L’approdo del tenore italiano al Saarländisches Staatstheater con la Tosca di Puccini –  in programma con il suo ultimo spettacolo della stagione il prossimo martedì 10 marzo – rappresenta un momento di passaggio emblematico. Il suo Cavaradossi non è soltanto un debutto di ruolo, ma un vero “ponte” verso un futuro artistico che guarda con interesse ai grandi protagonisti del repertorio pucciniano e verista

©-Fiorenzo-Galbiati

Con una carriera ormai entrata in una fase di piena maturità, Oreste Cosimo continua ad ampliare il proprio repertorio, esplorando ruoli che mettono alla prova non solo la voce ma anche l’identità interpretativa. Formatasi nel solco della tradizione lirica italiana e cresciuta attraverso esperienze in diversi teatri europei, la sua vocalità – inizialmente orientata verso il lirico puro – si sta progressivamente orientando verso parti di più ampio respiro drammatico.

In questa conversazione con PassaParola Magazine affrontiamo i temi della maturazione tecnica e interpretativa, della libertà conquistata sul palcoscenico, del dialogo con un ensemble internazionale e dell’influenza di un teatro di confine come Saarbrücken. Cavaradossi diventa così il simbolo di una trasformazione: la conferma che la sicurezza vocale permette oggi a Oreste Cosimo di dedicarsi pienamente all’espressione teatrale, aprendo la strada a ruoli più drammatici che delineano con chiarezza la direzione futura della sua identità artistica.

Il tuo arrivo al Saarländisches Staatstheater coincide con una fase già matura della tua carriera: cosa senti di portare oggi, come artista, che forse non avresti portato dieci anni fa?

Portare non solo l’aspetto tecnico vocale ma anche interpretativo. Se 10 anni fa pensavo ancora molto alla tecnica mentre cantavo, oggi sono più meno libero di salire sul palco senza paure che la voce non va o paura degli acuti e posso dedicarmi al 100% all’interpretazione del personaggio. La sicurezza tecnica mi permette di poter essere libero sul palco. 

Saarbrücken è una città di confine, culturalmente aperta: questo clima si riflette, secondo te, anche nel lavoro quotidiano in teatro?

La qualità dell’orchestra era impressionante. Anche la professionalità del direttore d’orchestra. Mi sono trovato veramente molto bene con tutti i colleghi e tutti quanti che lavorano nel teatro. 

Lavorare in un ensemble internazionale come quello del Saarländisches Staatstheater cambia il modo in cui si ascoltano e si costruiscono le relazioni in scena?

Sicuramente sì in qualche modo. Ma devo dire che mi trovo sempre bene con tutti i miei colleghi. Internazionali o no. Cerco di dare rispetto ed ascoltare al massimo sempre tutti i cantanti, anche ai ruoli più piccoli. Perché questo poi fa la differenza. 

Se Cavaradossi fosse un “ritratto di passaggio” nella tua carriera, cosa direbbe oggi della tua identità artistica?

Per me è stato una prova molto importante che mi ha dimostrato che la mia identità interpretativa è molto vicina a questo genere di ruoli. È un ponte per il passaggio che sto facendo adesso. 

Questa esperienza a Saarbrücken ti ha fatto guardare con maggiore interesse a ruoli o territori vocali che fino a poco tempo fa consideravi più lontani?

Assolutamente sì. Ho capito che i ruoli più drammatici i come Cavaradossi saranno e sono il mio futuro. E non vedo l’ora di esplorare tutti questi ruoli sempre di più. 

Per informazioni e biglietti: www.staatstheater.saarland/vorschau-2025-26/detail/tosca

Elisa Cutullè (Credito foto cover: Astrid Karger)

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