Il 12 settembre 1963 ad Ankara veniva firmato un accordo che creava una associazione fra la allora C.E.E. e la Turchia. Che seguiva di un anno quello già firmato con la Grecia. Ne erano firmatari per il Re dei Belgi Paul-Henri Spaak, ministro degli Esteri, per la R.F.A. Gerhard Schroeder, ministro degli Esteri, per il presidente della Repubblica Italiana Emilio Colombo, Ministro del Tesoro, per S.A. Reale la Granduchessa di Lussemburgo Eugène Schaus, vice-presidente del Governo e ministro degli Esteri, per Sua Maestà la Regina dei Paesi-Bassi, Joseph Luns, ministro degli Esteri, rappresentante anche del Consiglio dei Ministri C.E.E. come presidente in esercizio, per il Presidente della Repubblica di Turchia Feridun Cemal Erkin, ministro degli Esteri

All’art. 4 l’accordo prevedeva la messa in atto progressiva di una unione doganale fra la Turchia e la Comunità che è entrata effettivamente in vigore il 1° gennaio 1996. L’unione facilita il libero scambio di prodotti industriali e agricoli trasformati, eliminando i dazi doganali. L’UE è divenuto nel frattempo il più importante partner commerciale della Turchia, con esportazioni dirette soprattutto verso la Germania e l’Italia. Come ambito di applicazione, l’accordo copre merci industriali e prodotti agricoli trasformati; per i prodotti agricoli di base e carbone/acciaio vigono invece accordi preferenziali separati. Conformemente agli obblighi derivanti dall’Unione, la Turchia adotta la tariffa doganale comune (TDC) dell’UE per i prodotti industriali e allinea le sue normative commerciali a quelle europee. Le merci circolano liberamente con certificato ATR, emesso elettronicamente dal 2024, ma le regole di origine possono ancora applicarsi per prodotti di paesi terzi. Ma ecco il primo punto di disappunto delle autorità turche. Dal momento della sua entrata in vigore, visto la vigenza dell’accordo, le autorità turche si sarebbe aspettate di essere informate e consultate sulla evoluzione degli accordi commerciali con i paesi terzi che la Commissione conduce su mandato   degli Stati membri della UE, dati i possibili effetti sui settori industriali ed agricoli turchi interessati dall’unione doganale UE-Turchia in vigore dal 1996. Se si fa riferimento agli accordi più recenti UE-Mercosur e UE-India invece non ha avuto luogo alcuna consultazione fra la Commissione UE e le autorità turche. Ma le autorità turche stigmatizzano ancora di più una altra circostanza essenziale. Con un cambio di rotta radicale molto recente, la UE sta ridefinendo la sua politica commerciale dopo mezzo secolo di adesione alla Reaganeconomics anglo-americana, cioè all’approccio ultra-liberale che ha fatto dimenticare almeno dal Trattato di Maastricht alle istituzioni la loro matrice iniziale, fondata sul rispetto delle economia sociale di mercato, alla base dei primi “trent’anni gloriosi”. La “nuova” politica commerciale viene adeguata   non puntando sulla semplice liberalizzazione, ma introducendo i nuovi concetti di “sicurezza economica” e “autonomia strategica”, concepiti dopo il passaggio al protezionismo della amministrazione Trump. Accorciamento delle catene di valore, localizzazione degli interventi in settori critici, nonché la retorica del “friend-shoring” , detto anche “back-shoring” o “re-shoring” cioè del rimpatrio delle attività produttive sono diventati il centro delle riflessioni bruxellesi. Ma qui emerge una contraddizione fondamentale: mentre l’Europa cerca di definire la sua architettura di sicurezza economica, lascia fuori dal sistema la Turchia che per ragioni se non altro geografiche potrebbe invece costituire un forte complemento di questa architettura. Da una parte, l’UE mira a far rivenire in Europa  la sua produzione, a proteggere le proprie industrie, a ridurre i rischi di fornitura attraverso la “preferenza comunitaria”. Dall’altra agisce, in maniera contradditoria, prescindendo dalla unione doganale con la Turchia vigente ormai da un trentennio. Ora, l’unione doganale ha reso ormai la Turchia parte integrante dell’industria europea. Dal settore automobilistico al tessile e al settore meccanico, una parte importante del “made in Europe” è frutto del settore manifatturiero turco. Da ultimo si può ricordare la ripresa di Piaggio Aviazione di Genova-Finale Ligure da parte del gruppo turco Baykar specializzato nella produzione di droni. 

