L’identità europea continentale, con l’aggiunta del mondo anglosassone, un po’ anglonormanno e un po’ allargato ad un gruppo originario di cristiani fondamentalisti che a bordo del Mayflower fuggivano verso l’America la decadenza dei costumi nelle isole britanniche, si è storicamente incentrata anche per difetto (la scelta del large abroad della regina Elisabetta alla fine del XVI) su una parte minuscola del mondo costituita da un lago chiuso, il Mediterraneo. Splendidamente descritto da Fernand Braudel, ricco di tante civiltà affastellate le une alle altre, straordinariamente vario etnicamente ma anche insistente su uno spazio geografico marginale, ristretto, totalizzante peraltro per secoli la nostra rappresentazione del mondoconosciuto
Dall’Iliade all’Odissea alle guerre intestine fra le città greche, sino alla loro definitiva elisione, la storia europea si è dipanata nello spazio asfittico di un lago. Gli epici combattimenti di cui ci parla la storia greco- romana si sono svolti in ambiti confinati, intorno alle sponde di un partour peri mediterraneo il cui allargamento era vietato per i Romani soprattutto nei pressi degli altipiani iranici dalle frecce dei Parti e il cui campo di irradiazione non andava oltre la costa fenicia e il suo entroterra costituito dalla terra dei due fiumi, la Mesopotamia, senza mai superare le naturali barriere caucasiche o iraniane. Quindi, una microstoria geograficamente locale, ma talmente ingigantita e mitizzata nella sua rappresentazione da diventare addirittura olistica, come se il resto del mondo fosse solo una astrazione ignota, lo hic sunt leones riservato nelle carte romane alle regioni inesplorate. Ad accompagnare la litote geografica una sineddoche rappresentativa: noi occidentali ci siamo identificati a rappresentare il tutto, storia, cultura, civiltà umana. Il resto del mondo che non conoscevamo restava fuori. Secondo il teorema del lampadario, per citare il grande economista Jean-Paul Fitoussi.
Coscienti della nostra superiorità culturale, per noi euroatlantici il resto del mondo non poteva che essere condannato ad imitarci, con le buone o con le cattive. Egemonia, suprematismo, colonialismo, partiti da una litote geografica per semplice ignoranza del mondo, coltivata, nutrita, per secoli. Figuriamoci poi se appariva un nemico esterno, l’Islam, a minacciare i nostri valori. Per definizione si doveva sminuirne ogni valore, non poteva avere diritto di cittadinanza nel perfetto mondo culturale ormai affermatosi intorno al Mediterraneo greco-romano, a giusto titolo mare nostro per antonomasia. Abbiamo così per secoli basato la nostra identità sulla rimozione di quanto si collocasse all’esterno de nostri valori. Con un solo problema. Al di fuori ci stavano non dei laghi ma degli Oceani, delle megastrutture liquide ben più adatte di un mare chiuso a provocare la vastità dell’incontro e del confronto fra una molteplicità di culture e di conoscenze, di popolazioni e di miti creatori nel senso indicato da Mircea Eliade. Poco al di fuori del Mediterraneo, oltre il Mar Rosso, le acque dell’Oceano Indiano lambivano i limiti marini di lontane civiltà antichissime, la costa africana, il Madagascar, la Micronesia indonesiana, le coste indiane e cinesi. Questo immenso mare percorso da venti costanti aveva nei millenni ravvicinato culture e scoperte scientifiche apportate dalle diverse civiltà.

Ma conoscenze e culture si incontravano anche per via di terra lungo le vie di Giada (ribattezzate vie della seta nel XIX secolo) che erano state aperte all’inizio del III secolo d.C. sotto l’imperatore Han Wu Di fra la capitale cinese Xian (Changan) e l’Asia centrale sino a raggiungere il Mediterraneo. In numero di tre, erano merito di un emissario imperiale, Zhang Qian, inviato in Asia centrale ad ottenere contro i minacciosi nomadi Xiongnu che insidiavano l’espansione occidentale cinese all’epoca degli Han anteriori il sostegno dei nomadi Yüeh-shi e fatto prigioniero per 13 anni in Sogdiana. Sulle acque gli scali aperti sull’Oceano indiano, agevolmente navigabile per la presenza di venti costanti (i monsoni) collegavano persone e conoscenze in un perimetro esteso dai confini dell’Africa del sud ( Mozambico) all’Africa dell’Est sino al Mar Rosso, all’Oman, allo stretto di Ormuz su cui si affacciava l’impero persiano, sino all’attuale Pakistan, alle coste indiane e, al di là della Micronesia indonesiana e al distretto di Malacca, sino alle coste cinesi estese nel nord est dell’immenso quadrante. Ne scaturiva un melting pot di costumi e conoscenze cui ogni civiltà affacciata sull’Oceano Indiano contribuiva.
La Cina in cui la prima università imperiale sotto l’imperatore Ling era stata fondata nel 165 d.C., quasi mille anni prima di quella di Bologna (1088), contribuiva alle conoscenze con la bussola il cui uso aveva preceduto l’Europa di 11-13 secoli, la stampa introdotta in Cina 7-8 secoli prima dell’Europa, la polvere da sparo di cui i cinesi facevano uso 4 secoli prima l’introduzione in Europa dei primi trabucchi o dei fucili ad avancarica.
