Gildo Molinari, fotografo, 37 anni, di nazionalità italiana, risiede da anni in Lussemburgo. Il suo impegno per la causa palestinese affonda le radici in un viaggio in Cisgiordania nel 2018. Spinto dal bisogno di vedere con i propri occhi ciò che spesso resta fuori dalla narrazione dominante, parte da solo per la Palestina occupata, un’esperienza che cambierà la sua prospettiva in modo definitivo.  Anni dopo, sale a bordo di una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla 2026. La flottiglia era diretta verso Gaza quando, nella notte del 29 aprile, almeno 22 delle 58 imbarcazioni vengono intercettate dalle forze israeliane in acque internazionali. Si è trattato di un assalto nel mare aperto nel più completo disprezzo del diritto internazionale del mare regolato dalla Convenzione ONU del 1982 ed entrata in vigore nel 1994. Quando i droni cominciano a sorvolare la barca, Molinari e gli altri attivisti capiscono che qualcosa sta per succedere. Poco dopo, imbarcazioni militari si avvicinano con i propri equipaggi che puntano le armi sui passeggeri. Un’esperienza segnata da paura, solidarietà e dalla convinzione che la società civile, quando si unisce, possa ancora fare la differenza. Ne abbiamo parlato direttamente con lui

Foto copyright Gildo Molinari

Quando è iniziato il tuo impegno per la Palestina?

È iniziato nel 2018, anche se spesso viene detto per errore che io sia stato a Gaza. In realtà sono stato in Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati. Sono partito da solo, senza associazioni o organizzazioni alle spalle. Era un momento personale difficile, cercavo risposte, e volevo vedere con i miei occhi. La narrazione che avevo sempre ricevuto era molto semplificata: da un lato le vittime della Seconda guerra mondiale, dall’altro i “terroristi”. Ma guardando anche solo le immagini, con soldati armati da una parte e ragazzi con le pietre dall’altra, quella narrazione non mi sembrava sufficiente.

Cosa ti ha colpito di più in quel primo viaggio?

L’umanità dei palestinesi. Nonostante quello che subiscono, non ho mai sentito odio gratuito. Mi spiegavano che la questione era politica e che il loro desiderio più grande era poter essere liberi. Ricordo un ragazzo a Betlemme, più o meno della mia età, che indicava Gerusalemme che era vicinissima e mi diceva “la vedi ?”. Ma per lui poteva voler dire aspettare anni per un permesso per visitarla, oppure rischiare la prigione. Lì ho capito quanto siamo privilegiati solo per il caso di essere nati da una parte del mondo invece che da un’altra.

Nella foto Gildo Molinari (copyright Monica Schlotthauer)

Dopo quel viaggio cosa è cambiato?

Quando sono tornato ho cominciato a condividere quello che avevo visto. Non amo molto le etichette: attivista, sinistra, destra… Io mi sento libero. Però se raccontare quello che ho visto. Se partecipare, informare e schierarsi contro un’ingiustizia significa essere attivista, allora sì, lo sono. Per me il punto è semplice: restare umani.

Come sei arrivato alla Global Sumud Flottilla?

Dopo quel primo viaggio avrei voluto tornare con la fotografia, per documentare e continuare a raccontare. Poi ci sono stati il Covid, il 7 ottobre, la guerra, e non è stato semplice. Quando si è aperta la possibilità di partire con la Flottilla, mi sono detto che ci sarei stato. Ho partecipato a manifestazioni, mi sono iscritto, e questa volta sono riuscito a partire.

La Flottilla viene spesso descritta come improvvisata. È stato così?

No, assolutamente. I media tradizionali spesso ci dipingono come degli “scappati di casa”, ma non è così. C’era una struttura molto seria, con procedure, corsi, preparazione alla non violenza e alla gestione di un’eventuale intercettazione. A Barcellona siamo rimasti circa dieci giorni anche a causa del rinvio della partenza per il maltempo. In quei giorni abbiamo fatto formazione continua. Ogni movimento, in una situazione del genere, può avere conseguenze per la persona, per il gruppo e per tutta l’organizzazione.

