Si racconta che quando il cavallo di Osman, alle fine del suo lungo viaggio verso l’Anatolia dall’Asia Centrale toccò con lo zoccolo l’acqua del Mediterraneo, si ritrasse impaurito. E’ questa una leggenda che si racconta in Turchia per sottolineare la storica natura continentale dell’Impero ottomano. Ma nei secoli sino ad oggi le cose sono profondamente cambiate. Nella nuova Turchia nata nel 1923, la recente teoria della Patria Blu (Mavi Vatan) immaginata dall’ammiraglio Cem Gürdeniz considera che la difesa del continente anatolico si deve fare anche dal mare. E di recente la Turchia è passato dal concetto strategico “zero problemi con i vicini” ad una fase di presenza esterna multivettoriale che vede la Turchia presente nel Medioceano occidentale (Libia) ed orientale (Cipro),  ma anche nel Mar Rosso sino all’Oceano Indiano (Somalia), per non parlare della sua irradiazione continentale, verso l’Asia, ma anche verso l’interno del Continente africano che nelle vecchie carte geografiche ottomane al di sotto del litorale mediterraneo era una volta indicato con la croce di morto. Qualcosa di analogo al “hic sunt leones” della cartografia romana

Source: University of Texas, Perry Castaneda Library Map Collection – Courtesy of the Un. of Texas Libraries, The University of Texas at Austin

Ora nell’isola di Cipro, divisa da una linea di demarcazione che spacca in due lungo la green  line la capitale Nicosia dal 1974, dividendo la parte greco-cipriota a sud dalla parte turco-cipriota a nord, l’isola alberga nella sua parte meridionale come retaggio del suo passato coloniale due basi a sovranità britannica, Dhekelia e Akrotiri.

Le basi di Akrotiri e Dhekelia non sono una presenza militare qualsiasi. Sono sotto sovranità britannica dal 1960, cioè dall’indipendenza di Cipro, in virtù del Trattato di istituzione della Repubblica. Non sono quindi semplici strutture concesse in uso, ma dei veri territori sovrani britannici estesi a 250 ettari mantenuti da Londra come eredità del passaggio post-coloniale. Ora quando, il 1° marzo 2026, in risposta all’evidente fiancheggiamento britannico alla guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio nel pieno corso di negoziati in Oman oggi sappiamo dall’andamento inutilmente positivo, un drone Shahed è stato dal Libano indirizzato verso la base di Akrotiri, era evidente che questo lancio non riguardasse un attacco alla Repubblica di Cipro.

Ci si può domandare allora, come abbiamo già fatto su questa rivista, come mai invece una vera e propria armada si sia messa subito in moto dopo l’attacco intorno all’sola, in cui si distingueva la portaerei francese Charles de Gaulle arrivata dal Baltico – mare che come è noto confina direttamente con le acque francesi – come se l’attacco iraniano riguardasse non la base RAF, ma Cipro e quindi, indirettamente, l’Unione europea di cui la parte greco-cipriota dell’isola è membro. Oggi si scopre che la presenza della portaerei francese non era casuale. Nel giugno prossimo, Cipro firmerà un accordo che consentirà la presenza di truppe francesi sull’isola “per motivi umanitari”, come ha dichiarato il 26 aprile a Nicosia il presidente Nikos Christodulides.