Dalla penisola indiana, grande terra di studiosi di astronomia, proveniva dal V secolo la grande matematica. Mentre l’Europa conosceva dall’epoca greca e latina la numerazione ordinale ed ignorava lo zero, l’India, grazie a studiosi come Aryabhatiya o Brahmagupta, introduceva il sistema numerico decimale posizionale, il fondamentale numero zero, avanzava nel calcolo algebrico e trigonometrico e nelle serie matematiche con la scuola di Kerala. Grazie allo straordinario polmone conoscitivo arabo formato dai califfi Abassidi a Baghdad con la Bayt al-Hikma, la casa della saggezza, le conoscenze matematiche indiane si trasferivano nel mondo arabo e da lì raggiungevano l’Europa. Per gli arabi la rappresentazione numerica si configurava con il numero degli angoli delle babbucce, a partire dall’isolato angolo di wâhed (1-uno) sino al fondamentale Ȿifr, lo zero, tradotto in occidente come cifra. Ma nel grande impero abbaside contributi originali vengono forniti da Boukhara, trasformata in alto luogo della cultura persiana e della diffusione dell’islam sunnita. Il matematico Abu Ja’far Muhhammad al Khwârazmi (780-850) astrologo rinomato alla corte del califfo al Ma`mun, darà il suo nome agli algoritmi che condizionano ormai tutti gli aspetti della nostra esistenza di uomini in origine liberi. Ma a Boukhara operava anche il matematico Muhammad al-Fârâbî autore del famoso Fusûl al-Hikam “il giudizio della saggezza”, prontuario delle conoscenze scientifiche del tempo, mentre il celebre medico Avicenna, Ibn Sinâ, produceva “Il canone della medicina”( Al-Qanûn fi at-Tibb) che sarà diffuso in tutta Europa contribuendo al miglioramento dei contenuti della medicina europea tradizionale, rimasta indubbiamente nei secoli molto più arretrata, come constatavano gli storici arabi delle crociate nel trattamento dei feriti cristiani.
Ma le grandi distese liquide dell’Oceano Indiano, lo spirare nell’area di venti costanti costituivano anche un impulso al miglioramento delle tecniche marittime di navigazione e al ravvicinamento delle popolazioni. In fondo non bisogna dimenticare che la costruzione di un mondo commerciale integrato che andasse dalla Cina alla Persia fino all’Europa, caratterizzato dalla libera circolazione di beni e di persone, era prima di tutto un sogno mongolo anche se fu presto abbracciato da quelle potenze marittime come Genova, Venezia, Amalfi, Pisa che avevano fatto del commercio la ragione principale della loro stessa esistenza e al loro successo. Come ricorda Di Cosmo, citato da Franco Cardini, nel suo “Venezia e i Mongoli”. Forse la figura storica che meglio rappresenta l’evoluzione tecnologica avvenuta nei secoli intorno alle acque dell’Oceano Indiano e che ha ricevuto grande rilievo nella narrazione cinese intorno alla iniziativa Belt and Road Initiative (BRI) destinata dal 2013 a collegare la Cina all’Europa attraverso cinque vie, tre ferroviarie, una stradale, una marittima, è quello dell’ammiraglio cinese Zeng He. Originario dello Yunnan, musulmano, eunuco, Zeng He è inviato dall’imperatore Yongle della dinastia Ming a condurre sette spedizioni fra il 1405 e il 1433. Siamo quindi più mezzo secolo prima del primo viaggio di Cristoforo Colombo a Hispaniola e dell’arrivo dei portoghesi nell’Oceano Indiano (1498). Le giunche utilizzate da Zeng He arrivano dalle coste cinesi sino alla costa orientale africana e risalgano in parte il Mar Rosso.
Se le caravelle di Colombo, espressione della cocca genovese erano a tre alberi e non raggiungeva i 25 metri di lunghezza, le “navi del tesoro” di Zeng He avevano nove alberi e nelle stime di lunghezza più prudenti erano lunghe dai 60 ai 90 metri, per non parlare dei 120 metri citati nelle cronache cinesi. Zeng He non pensa a delle conquiste coloniali delle zone visitate, porta doni dell’imperatore per poi ripartire lungo le rotte marittime percorse da secoli da mercanti arabi, persiani, indiani, malesi al ritmo dello spirare dei monsoni. Successivamente gli attacchi terresti subiti dai Ming dal nord della Grande Muraglia consiglieranno la chiusura delle coste cinesi e i peripli delle giunche cinesi non si ripeteranno. Ma l’Oceano Indiano resterà nei secoli come vettore di civiltà. Grazie alla presenza delle repubbliche marinare che si erano spinte lontano con le loro colonie, dall’India al Mar Nero, al Mar d’Azov, sbocco della via mongola che portava alla Persia e alla Cina, gli echi di tale evoluzione tecnologica raggiungono anche il Mediterraneo.
Intorno alla inesistente figura di Flavio Gioia si può ritenere che fosse un amalfitano a scoprire nel mar arabo o sulla costa indiana l’uso della bussola magnetica. Mentre è invece certo un pisano, Leonardo Fibonacci che con il suo Liber Abaci introduce in Europa il sistema di numerazione indo-arabo con l’introduzione del prezioso zero che nato in India conclude in Europa il suo lungo periplo, e sono i genovesi a ricuperare dagli arabi i cartolari di navigazione (portolani) e la velatura mobile che Carlo Mario Cippola considerava uno dei principali progressi dell’Europa verso la modernità. Innovazioni, progressi, tecniche che avevano tutte trovato la loro origine al di fuori di quel meraviglioso crocevia mediterraneo di civiltà citato da Braudel che peraltro condivideva la sua storia con altri crocevia e altre civiltà, di uguale se non maggiore importanza, peraltro rimaste confinate per il sempre dominante eurocentrismo nella discreta penombra della storia rimossa.
Carlo degli Abbati
Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz