Democrazia tra relativismo e oggettivismo, stimolante saggio di Alessandro Di Fiore pubblicato da Armando Editore (2026), offre una boccata d’ossigeno al dibattito politologico contemporaneo superando con rigore sia i formalismi puri sia le visioni radicalmente sostanziali della legge. L’autore delinea un’originale griglia “tridimensionale” che protegge lo spazio della politica e il libero confronto delle idee da pretese universalistiche totalizzanti. In questa conversazione finale, lo sguardo si allarga oltre i confini nazionali per toccare le grandi sfide teoriche e internazionali sollevate nel libro: dal rischio di imperialismo culturale nel discorso sui diritti, al deficit partecipativo nelle istituzioni sovranazionali, fino al confronto speculare con le logiche interne dei moderni regimi autocratici. Intervista

Nel dibattito europeo contemporaneo si avverte spesso una forte tensione tra l’universalismo dei diritti (di matrice occidentale) e le rivendicazioni di specificità culturali. Dal suo punto di osservazione, come si può difendere il valore della democrazia senza cadere in una forma di “imperialismo culturale” o di “superba ristrettezza di vedute” come quella denunciata da Milan Kundera nella citazione in apertura del suo libro?

In apertura del mio libro riporto non a caso il passaggio in cui Milan Kundera esprime ciò che lei giustamente definisce come “superba ristrettezza di vedute”. Perché riporto quel passaggio? Perché si adatta perfettamente al modello di democrazia che propongo: non democrazia che si appropri di presunti valori universali, ma democrazia che predisponga gli strumenti intellettivi idonei a fornire all’elettore la capacità reale di dibattere sulla prevalenza di taluni valori piuttosto che di altri storicamente determinati. Perché nella mia analisi elevo solo taluni diritti a diritti democratici? Perché solo taluni di essi (ad esempio le libertà liberali) si pongono in rapporto strumentale rispetto alla effettività della sovranità popolare. I residui diritti, per quanto meritevoli di tutela in un determinato contesto storico e culturale, rimangono estranei alla nozione di democrazia poiché se così non fosse la democrazia si approprierebbe di tematiche che viceversa dovrebbero essere poste all’ordine del giorno dell’agenda politica. È così che si segna il confine tra democrazia e politica. È così che si supera la “superba ristrettezza di vedute” in base alla quale ciascuno si sente nel diritto, in base alla propria ottica e alle proprie convinzioni, di elevare nella nozione di democrazia i diritti che maggiormente rispondono alla propria ottica e alle proprie convinzioni. È così che si supera ogni forma di imperialismo culturale.

Le istituzioni sovranazionali (come l’UE) vengono talvolta accusate di “deficit democratico” a causa del peso di organismi tecnici o comitati non eletti. In che modo il cittadino europeo può mantenere la fiducia nella democrazia?

Riconosco che l’UE soffre di un certo deficit democratico. Ma non vorrei che si esagerasse: vorrei che non si dimenticasse che la massima istituzione europea, il Parlamento europeo, è a base elettiva. Non vorrei che si dimenticassero gli istituti di democrazia partecipativa diretta, che consentono a un milione di cittadini di chiedere una nuova legge alla Commissione; non vorrei che si dimenticasse il diritto di petizione di cui gode ciascun cittadino. Né, in ultimo, vorrei che si dimenticasse che le decisioni fondamentali vengono prese da Ministri regolarmente eletti dai propri Stati di appartenenza. Tuttavia, personalmente auspico, come ho scritto nel mio libro, che il Parlamento europeo estenda le proprie competenze rispetto a quelle attuali. Riconosco che organismi tecnici non eletti possano creare un sentimento di sfiducia nel cittadino democratico. Occorre anche ammettere però che la complessità della società contemporanea impone non di rado conoscenze altamente specialistiche. L’ideale sarebbe, come affermo nel mio libro, che le decisioni tecniche di organismi non eletti non interferiscano con le decisioni squisitamente politiche. Non interferenza a volte molto difficile da salvaguardare.

