Il Lussemburgo, attraverso l’approvazione della Commission de Surveillance du Secteur Financier, Commissione di Vigilanza del Settore Finanziario, CSSF) l’autorità di regolamentazione e supervisione del settore finanziario del Lussemburgo, funge da porta d’accesso europea per gli Israel Bonds, titoli che finanziano il debito pubblico israeliano e, di conseguenza, lo sforzo bellico a Gaza e in Libano. Grazie al meccanismo del “passaporto europeo”, l’autorizzazione lussemburghese del prospetto informativo permette automaticamente la commercializzazione di questi titoli in tutta l’UE, senza che altri Stati membri possano opporsi. La CSSF si limita a verificare la completezza formale delle informazioni sui rischi, invocando il principio di “neutralità tecnica” per evitare valutazioni di natura politica o morale sull’uso dei fondi raccolti. E di fronte alle accuse di gravi violazioni del diritto internazionale, la Commissione trasforma la presunta neutralità procedurale in una forma di complicità sostanziale

Nel solo 2024, il costo diretto delle guerre a Gaza e in Libano è stato di 28 miliardi di dollari, su una spesa totale per la difesa di 45,7 miliardi. La sola guerra è costata 76 milioni di dollari al giorno. Tre milioni di dollari all’ora. Cinquantamila dollari al minuto per Israele.

Questo ritmo insostenibile ha segnato il passo anche per l’anno successivo. Nel 2025, la spesa complessiva è sì diminuita rispetto al picco del 2024, ma di fatto il governo israeliano ha vincolato il Paese a un’economia di guerra permanente. L’anno è iniziato con un bilancio militare di quasi 30 miliardi di dollari. Poi, con l’inizio della guerra contro l’Iran, Israele ha aggiunto altri 8,3 miliardi, raggiungendo così un costo totale di 38 miliardi di dollari. L’intero sistema ONU spende circa 67,4 miliardi di dollari all’anno per gestire tutte le agenzie che si occupano di fame, salute, istruzione e rifugiati nel mondo. Il bilancio militare israeliano di un solo anno equivale a oltre la metà di quanto l’intera ONU spende per il resto dell’umanità.

Il debito della guerra permanente
Le spese straordinarie descritte devono essere finanziate e per capire l’origine di questi fondi, può essere utile guardare al debito pubblico: alla fine del 2024, quello israeliano aveva raggiunto circa 364 miliardi di dollari: una cifra che appare sicuramente enorme, ma che rischia di rimanere astratta. Per metterla concretamente in prospettiva, basti pensare che Israele conta circa 10 milioni di abitanti: ciò significa che ogni cittadino, uomo, donna o bambino, si ritrova sulle spalle un debito superiore a 36.000 dollari.  Un debito ereditato dall’occupazione dei territori palestinesi, dall’uccisione del popolo palestinese, dai bombardamenti delle città libanesi e dal finanziamento di una macchina propagandistica che mira a convincere gli israeliani e il resto del mondo che questo debito sia giustificato dalla necessità di difendersi.

Ma il debito pubblico non è solo impressionante come numero assoluto; è la sua velocità di crescita a essere estremamente allarmante. Si pensi che il rapporto debito/PIL è balzato in avanti di ben 7,7 punti percentuali in un solo anno, attestandosi al 69,0% rispetto al 61,3% del 2023. Per calare questo dato macroeconomico nella realtà, immaginiamo un lavoratore che guadagna 3.500 dollari al mese. Per colpa di questa impennata del 7,7%, è come se questo lavoratore si ritrovasse, da un anno all’altro, con 270 dollari al mese di debiti in più da pagare. Alla fine dell’anno, fanno oltre 3.200 dollari di nuovo debito accumulato sulle sue spalle. Un aumento patrimoniale passivo importante, accumulato senza aver comprato una casa, senza aver investito nel futuro e senza aver affrontato un’emergenza medica, ma semplicemente per mantenere in funzione la macchina dell’occupazione, i bombardamenti nelle città e i crimini di guerra. Pochissime nazioni sviluppate hanno mai sperimentato un deterioramento fiscale così rapido e Israele lo ha raggiunto in tempo di guerra, sotto gli occhi dei mercati finanziari internazionali.

La porta d’accesso lussemburghese e il “premio di lealtà”
Ma una macchina da guerra così costosa ha bisogno di creditori disposti a scommetterci. A chi deve, di fatto, tutti questi soldi Israele?

La prima risposta è: ai propri cittadini. Circa tre quarti del finanziamento dello sforzo bellico proviene dall’interno del Paese. Proviene dai lavoratori israeliani, dai loro fondi pensione e dai loro risparmi previdenziali, che ne siano consapevoli oppure no.

La seconda risposta è: agli investitori internazionali e ai partner globali. Qui è importante notare che Washington agisce come garante del debito israeliano all’estero. In termini semplici, significa che se Israele non fosse in grado di pagare, gli Stati Uniti interverrebbero a sostegno, rassicurando così i mercati internazionali.

La terza risposta è: Israele prende in prestito denaro dalla propria diaspora attraverso gli Israel Bonds. Ed è qui che entra in gioco il Lussemburgo. Questi titoli, infatti, vengono venduti legalmente in tutta Europa grazie al via libera della CSSF (la Commissione di Vigilanza del Settore Finanziario lussemburghese). Attraverso il meccanismo tecnico del “passaporto europeo”, basta che la CSSF approvi il prospetto informativo di queste obbligazioni a Lussemburgo perché Israele ottenga automaticamente il diritto di commercializzarle e raccogliere capitali nei Paesi dell’Unione Europea, senza che le autorità degli altri Stati possano opporsi o bloccarle.

