In un’epoca di profonde trasformazioni geopolitiche e culturali, il fenomeno della migrazione viene spesso analizzato attraverso lenti puramente sociologiche o economiche. Esiste tuttavia una dimensione più profonda, intima e biologica, che riguarda il modo in cui i nostri istinti ancestrali si scontrano con le complessità della modernità globale

In questa intervista, Giovanni Invernizzi, autore del volume Psicologia dei desideri e delle emozioni (Armando Editore, 2026) ci guida alla scoperta dell’istintualismo, un modello teorico integrato che individua nove bisogni istintuali universali alla base della mente umana. Attraverso una disamina senza filtri, viene esplorato il concetto di “archivio endopsichico” e il drammatico impatto dello sradicamento sull’equilibrio edonico dell’individuo. Dalla critica aperta al multiculturalismo fluido e all’ideologia Woke, fino alla ridefinizione dello psicologo come “psicagogista” — una guida per l’educazione dell’animo capace di liberare l’individuo dalle costrizioni ambientali —, le risposte delineano una prospettiva tanto complessa quanto stimolante sulla natura umana e sui conflitti della società contemporanea.
L’identità migrante tra ancestralità e adattamento: Nel contesto della migrazione, l’individuo si trova diviso tra un “archivio endopsichico” legato alle proprie radici e la necessità di rimodellare i propri desideri in un ambiente totalmente nuovo. In che modo questa frattura geografica e culturale influisce sull’equilibrio edonico di chi vive a cavallo tra due mondi?
È indubbio che i rapidi mutamenti tecnologici degli ultimi due secoli hanno accelerato il passaggio dai bisogni universali dell’uomo, condivisi peraltro con le altre specie superiori, e la loro “attualizzazione” in desideri individuali conformi all’ambiente storico e geografico di appartenenza. In passato il luogo di residenza della gente era assai più stabile rispetto ai giorni nostri e i desideri degli uomini tendevano ad essere costanti. Per esempio, in un contesto sociale dominato dalla religione il bisogno di protezione, che è lo stesso istinto di base in ogni tempo e luogo, trovava un immediato appagamento nella convinzione che la divinità garantisse presenza attiva e misericordiosa tramite i rituali della preghiera o del sacrificio. Al giorno d’oggi, se un contadino animista del sud est asiatico si trasferisce per lavoro in Italia, si pone in rapporto con una realtà sociale e ideologica che nega i suoi convincimenti, inducendolo a dubitare delle entità invisibili sulle quali prima faceva affidamento. A questo punto il suo equilibrio edonico, simile a quello di uno schizofrenico delirante convinto di godere dell’attenzione della Madonna o degli extraterrestri, rischia di sfaldarsi.
Per motivi di conservazione della propria identità personale e sociale, sedimentata nel corso dei secoli in foma di archivio endopsichico, la riluttanza a far proprie convinzioni e stili di vita propri a società radicalmente diverse rispetto alla propria, costituisce quindi una frattura drammatica della convivenza civile nelle nazioni evolute e sarà sempre più un motivo di frattura fra migranti e residenti.
Il “territorialismo mentale” nell’era globale: oggi parliamo molto di comunità fluide e multiculturalismo. Dal punto di vista della psicologia degli istinti, l’istinto di individuazione e il “territorialismo” che ne consegue sono ostacoli insormontabili all’integrazione o possono essere canalizzati culturalmente per evitare derive come il nazionalismo difensivo?
Il nazionalismo difensivo non è una deriva. E’ appunto una difesa, come lo è la volontà di conservare i propri valori, negati da culture antitetiche. Il valore della libertà, che è caratteristico della nostra cultura, si scontra inevitabilmente con l’Islam, che prevede la sottomissione del popolo al clero, che costringe le donne a vestirsi come sacchi della spazzatura ed impedisce loro di istruirsi o di guardare la tv degli Occidentali. Lo stesso vale per l’ideologia induista, che impone una divisione della società in classi impermeabili, alcune delle quali fatte oggetto di disprezzo aprioristico. Se c’è una possibilità di integrazione, questa si realizza “verso l’alto”, non verso “il basso”. Antropologi e sociologi, succubi di Weber che sosteneva che le culture hanno tutte uguale valore (ad esempio, quella dei Norvegesi e quella dei Talebani), hanno infangato il pensiero filosofico per decenni, fino alle degenerazioni recenti dell’ideologia Woke (leggi anche: Cosa vuol dire “woke” e come è diventato un insulto – Il Post) e della Cancel Culture (leggi anche Cosa vuol dire “cancel culture”), che sono l’edizione moderna della follia di Savonarola.
L’istinto non emigra: lei cita Bertrand Russell per spiegare che i nostri istinti sono rimasti quelli di 400.000 anni fa, nonostante le nostre istituzioni siano radicalmente cambiate. Come si concilia questa immutabilità biologica con la straordinaria plasticità culturale richiesta a chi, oggi, deve integrarsi in un tessuto sociale europeo moderno e burocratico?
