In un momento tanto gravido di pericoli con il rischio che l’escalation della opposizione NATO/ Russia in corso possa portare ad una terza e definitiva guerra mondiale che sconvolga l’Europa, commentiamo un lavoro del filosofo tedesco Hauke Ritz che appare oggi in edizione italiana per i tipi di Fazi Editore e la prefazione del prof. Luciano Canfora: Perché l’Occidente odia la Russia, riportandone ampi estratti. Nello spirito di superare la semplificazione binomiale “aggressore-aggredito” con cui normalmente si dichiara risolta, a livello mediatico, la spartizione dei torti nel giudicare il conflitto ucraino

I motivi per cui l’Europa e gli USA abbiano anche dopo il crollo dell’Impero Sovietico, potuto percepire la Russia solo come un concorrente, un rivale e non come un vicino europeo, una cultura affine e una forza di supporto possono essere molteplici, afferma Ritz. Se ci limitiamo al campo che ci interessa particolarmente, l’Europa, forse a spiegare quello che succede vale pensare ad una perdita di identità, di un senso basilare di sé, da parte dell’Europa, legato al senso di colpa per il clima di guerra civile che essa ha saputo creare nel suo seno sin dal 1914. Accompagnato, aggiungiamo noi della Redazione, anche dalla mancanza di un autentico spirito di appartenenza sul piano europeo, che non andasse oltre la semplice coesistenza fra nazioni diverse, quello spirito di corpo, asabiyyah, che lo storico maghrebino Ibn Khaldun indicava nel XIV secolo nella sua Mukaddima come il fattore di forza e, inversamente, con la sua scomparsa di debolezza degli imperi come il Califfato, diventati dei semplici stati patrimoniali, dei mulk, senza alcuna valenza morale. Una Europa rimasta scossa e scioccata dalle due guerre mondiali, al punto di aver conservato la paura di essere, di sentirsi di nuovo profondamente europea. E’ per questo forse che, nel dopoguerra, l’identità occidentale è riuscita a eclissare progressivamente quella europea, all’ombra del miracolo economico, del consumismo, dell’avanzamento professionale di una nuova generazione, nel progressivo assorbimento del vincente neo-liberismo, nato certo in Europa con il “Colloquio” Walter Lippmann a Parigi nel 1938, ma perfettamente imposto dalla prevalente cultura anglosassone dei vincitori, dominante dagli Anni ’70 con le figure di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, secondo la logica della creazione globale di una società di diritto privato e nel conformarsi strutturato e ordinato a questo scopo dell’insieme delle funzioni statali e delle istituzioni comuni anche in Europa. Se l’Europa era gravata dal peso della sua storia, l’Occidente a guida americana si mostrava, invece, in una luce attraente, con i suoi prodotti che promettevano il rapido raggiungimento della felicità, la realizzazione dei propri desideri, offrivano gioia e semplicità giovanile dal Bougie-Bougie al Rock and Roll. Ben presto la coscienza europea, ancora presente nel disegno iniziale dei Padri fondatori – come Robert Schuman di cui si celebra il 140mo della nascita – è stata sostituita dallo spirito occidentale e solo dopo il secondo millennio si è capito che anche questa metamorfosi aveva avuto un prezzo: la rinuncia da parte dell’Europa alla propria storia e alla propria identità.