C’era un capitano che ci trasmetteva sicurezza, e una forte fiducia reciproca

Gildo Molinari

Com’era la vita a bordo?

La nostra barca si chiamava Batolo e Amqa, come un villaggio palestinese. Eravamo in dieci. Era un veliero di legno, bellissimo ma molto lento. C’erano persone di nazionalità diverse, età diverse, storie diverse. Quello che mi ha colpito è che, pur vivendo 24 ore su 24 insieme in condizioni non semplici, non ho visto veri conflitti. Si era creata una famiglia. C’era un capitano che ci trasmetteva sicurezza, e una forte fiducia reciproca.

Foto copyright Gildo Molinari

Quando avete capito che sareste stati intercettati?

Già dal primo giorno c’erano droni. Alcuni giorni il movimento era più intenso, altri meno. La sera dell’intercettazione, però, i droni erano molti di più. Poi abbiamo visto dei motoscafi con i fari. A quel punto abbiamo capito che l’intercettazione era quasi certa. Eravamo in acque internazionali, secondo il nostro racconto a circa 60-70 miglia da Creta, in una zona in cui le autorità greche avrebbero dovuto intervenire.

Cosa è successo?

La prima volta si sono avvicinati, ci hanno puntato i fucili e ci hanno ordinato di andare a prua, in ginocchio, con le mani dietro la schiena. Nelle nostre procedure il capitano va sempre protetto, perché è una delle persone più esposte. Poi però non sono saliti subito. Secondo me cercavano alcune persone precise. È una mia opinione personale, non parlo a nome dell’organizzazione. Dopo circa un’ora siamo ripartiti verso le acque territoriali greche, ma sono tornati. A quel punto abbiamo capito che sarebbero saliti.

Come si sono comportati?

Sono saliti armati. Ci hanno perquisiti, ci hanno tolto documenti e oggetti personali. Hanno strappato bandiere e riferimenti alla Palestina. C’è stata violenza gratuita e anche la volontà di distruggere elementi simbolici della barca. La cosa che mi ha colpito sono stati gli sguardi di quei soldati israeliani: rabbia, aggressività, ma anche, in un caso, il disagio di un giovane soldato che non sembrava a suo agio con quello che stava accadendo.

Anzi, ogni azione utile per Gaza va sostenuta

Gildo Molinari

Dove vi hanno portati?

Ci hanno trasbordati su una nave militare. Lì siamo stati tenuti in un’area circondata da container, sotto il sole di giorno e al freddo di notte. Sopra di noi c’erano soldati armati. Ci avevano tolto i vestiti più pesanti. La prima notte il pavimento era bagnato, quindi era difficile anche solo sdraiarsi. Siamo rimasti lì circa 30-40 ore. L’acqua era poca, il cibo ci è stato dato due volte, dentro sacchetti dell’immondizia. Molti hanno iniziato uno sciopero della fame. Io ho mangiato mezzo panino.

Nella foto: Thiago Avila (copyright Gildo Molinari)

Come vi siete organizzati tra di voi?

Anche lì, in condizioni pesanti, è emersa l’organizzazione interna. C’erano circa 180 persone e pochi bagni chimici. Alcuni volontari si sono messi a pulirli, a tenere in ordine l’area, a fare turni. Tiago, (Thiago Avila, uno dei principali coordinatori della Global Sumud Flotilla, ndr) in particolare, ha avuto un ruolo importante nel mantenere il gruppo unito. Facevamo assemblee, ci parlavamo, cercavamo di capire dove fossimo e cosa stesse succedendo.

Cantavamo anche, come forma di resistenza e per non crollare psicologicamente.

Hai avuto paura?

