L’11 giugno 2026, la Camera dei Lavoratori Dipendenti (CSL) ha adottato all’unanimità il proprio parere relativo al disegno di legge sull’introduzione della classe d’imposta unica
Il Ministero delle Finanze, per conto del Governo, intende riformare la legge modificata del 4 dicembre 1967 relativa all’imposta sul reddito, principalmente attraverso l’introduzione di una classe d’imposta unica applicabile alle persone fisiche e, di conseguenza, attraverso la soppressione storica delle tre classi d’imposta 1, 1a e 2 che conosciamo ancora oggi.
La CSL riconosce diversi aspetti positivi della riforma. Lo sgravio fiscale apparente a favore dei redditi piccoli e medi è al tempo stesso necessario e benvenuto. La semplificazione del sistema attraverso la soppressione delle classi d’imposta costituisce anch’essa un progresso. L’aumento di alcuni tetti deducibili, l’introduzione della detrazione per la prima infanzia, così come il meccanismo di adeguamento degli scaglioni all’inflazione, anche se rimane insufficiente, vanno nella direzione giusta.
Tuttavia, non si tratta veramente della grande riforma fiscale richiesta dalla CSL.
Infatti, il disegno di legge non costituisce una vera e propria revisione del sistema fiscale lussemburghese, ma essenzialmente un adeguamento delle modalità di imposizione dei nuclei familiari. Sebbene questa evoluzione sia lontana dall’essere irrilevante sul piano sociale, essa lascia intatte le principali disuguaglianze strutturali che la CSL denuncia da anni.
I redditi da capitale continuano a beneficiare di un trattamento ampiamente più favorevole rispetto ai redditi da lavoro. Le nicchie fiscali come il regime degli “impatriati” o il premio di partecipazione continuano a compromettere l’equità fiscale. I grandi patrimoni rimangono non tassati, mentre la concentrazione delle ricchezze raggiunge livelli estremi. L’assenza di un’imposta sulle successioni in linea diretta perpetua disuguaglianze ereditate difficilmente compatibili con il principio meritocratico. Allo stesso tempo, gli innumerevoli parametri nominali del codice fiscale continuano a erodersi in valore reale, costituendo un aumento fiscale occulto che grava soprattutto sui nuclei familiari a reddito modesto e medio. Infine, il carico fiscale continua a spostarsi verso le famiglie, mentre le imprese vedono la propria fiscalità diminuire nel corso degli anni.
Ora, considerato il costo annunciato della riforma, la CSL ricorda che una politica fiscale responsabile deve garantire che lo Stato disponga durevolmente di risorse sufficienti e prelevate in modo equo, al fine di svolgere pienamente i propri compiti e garantire servizi pubblici di qualità.
Questa esigenza è tanto più importante in un contesto segnato dagli sconvolgimenti geopolitici e dalle considerevoli sfide delle transizioni digitale, ecologica e demografica. Di fronte a queste sfide, lo Stato deve preservare una capacità d’azione di bilancio adeguata ai bisogni della società.
In quest’ottica, una fiscalità più equilibrata non costituirebbe un semplice supplemento di giustizia sociale, ma una condizione essenziale per il buon funzionamento dello Stato e per la sostenibilità delle sue funzioni. La CSL metteva quindi in guardia contro qualsiasi tentativo di giustificare, in futuro, politiche di austerità o riduzioni dei servizi pubblici con il pretesto di un deterioramento delle finanze pubbliche derivante dalla diminuzione delle entrate fiscali causata dalla riforma.
Una riforma più ambiziosa e più giusta sarebbe stata possibile. Essa avrebbe permesso di correggere gli squilibri del sistema, creando al tempo stesso nuove entrate per contro-finanziare almeno in parte il costo della riforma, la quale è peraltro ampiamente pre-finanziata dalle famiglie stesse, a causa della non neutralizzazione degli scatti di indicizzazione accumulati da quasi un decennio.
Questo meccanismo ha generato circa 3,4 miliardi di euro di entrate fiscali supplementari tra il 2017 e il 2027. In altre parole, le famiglie hanno già finanziato gran parte della riforma di cui oggi vengono presentate come beneficiarie. Questa realtà relativizza fortemente la portata dello sgravio fiscale annunciato.
Inoltre, l’indicizzazione automatica degli scaglioni all’inflazione prevista dal disegno di legge costituisce certamente un segnale positivo, ma resta ampiamente simbolica. Poiché l’adeguamento interviene solo dopo lo scatto di quattro tranche di indicizzazione, questo approccio non risponde alle esigenze di una protezione efficace del potere d’acquisto e di una politica fiscale realmente coerente.
La CSL invita quindi il legislatore a non considerare questo disegno di legge come il punto di arrivo della modernizzazione della fiscalità lussemburghese. Esso deve essere visto per quello che è: un primo passo timido verso una riforma fiscale complessiva che resta ancora da costruire.
La vera riforma “copernicana” della fiscalità lussemburghese, quella che permetterebbe di conciliare giustizia fiscale, coesione sociale e sostenibilità di bilancio, presuppone di affrontare risolutamente l’insieme degli squilibri strutturali del sistema fiscale.
Allo stato attuale, la riforma proposta apporta alcuni miglioramenti ma non risponde alle aspettative di una modernizzazione approfondita della fiscalità lussemburghese. Nella sostanza, lascia intatto lo status quo delle disuguaglianze fiscali.
*redistribuzione strutturale
(Comunicato stampa – Lussemburgo, 15 giugno 2026)