Ma resta la domanda: perché gli USA e con loro tutto il mondo occidentale, Europa compresa, hanno continuato a mantenere un rapporto conflittuale con la Russia, allontanandosi al tempo stesso da altre potenze emergenti, autoidentificandosi quasi per eccezione come un’isola felice, il “giardino” contrapposto alla giungla, secondo la nota infelice espressione del predecessore di Kaja Kallas a Bruxelles? E’ davvero verosimile che l’Occidente a guida americana e la Russia siano civiltà antitetiche, come Roma e Cartagine, sino al “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” di Catone il Censore? (peraltro, io penso che Cartagine deve essere distrutta, ndr)

Uno dei fenomeni più appariscenti e anche più inquietanti che si possono notare dall’inizio della guerra russo-americana per l’Ucraina è stata la negazione della cultura russa con la sparizione in vari paesi europei sia dalle Università dei piani di studi, sia dai palcoscenici di opere letterarie e musicali, ma anche di attori, interpreti, sino alla cancellazione della nazionalità russa e bielorussa avvenuta anche nelle attività sportive sponsorizzate dalle federazioni internazionali. Niente inni, niente bandiere, contrassegni nazionali, per esempio per una Sabalenka o un Medvedev nei grandi tornei internazionali di tennis. In Ucraina, poi, con il beneplacito dell’Occidente, è stata anche portata avanti a tappe con leggi successive votate dal Parlamento (Verkhovna Rada) una guerra contro la lingua e la cultura russe, con la eliminazione di milioni di libri russi spariti dalle biblioteche e la soppressione sia del russo come lingua officiale, sia dell’etnia russa (in origine 7 milioni sui 52 milioni di abitanti del 1991) come parte della popolazione originaria ucraina. Perché l’Europa aderisce in senso ostinato e contrario, come scriveva De André, ad una politica che mira non alla riuscita dell’Ucraina, ma all’indebolimento – se non al frazionamento- della Russia – , fenomeno evidente particolarmente in paesi come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania che già una volta ha condotto contro la Russia fra il 1941 e il 1945 – operazione Barbarossa- una guerra di annientamento che ricorda quella di Roma contro Cartagine? Ora, ci sono molti elementi che depongono invece a favore della tesi secondo cui se l’Europa dovesse dividersi dalla Russia risulterebbe mutilata, non solo dal punto di vista storico e culturale, ma anche da quello geografico ed economico.

Comunque la si voglia vedere, sul piano culturale la Russia è membro della famiglia europea e la sua storia è strettamente intrecciata con quella dell’Europa centrale. Come il resto d’Europa, la Russia è caratterizzata dal cristianesimo anche se di stampo ortodosso. Come il resto dell’Europa anche la Russia fa riferimento da millenni al retaggio dell’antichità. In seguito, con Pietro il Grande, a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, periodo di apertura all’Europa, la Russia si è integrata nel ritmo dell’arte e della cultura europea. Quando poi avvenne il trasferimento della capitale a San Pietroburgo, il viaggiatore veneziano Francesco Algarotti ebbe modo di definire la nuova capitale nel XVIII secolo addirittura come “gran finestrone da cui la Russia guarda l’Europa”. Certo, diverse caratteristiche la distinguono da molti stati europei. L’ortodossia, il retaggio del socialismo, il riferimento a Bisanzio più che a Roma, una estensione territoriale su 17,2 milioni di km2, che di fatto fa geograficamente della intera Europa occidentale una propaggine della Federazione Russa, anche se ad elevata densità di popolazione.
Ormai più psicologicamente occidentalizzati che “europeinizzati”, la maggior parte degli europei, abituati da 80 anni a sonnecchiare sotto l’ombrello protettivo americano considerandosi ormai al di fuori della storia, del tutto concentrati a considerare l’accettazione del neo-liberismo globalizzato come l’arma unica di pacificazione mondiale, negli ultimi trent’anni non hanno percepito che sul continente fosse di nuovo in preparazione una grande guerra. Di fatto, il presupposto americano, dopo il crollo dell’URSS nel 1991, di considerarsi non gli spettatori del crollo autoindotto dalla deficiente produttività del sistema dirigista sovietico, ma i protagonisti della vittoria sull’URSS del superiore modello americano, induceva nel continente una nuova guerra, frutto della coscienza in un “impero americano ormai in grado di creare la sua propria realtà” secondo la visione prevalente dei neo-conservatori in un clima da fine della storia. L’espressione di un mondo ormai unipolare di un Zbigniew Brzezinski nel suo “The Grand Chessboard” (La Grande Scacchiera, 1997). Questo spiega l’intero processo di allargamento a Est imposto alla NATO, nonostante le iniziali promesse americane di non muovere truppe dalla Germania occidentale, formalmente ribadite dal ministro degli esteri tedesco Genscher nel 1990 all’epoca della pacifica riunificazione tedesca, i 78 giorni di bombardamento NATO della Serbia nel 1999, la creazione nel 2000 di uno scudo antimissile nei paesi dell’Est-Polonia e Repubblica Ceca- ipocritamente giustificato dalla presenza dell’Iraq di Saddam Hussein, contemporaneamente alla uscita americana dai trattati anti-missili USA-URSS ancora vigenti, l’inserimento in blocco di dieci paesi dell’Europa centro-orientale nella NATO, fra il 1999 e il 2004, divenuti contemporaneamente nuovi membri UE, le rivoluzioni arancione sponsorizzate soprattutto in Ucraina nel 2004 e poi col riuscito Euro-Maidan del 2014 sempre in Ucraina, la guerra civile 2014-2022 nell’Ucraina orientale, le sanzioni economiche alla Russia, la nuova corsa allo spazio nell’ambito del riarmo, l’abuso di propaganda negativa sulla Russia diffusa da tutta la stampa occidentale, sono state tutte le tappe di una nuova guerra Occidente/Russia. Quella in cui oggi siamo come europei attivamente coinvolti, anche se sedati dalla narrativa di essere solo passivamente partecipi, nella prima guerra europea del Terzo Millennio.