La gravità di questo visto burocratico sta nel fatto che la CSSF non sta immettendo sul mercato dei titoli obbligazionari normali, bensì uno strumento che sfida qualsiasi logica finanziaria tradizionale. Gli Israel bonds non possono essere rivenduti. Chi li acquista deve conservarli fino alla scadenza. Non esiste una valutazione da parte di Moody’s o Standard & Poor’s, le agenzie che normalmente misurano il rischio di un’obbligazione. Questi titoli vengono venduti tramite siti internet, sinagoghe, cene comunitarie o persino come regalo di matrimonio o per un Bar Mitzvah.

Tutte queste caratteristiche li rendono strumenti davvero insoliti. Quando un Paese attraversa una crisi, ad esempio una guerra o una situazione vicina alla bancarotta, gli investitori tradizionali tendono a spaventarsi e chiedono rendimenti più elevati per prestare denaro, oppure vendono i titoli e si ritirano. È per questo che Wall Street chiedeva a Israele oltre il 7% di rendimento sui suoi titoli sovrani. Gli Israel Bonds funzionano invece all’opposto: quando il Paese è in pericolo, i loro acquirenti corrono a prestare ancora più denaro. Nelle sole quattro settimane successive al 7 ottobre, queste obbligazioni hanno registrato un record di un miliardo di dollari di sottoscrizioni. E l’aspetto più sorprendente è che gli investitori hanno accettato un rendimento molto più basso, pari al 5,5%. In altre parole, mentre gli investitori professionali facevano pagare a Israele un premio di rischio più elevato a causa della guerra, i suoi sostenitori all’estero offrivano al governo uno sconto significativo, ignorando completamente il rischio assunto.

Questo ci porta alla domanda fondamentale: perché qualcuno dovrebbe accettare queste condizioni e considerarle comunque un buon investimento?

Gli economisti parlano di “premio di lealtà”. Per molti acquirenti, comprare un Israel Bond non è semplicemente una decisione finanziaria. È una dichiarazione d’appartenenza. È un atto identitario. È un modo per dire: “Anch’io faccio parte di tutto questo”. Basta visitare il sito degli Israel Bonds per vedere come l’intera strategia di marketing sia costruita attorno a questo sentimento. Quando il senso di appartenenza a una comunità e il desiderio di sostenerla in un momento di crisi diventano più importanti del profitto e del rischio, acquistare questi titoli appare come una scelta naturale e persino giusta.

Il mito della neutralità tecnica
Ma torniamo ora all’Europa e al Lussemburgo. Perché le istituzioni europee dovrebbero approvare uno strumento finanziario che appare così chiaramente non neutrale e che non offre alcuna reale protezione ai piccoli investitori contro il rischio di insolvenza?

Le autorità di vigilanza come la CSSF non valutano se un investimento sia morale, se finanzi crimini di guerra o persino se rappresenti una scelta prudente per i risparmi di una famiglia. Si rifugiano dietro il principio della neutralità tecnica: finché l’emittente descrive tutti i rischi nella documentazione informativa, il regolatore può limitarsi ad approvare il prospetto.

Informando gli investitori che potrebbero perdere tutto il capitale investito e che non potranno mai rivendere questi titoli, Israele soddisfa formalmente tutti i requisiti legali. Le autorità europee possono così lavarsene le mani e sostenere di svolgere un lavoro puramente amministrativo, quando in realtà stanno concedendo un passaporto europeo a una macchina finanziaria costruita per sostenere la guerra. Esiste però un limite che la tecnocrazia non può oltrepassare. Se questo denaro finanzia crimini di guerra associati a un rischio di genocidio riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia, allora l’approvazione di un’autorità europea non è più una semplice formalità tecnica. Diventa una forma di complicità morale. È proprio contro questa complicità burocratica che si muove la campagna Stop Israel Bonds, che punta a fare pressione sulla CSSF affinché smetta di autorizzare la commercializzazione di questi titoli in Europa e non rinnovi il prospetto per l’anno prossimo. 

E, a dire il vero, questo argomento non è nato il 7 ottobre. Da decenni studiosi di diritto e organizzazioni per i diritti umani sostengono che l’occupazione della Cisgiordania, dichiarata contraria al diritto internazionale dalla Corte Internazionale di Giustizia già nel 2004, sia stata finanziata almeno in parte attraverso strumenti come gli Israel Bonds. Il denaro confluisce nel Tesoro dello Stato. Il Tesoro finanzia lo Stato. Lo Stato finanzia l’occupazione.

Questo argomento esisteva già nel 2003. Esisteva nel 2010. È esistito ogni singolo anno in cui un’autorità europea ha rinnovato silenziosamente quel prospetto. Ciò che è cambiato non è l’argomento in sé. È cambiata la scala della distruzione e l’impossibilità di fingere di non vedere.

Oltre la cecità procedurale
Le istituzioni europee affermano spesso di essere difensori dell’ordine internazionale basato sulle regole. Se questo impegno è autentico, deve andare oltre i discorsi e le dichiarazioni e applicarsi anche alle decisioni finanziarie.

Alla CSSF non viene chiesto di risolvere il conflitto israelo-palestinese. Le viene posta una domanda molto più semplice: il Lussemburgo dovrebbe continuare a concedere l’approvazione regolamentare a uno strumento finanziario il cui scopo è contribuire al finanziamento di uno Stato attualmente accusato di alcune delle più gravi violazioni del diritto internazionale?

Arriva un momento in cui la neutralità procedurale smette di essere neutrale.

Quando le istituzioni continuano a facilitare il flusso di capitali nonostante prove schiaccianti di comportamenti illegali, non stanno più rimanendo al di fuori degli eventi. Stanno contribuendo a renderli possibili.

Martina Patone

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