Nel testo lei critica sia le teorie democratiche puramente procedurali sia quelle radicalmente sostanziali. Qual è stato il percorso intellettuale o il “corto circuito” logico nei classici del pensiero politico che l’ha spinta a cercare una terza via, ovvero il suo modello “tridimensionale”?

Per la verità la terza via non l’ho trovata direttamente dal modello “tridimensionale”, ma da una componente di quel modello, ossia dalla componente sostanziale. Quello che lei incisivamente definisce “corto circuito” logico consiste nel fatto che sia le teorie radicalmente formali (penso alla Pintore), sia le teorie radicalmente sostanziali (penso a Ferrajoli), a mio modo di vedere, mortificano la democrazia: le prime poiché escludendo dalla nozione di democrazia il catalogo delle libertà liberali riducono la sovranità popolare a mera fictio; le seconde poiché facendo confluire nell’indisponibilità democratica l’intero catalogo dei diritti fondamentali sottraendoli alla politica, mortificano il dibattito pubblico, ossia ciò che invece la democrazia dovrebbe tutelare. Dunque, mortificano la stessa democrazia. Sono due teorie opposte che conducono all’identico indesiderato risultato. Io invece invito ad esaminare partitamente i diritti, in modo da elevare a democratici, come già ho detto, solo quelli funzionali all’effettività della sovranità popolare. Con ciò si realizza un sostanziale equilibrio tra gli opposti ambiti della disponibilità politica e dell’indisponibilità democratica, e si supera quella ristrettezza di vedute denunciata da Milan Kundera.

Nella seconda parte del libro, lei analizza “a contrario” i regimi autocratici di Russia e Cina, sottolineando che nascono in contesti storici e culturali profondamente diversi. Quale tipo di documentazione o chiave di lettura sociopolitica ha trovato più complessa da decodificare per comprendere la loro logica interna senza liquidarla frettolosamente?

È stato autorevolmente sostenuto da Cristina Carpinelli in “La nuova Costituzione russa e il suo codice di civiltà”, che Surkov, l’ideologo di Putin, è attratto dal razionalismo politico di Francois Guizot, e dal decisionismo politico di Carl Schmitt. Su ciò concordo pienamente. Tuttavia, non è semplice accostare l’idea schmittiana di democrazia come identità tra governanti e governati, con l’idea di Guizot secondo cui la sovranità deve derivare non dal popolo ma da élites che incarnino la suprema ragione. Da una parte si accredita un’idea di identificazione, dall’altra un’idea di separazione. Eppure, è proprio questa problematica sintesi tra le due idee la chiave di lettura dell’ideologia putiniana.

Una delle tesi più provocatorie del libro è che proprio l’approccio relativista – tradizionalmente accusato di indebolire i valori – sia in realtà lo strumento migliore per fondare la preferibilità universale della democrazia. In che modo questo paradosso teorico si traduce in un output pratico per le democrazie occidentali in crisi?

Il fondamento relativista della democrazia sottrae ai sostenitori delle autocrazie la principale argomentazione contro le democrazie occidentali, ossia che esse si fondino su presunti valori universali. Tuttavia, per essere coerenti con tale fondamento relativista, occorre che la democrazia non si appropri di presunti valori universali e che piuttosto li interpreti come reversibili poiché consegnati al disponibile ambito politico. Occorre anche respingere il modello di Carta Fondamentale immodificabile: ogni idea di irreversibilità non può che trarre origine da posizioni oggettiviste. Viceversa, nel mio libro, ho denunciato le deficienze epistemiche di fondazioni oggettive di valori. Da qui la mia teoria che invita ad accogliere la reversibilità democratica. L’ottica relativista che propongo non degrada a mero nichilismo, poiché l’effettività della sovranità popolare impone il riconoscimento di una pluralità di diritti. Sicché l’impostazione relativista recupera, seppur parzialmente, gran parte di quei diritti ai quali rinviano le teorie oggettiviste. Mi riferisco in particolare ai diritti di libertà (personale, di espressione, di comunicazione, di riunione, di associazione) e ai diritti sociali con particolare riferimento al diritto all’istruzione e alla liberazione dal bisogno.

Elisa Cutullè

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