In particolare per Ritz, per comprendere l’odio che oggi l’Occidente prova per la Russia, occorre rifarsi alle conseguenze che la guerra fredda culturale vigente all’epoca dell’URSS ha marcato sino ad oggi. In particolare può essere citato uno studio del 1995 della CIA sulla lotta al marxismo, declassificato grazie al Freedom of Information Act del 2011. Nel senso della opposizione al marxismo, si può citare anche l’avvento in Francia dei nouveaux philosophes, non più leali come Sartre al PCF (Partito comunista francese), lo sforzo per la costruzione di una sinistra non comunista nei paesi europei che abbandonava le tematiche sociali per quelle societali, spostando la propria attenzione dai diritti sociali e la lotta di classe ai diritti civili, lasciando al loro destino le classi tradizionalmente prima protette dai sindacati e partiti di sinistra. Una edificazione avvenuta per gradi, con la tecnica della rana bollita, passando dalla idea degli anni ’40 e 50, secondo cui socialismo e comunismo fossero i poli opposti naturali ad ogni forma di nazionalismo estremo, alla idea che socialismo e comunismo dovessero essere accomunati al totalitarismo, mentre il liberismo, di fatto almeno concausa reale del fascismo, per i suoi eccessi degli Anni ‘20 e ‘30, veniva sempre di più presentato come antitesi del totalitarismo. Sino all’utilizzo della stessa arte moderna come l’espressionismo astratto alla Pollock o alla Barnett Newman o alla Willem de Kooning, come fattore di consenso politico, secondo la visione neo-conservatrice di Georg Kennan, o lo sforzo per arginare l’egemonia di sinistra nelle scienze sociali, sostituendo a Marx e Engels altre tradizioni intellettuali come la filosofia di Nietzsche o l’utilizzazione delle letture contro il totalitarismo fatte da Orwell o Hannah Arendt.
In definitiva, la lettura dell’opera di Hauke Ritz è preziosa, da un lato, per capire le ragioni della cancellazione della cultura russa che ha avuto come ultimo episodio le polemiche intorno alla ammissione alla Biennale di Venezia di un padiglione russo, dall’altro l’animosità con cui i media mainstream e la stampa europea in generale confinino nella categoria dei “putiniani” e apertamente boicottino senza cercare un minimo di dialogo tutti coloro che cercano di esprimere nei confronti della Russia un approccio non veemente, che comprenda una ricerca sulle condizioni obiettive della Federazione, opponendosi ad ogni tipo di ravvicinamento, cominciando da quello culturale. Ora, è superfluo immaginare quale effetto possa provocare in Russia un atteggiamento di negazione culturale da parte di un paese come l’Italia considerato dal mondo russo come un riferimento di portata mondiale.
Comunque, ben venga un libro che, come scrive Carlo Galli, “offre solidi argomenti culturali, storici e politici perché la discussione sui rapporti tra Europa, Usa e Russia si svolga finalmente su basi scientifiche e documentate”.
Nonostante, aggiungiamo, il vento contrario che un’informazione generalista orientata verso la pura propaganda anti-russa di guerra fa spirare contro le analisi di investigazione ispirate ad un minimo di onestà intellettuale. Tanto più che l’analisi storica dimostra, come osserva Alessandro Barbero, che quasi due secoli fa, ai tempi della guerra di Crimea, fra il 1855 e il 1856, quando Cavour mandò qualche centinaio di bersaglieri dell’allora Regno di Sardegna a morire a Sebastopoli, accanto alle truppe ottomane, francesi ed inglesi impegnate sin dal 1853 nella guerra contro l’impero zarista, i giornali dell’epoca scrivevano a Torino grosso modo le stesse cose sulle Russia dello Zar che oggi in Italia giornali come il Corriere della Sera, Repubblica, Libero, il Tempo scrivono sulla Russia di Putin. Corsi e ricorsi vichiani della storia…
Carlo degli Abbati*
*Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz
Rif.: Hauke Ritz, Perché l’Occidente odia la Russia, pref. Prof. Luciano Canfora, Fazi editore, 2026