La Turchia non è oggi quello che è stata per anni la Cina per il mondo occidentale, paradiso del “made by foreigners in China”, costituisce un partner commerciale perfettamente allineato per dimensione, velocità di produzione e quadro regolamentare. Ora, il problema non è turco, ma essenzialmente europeo. Di fatto, la UE ha la strutturale tendenza a sottoporre ogni integrazione economica a dei vincoli politici. L’approccio sostanzialmente ideologico condizionante le relazioni commerciali della UE si esprime anche nella percezione della esistente unione doganale con la Turchia. Se il suo quadro normativo non comprende i servizi, il digitale, in parte l’agricoltura, i pubblici appalti, queste deficienze non implicano la sua irrilevanza, significano invece che l’assenza di una modernizzazione dell’accordo sta comportando alti costi per ambo i contraenti. In questo senso la decisione UE di procedere a nuovi accordi commerciali escludendone la Turchia non solo lede questo paese, ma contraddice il nuovo indirizzo comunitario rivolto alla “autonomia strategica”. Si constata però che, mentre l’Europa parla di autonomia strategica, nei fatti persegue questa politica nel modo più contradditorio, istituendo catene di valore che sono geograficamente remote, politicamente fragili, logisticamente allungate. A causa del political bias, il nuovo bilanciamento, costruito sulla disponibilità di prodotti agricoli e materie prime dall’America latina, con l’accordo con il MERCOSUR,  e di prodotti industriali a basso costo dall’India, per non parlare del GPL ormai comprato in prevalenza oltre-Atlantico come ersatz del gas russo di tubo, non solo non rende l’Europa complessivamente più  sicura.

Di fatto invece ogni alternativa intesa ad escludere la Turchia si traduce in tempi di consegna più lunghi, più alti costi di logistica, nonché in maggiori rischi geopolitici per l’industria europea. Ma bisogna aggiungere altre considerazioni sulla natura della discrepanza tra l’approccio del “Made in Europe” e l’esistente quadro giuridico posto dalla unione doganale UE-Turchia. L’esclusione della Turchia dal processo di “Intra-European Production” attraverso la leva degli appalti, sussidi, meccanismi di sostegno industriale pone il problema del non rispetto da parte della UE dei propri principi disegnati per il mercato interno. Considerare per ragioni politiche la Turchia come se fosse posta al di fuori delle catene di valore europee quando ne è parte integrante, segnala una rottura nella nuova posizione di bilanciamento voluta dalla UE fra libero mercato e sicurezza economica.

Questo atteggiamento, non giustificato agli occhi delle autorità turche, potrebbe anche aprire via di un contenzioso giuridico di fronte alla Corte di Giustizia per vedere riaffermato dalla Commissione la validità degli obblighi posti dalla unione doganale UE-Turchia. Ma constatando il ruolo svolto dalla geopolitica turca in una serie di quadranti, dal Mar Nero, al  Mediterraneo, all’Africa settentrionale e centrale, si può anche concretamente immaginare lo sviluppo di una serie di azioni concrete da parte delle autorità turche. Dalla semplice richiesta di una modernizzazione della Unione Doganale al fine di una maggiore integrazione con la UE in termini di sicurezza economica, trasformazione verde, rinforzo delle catene di valore. Sino alla opzione opposta, con la Turchia che potrebbe anche dimostrare all’Europa di possedere altre alternative, usando i suoi rapporti economici con i paesi del Golfo, l’accesso ai mercati asiatici, i negoziati commerciali in corso con la Gran Bretagna, la sua penetrazione in Africa. Dimostrando così che un allontanamento della UE dalla Turchia, cioè da uno dei paesi protagonisti nel Mediterraneo, in Medio Oriente, in Africa, oltre che in Asia,  dopo quello ormai destinato ad essere probabilmente perenne dalla Federazione Russa dopo la scelta di campo anche bellica fatta dalla Unione Europea esclusivamente a favore dell’Ucraina, costituirà per l’Europa uno scenario sempre più complicato logisticamente e fragile sul piano economico e politico, per il suo progressivo isolamento geopolitico dai più importanti paesi confinanti. Ache se non c’è dubbio che la geografia del continente si dimostrerà alla lunga ben più forte delle sue effimere scelte politiche. Come afferma Can Selçuki dall’ufficio di Ankara della World Bank:” In essence, rather than centring its approach on a demand to be “included”, Turkey can turn the tables by making it measurably clear why scenarios that exclude Turkey are more costly, slower, and more fragile for Europe” (Tradotto: In sostanza, piuttosto che incentrare il suo approccio sulla richiesta di essere “inclusa”, la Turchia può ribaltare la situazione rendendo misurabilmente chiaro perché gli scenari che escludono la Turchia sono più costosi, più lenti e più fragili per l’Europa, ndr) .

Da europei del sud, da italiani , non possiamo che auspicare che avvenga il contrario. Perché soprattutto per l’Italia un accordo con la Turchia è fondamentale in quel quadro trascurato, il Mesoceano, oggi passato colpevolmente in secondo piano, ma destinato inevitabilmente in futuro a riconquistare tutta la sua rilevanza. E per un Italia mediterranea i due paesi rilevanti del suo futuro quadro di influenza orizzontale sono a Est una Francia ridivenuta comprensibile e a Ovest la Turchia  che per il suo sviluppo  ha Cipro di fronte come una Taiwan mediterranea.

Carlo degli Abbati

*Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia della Integrazione Europea alla Università di Lorraine-Metz.

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