inizio di una ricerca che continua ancora oggi.

Nella sua ricerca sul campo emerge il concetto di “restaurazione pedagogica”, un’azione lenta che scava oltre l’evidenza oggettiva del rischio e del decreto giuridico. Ci spiega come si applica questo sguardo trasformativo a una famiglia frammentata senza scadere nell’idealizzazione?

La restaurazione pedagogica, concetto che riprendo da Andrea Canevaro, non è un dispositivo che ripara ciò che è rotto per restituirlo intero. È piuttosto uno sguardo che si posa sui frammenti e restituisce loro dignità così come sono, senza pretendere di ricomporli in un’unità che spesso, per una famiglia frammentata, non è né possibile né auspicabile. Applicarla senza scadere nell’idealizzazione significa innanzitutto rinunciare alla tentazione più insidiosa del lavoro educativo: quella di raccontare a se stessi una storia di riparazione compiuta per sentirsi meno impotenti davanti al dolore.

Nel libro racconto situazioni in cui il legame tra genitore e figlio non si è mai davvero interrotto, ma si è sospeso, reso evanescente da un decreto che crea distanza senza cancellare l’appartenenza. In quei casi la restaurazione pedagogica non lavora per riportare le cose a come erano prima, – spesso “prima” era già il problema – ma per generare uno spazio narrativo sicuro in cui il bambino o l’adulto, possa riscoprire la dignità del proprio sentire, anche dentro una frattura che resta. È uno sguardo lento, che scava oltre l’evidenza del rischio, senza mai perdere di vista che quella famiglia, con le sue crepe, resta un luogo di possibilità reale, non un caso da salvare ad ogni costo.

 Il libro dedica ampio spazio ai racconti dello Spazio Neutro e degli incontri protetti. In che modo questo spazio fisico e simbolico può smettere di essere un mero “luogo di monitoraggio” per diventare, attraverso l’output dei suoi modelli di relazione, un laboratorio generativo dove ricominciare ad esistere in relazione?

Definire gli incontri protetti solo attraverso la loro funzione giuridica -vigilare, verificare, verbalizzare -, significa vedere solo metà dello spazio neutro. È una funzione necessaria, ma se resta l’unica, quel luogo si riduce a un dispositivo di controllo, e il rischio è che tutto, genitore e figli, lo vivono come tale: un esame da superare, non un’occasione da abitare.

Nel libro descrivo il momento n cui questo può ribaltarsi: quando alla vigilanza si affianca una progettazione educativa pensata, condivisa e orientata al futuro. È lì che lo Spazio Neutro diventa un laboratorio relazionale, dove si possono accendere domande, esplorare emozioni bloccate da tempo, lavorare sul riconoscimento reciproco tra genitore e figlio. L’educatore professionale in questo passaggio smette di essere solo un testimone che osserva e verbalizza, per diventare una presenza che osserva, facilita, contiene e dà forma a ciò che accade – come fosse un regista silenzioso. Il vero potenziale generativo di questo spazio sta proprio nel fatto che accadono, dentro quelle stanze, cose non previste: le difese si allentano e il tempo smette di essere solo attesa. Ed è lì che un bambino può ricominciare non solo a rivedere il genitore, ma a esistere di nuovo dentro una relazione fino a quel momento taciuta e sospesa.

Elisa Cutullè

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