L’accordo sembra collegato alla recente visita del presidente Macron nell’isola e al rafforzamento del partenariato strategico siglato nel dicembre 20225 fra i due paesi, ma  fa anche seguito  a una serie stringente di accordi già conclusi dalla  Repubblica di Cipro con Israele, dall’acquisto del sistema di difesa Barak MX, l’addestramento congiunto, l’utilizzo dello spazio aereo e marittimo cipriota, i progetti energetici collegati ai giacimenti di Karish,  sino all’obiettivo di  una progressiva integrazione delle due difese nazionali. Conoscendo la situazione dell’isola, l’iniziativa francese non fa che approfondire la frattura esistente nel Mediterraneo Orientale fra la Turchia e la coalizione costituita fra la Grecia, la Repubblica di Cipro, Israele. Ovviamente il primo ministro della Repubblica di Cipro del Nord (TRNC) Unal Ustel ha duramente criticato l’iniziativa “definendolo un passo estremamente pericoloso, provocatorio ed inaccettabile” suscettibile di “provocare gravi danni al clima di pace  e di stabilità sull’isola”. In particolare Ustel ha avuto parole dure per la Francia: “La Francia, membro dell’UE, che rappresenta uno dei maggiori ostacoli a una soluzione giusta e duratura a Cipro, tenta di schierare truppe sull’isola, il che è anche una chiara indicazione della politica ipocrita della UE”, affermando che “le misure…adottate ignorando i turco-ciprioti riceveranno certamente la risposta necessaria”. Se la  mossa francese sembra confortare la tradizionale linea anti-turca dei governi francesi, da Sarkozy in poi, Il campo di confronto del Mediterraneo orientale non è per la Turchia una novità. Ha già conosciuto un momento importante sei anni fa il 4 dicembre 2019, in Libia, all’epoca  momento del tentativo del gen. Khalifa Haftar spalleggiato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti di rovesciare il governo legittimo di Tripoli presieduto da Fâi’z el-Serrağ. La Turchia, approfittando della insufficienza militare e diplomatica del governo italiano (Conte II) rimasto immobile, era intervenuta a favore del governo di Tripoli. In un certo senso  quasi il recupero turco della Libia dopo la invasione italiana del 1911. L’aiuto consisteva in mezzi, logistica, oltre a otto brigate costituite da forze siriane inviate a combattere in territorio libico per un totale di 5.000 uomini. L’intervento era stato preceduto da un memorandum di intesa, il 26 novembre 2019, con il governo libico che costituiva da parte turca una vera e propria “mossa del cavallo” contro l’operatività del progetto EAST-MED che aveva escluso la Turchia.

Si trattava di un progetto di gasdotto off-shore che avrebbe incanalato il gas estratto al largo della costa di Israele-Palestina con l’interessamento dell’Egitto e dell’ENI verso la Grecia via Cipro e Creta, raggiungendo in seguito anche l’Italia. L’accordo turco-libico, estendendo le Zone Economiche Esclusive di Libia e Turchia avrebbe reso impossibile il passaggio dei gasdotti nel Mediterraneo. La imponderabile iniziativa francese odierna, dettata forse anche da probabili ragioni di prestigio, dopo l’allontanamento dal Sahel, non può che essere vista da Ankara come una provocazione, con l’ingresso armato di una potenza europea in un delicato quadrante in cui la Turchia si considera attore indispensabile. Ma che vede anche sempre più chiaramente profilarsi un blocco ostile  alla  Turchia, formato da Israele, Cipro, Grecia, Egitto ed Emirati. Cui si aggiunge ora, insalutato ospite, una Francia strutturalmente contrapposta ad Ankara, di cui ha sempre sistematicamente boicottato i tentativi di adesione all’Unione Europea dopo la presidenza Chirac.

Rimangono poi i nuovi grattacapi di una NATO che vede profilarsi al suo interno una contrapposizione ferma di tre suoi membri, in un diseguale 2 contro 1. Quando già fa tanta la fatica a proteggersi dai nemici esterni. Tanta roba. Qui possiamo fare due osservazioni personali. Il concentrarsi verso l’isola, che riveste per la politica di Ankara una importanza fondamentale, di tanti interessi contrapposti può convertirla in disputato avamposto strategico, come già abbiamo scritto. In secondo luogo, l’allineamento di uno stato come la Francia alla influenza israeliana nell’isola, dopo i comportamenti di Israele a Gaza, nei Territori occupati, i ripetuti attacchi  all’Iran in pieno corso anche favorevole dei negoziati sul nucleare, l’espansione israeliana armata verso il Libano i e i paesi vicini, sarà considerato moralmente inaccettabile anche dalla gran parte dei cittadini europei, non solo di nazionalità turca. Soprattutto dai  futuri elettori francesi. Che forse si sarebbero aspettati invece da Macron una speculare ferma opposizione al tentativo di pulizia etnica e conquista  territoriale  del Libano sud, sino al fiume Litani. In difesa non degli interessi israeliani ma dei cittadini libanesi. Ma ormai anche le vicende del mandato francese del 1916 sul Libano e il Jbel Druze sembrano essere passate,  con la sua presidenza,  “dans les poubelles de l’histoire”.

Carlo degli Abbati

*Insegna Diritto dell’Unione Europea  e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Ha insegnato Storia della Integrazione Europea alla Université de Lorraine-Metz

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