I bisogni istintuali, comuni alle specie superiori, non sono molti. Nel corso degli anni, dopo ripensamenti continui, ne ho individuato nove: quello di organizzazione (ossia quello cognitivo, preposto a conferire un ordine previsionale alla realtà per poterla utilizzare a proprio beneficio), quello di (auto)conservazione, quello di protezione, quello di accudimento, quello di edonia (concezione filosofica che riconosce come fine dell’azione umana il piacere, ndr), quello di dominio, quello di individuazione, quello di socialità e quello di attività. Non posso qui dilungarmi a dettagliarli, ma il fatto che il volume consti di trecentocinquanta pagine dà la misura dell’impegno analitico che mi sono assunto per spiegare come funziona la mente umana. Di certo la mia analisi è molto più articolata rispetto alle altre Teorie della Personalità, come la Psicoanalisi o la metodica cognitivo-comportamentale. Sarà il lettore ad esprimere un giudizio di merito.
Dai bisogni istintuali derivano i desideri individuali. Per esempio, un giovane principe rinascimentale coltivava legittimamente il “desiderio” di diventare un sovrano potente e illuminato. Per parte sua, il figlio di un fabbro era costretto ad elaborare “desideri” molto più pedestri, consoni al suo rango ed alle sue possibilità. Al giorno d’oggi, se un individuo dispone di risorse personali o finanziarie, ha molte più opportunità di salire la scala sociale di quanto non avveniva nel Medioevo.
Oltre lo scontro tra scuole psicologiche: nel libro lei propone un modello integrato (l’istintualismo) che supera i frazionamenti tra psicoanalisi, cognitivismo e csicologia del sé. Perché, nella sua ricerca, ha ritenuto che nessuna di queste correnti, presa singolarmente, fosse autonoma nello spiegare la complessità dei desideri umani?
La psicoanalisi freudiana si è concentrata su due aspetti pulsionali: la sessualità e l’aggressività. Per questo motivo Alfred Adler, allievo di Freud, ha fondato la psicologia individuale, che pone l’accento sul bisogno ineludibile dell’uomo di esercitare un dominio sull’ambiente fisico e sociale. In questo senso, per il fatto che io individuo nel bisogno istintuale di dominio, caratteristico sia dell’uomo come di tutte le specie superiori, un vettore psichico fondamentale, ecco che una gran parte della sua teoria è assimilabile alla Psicologia degli Istinti. Lo stesso vale per Gustav Jung, anch’egli allievo dissidente di Freud, fondatore della Psicologia Analitica, che studia in particolare quelli che io ho definito l’istinto di individuazione e quello di socialità. La sessa tematica è trattata dalla Psicologia del Sé, anch’essa dunque incorporabile nella teoria degli istinti. Il Cognitivismo-Comportamentismo è invece un approccio terapeutico che, al di là del suo linguaggio pomposo, non è altro che una pratica psico-correttiva antica come l’umanità, che agisce non già sulle cognizioni, ma sulle emozioni, riducendo l’ansia o l’incompetenza sociale, caratteristica delle persone scarsamente evolute.
Lo psicologo come “liberatore” sociale: un output centrale del libro è la figura dello psicologo come psicologista, un “liberatore” dalle costrizioni mentali familiari o ambientali che soffocano l’identità. Che tipo di strumenti pratici offre questa visione a chi sperimenta una “crisi d’identità” dovuta allo sradicamento o al peso delle aspettative sociali d’origine?
È mia convinzione che lo psicologo debba essere più che un meccanico che opera sui disfunzionamenti psichici: disturbi alimentari, fobie, depressioni e via dicendo. Questi sono appunto dei “sintomi”, delle espressioni disadattive frutto sovente di una maturazione personale incompleta, vuoi per motivi genetici ma anche per motivi ambientali, legati cioè all’educazione ricevuta e agli esempi di vita replicati. L’educazione dell’animo, cioè la psicagogia (dal greco “ago”, guido, conduco), dovrebbe sempre rientrare nell’operato dello psicologo, allo scopo di fornire all’assistito un paradigma esistenziale e interpretativo della realtà sociale, che altrimenti viene affrontata in modo inconsapevole e maldestro. Tutto questo coincide anche con l’idea di una auto-psicagogia, in contrasto con l’attitudine mentale contemporanea che scredita la cultura come strumento di perfezionamento personale e di rafforzamento delle proprie difese interiori. Non parlo ovviamente della lettura di libri polizieschi o di romanzetti autobiografici di scadente fattura, ma di un approccio alla saggistica di qualità, allo scopo di offrire alle menti confuse una panoramica introspettiva ed una riflessione sugli eventi importanti della dinamica sociale utile a scuoterli dal pressapochismo di giudizio che caratterizza molti esponenti della cosiddetta società civile.
Elisa Cutullè