Sì. A un certo punto mi sono chiesto: “Dove sono finito? Chi me l’ha fatto fare?”. Ma poi la causa, il gruppo, la solidarietà ti danno energia. Mi ritengo fortunato perché non sono stato picchiato. Altri hanno subito violenze fisiche gravi. Alcune persone sono state ricoverate in Grecia. Sono notizie che per molti di noi sono emerse solo dopo, perché chi subisce certe cose non sempre riesce a parlarne subito. E, comunque, sempre consapevoli che, rispetto alla detenzione, quello abbiamo vissuto noi non è niente rispetto a quello che sono costretti a vivere i Palestinesi nel quotidiano da troppo tempo ormai: ci sono oltre 10000 Palestinesi detenuti senza accuse formali di cui circa 400 bambini.

Cosa è successo quando siete arrivati in Grecia?

Anche lì, per me, è stata una grande delusione. Pensavamo di essere liberi, invece i passaporti non ci sono stati restituiti subito. Siamo rimasti ore senza spiegazioni chiare, con pochissime possibilità di telefonare. Su circa 180 persone, ci sono state concesse solo poche telefonate. I feriti, secondo quanto abbiamo visto, non sono stati portati immediatamente in ospedale. Ci hanno fatto salire su autobus, poi è iniziato un lungo giro dell’isola. Alla fine abbiamo deciso di scendere e camminare verso l’aeroporto. Solo lì, davanti ai diplomatici e ai consolati, la situazione ha iniziato a sbloccarsi.

Come sei rientrato?

La Turchia ha messo a disposizione un volo per chi voleva lasciare la Grecia. Siamo andati a Istanbul. Lì siamo stati accolti, aiutati con telefoni, vestiti, ospedale, controlli medici, dichiarazioni alla polizia. È stata un’altra giornata interminabile, ma almeno c’era l’organizzazione che ci ha sostenuti concretamente. Sono poi rientrato in Lussemburgo la domenica successiva (3 maggio, ndr), con un volo pagato dall’organizzazione (non dagli Stati, come molti detrattori hanno sostenuto, ndr).

Dopo tutto questo, pensi ancora che la Flottilla abbia senso?

Sì. Capisco alcune critiche, anche quelle sui costi o sul rischio di simbolismo. Ma la Flottilla nasce proprio per questo: rompere il silenzio, dare visibilità, mostrare cosa accade, attirare l’attenzione sull’assedio e sulla violenza. I fondi raccolti sono donazioni fatte per una missione precisa. Non avrebbe senso prenderli e usarli per altro senza rispettare chi ha donato. Questo non significa che la Flottilla sia l’unica forma di azione possibile. Anzi, ogni azione utile per Gaza va sostenuta.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Mi ha lasciato dolore, rabbia, ma anche speranza. Ho conosciuto persone da tutto il mondo, di tutte le età, di tutte le provenienze sociali. Medici, studenti, pensionati, attivisti giovanissimi, persone comuni. Tutti lì senza interesse economico, solo per una causa. Mi ha confermato che la società civile, quando si unisce, può ancora avere forza. In questi anni siamo stati isolati, separati, spinti all’individualismo. Ma questa esperienza mi ha fatto vedere che una luce c’è ancora.

E in Lussemburgo? Che società civile hai trovato?

Il Lussemburgo in superficie può sembrare piatto, concentrato su altro. Ma esiste un’altra parte del Paese. Dal 2023 si marcia ogni sabato per la Palestina. Ci sono associazioni, gruppi, persone che si mobilitano. Per me questa vicenda mi ha fatto scoprire anche un altro Lussemburgo. E questo, nonostante tutto, mi dà speranza.

Intervista raccolta da Martina Patone e Paola Cairo (Foto collage di cover: Inés Madrazo, Inés Titsaoui e Monica Schlotthauer)

Leggi anche : l’attacco, un italiano residente in Lussemburgo nella Flotilla, le selezioni per la missione di primavera, l’evento ANPI

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