Dopo un anno trascorso sui grandi palchi televisivi, al cinema e ai festival, Lucio Corsi è pronto a partire per l’Europa. Il tour, che è al tempo stesso concerto, racconto e gesto artistico consapevolmente fuori dal tempo, sarà il prossimo 11 febbraio al Den Atelier di Lussemburgo. Vi anticipiamo l’intervista radiofonica che andrà in onda sabato 7 febbraio, tra le 10 e le 11.30, su Radio Ara

Il pubblico incontrerà un live che nasce come album dal vivo e diventa un film-concerto, una vera e propria retrospettiva emotiva costruita su 21 brani che attraversano tutta la sua carriera. Non una celebrazione della precisione, ma del sentimento: arrangiamenti che cambiano pelle, momenti intimi in solitaria e improvvise esplosioni rock, intermezzi parlati che interrompono il flusso musicale trasformando il concerto in una narrazione più ampia. “La chitarra nella roccia” non è solo una sintesi del percorso di Corsi, ma una mappa aperta in cui passato e presente convivono per indicare una direzione futura fatta di immagini, parole e musica vissuta come un’esperienza totale.

Alla 75ª edizione del Festival di Sanremo sei arrivato secondo con “Volevo essere un duro” e poi hai rappresentato l’Italia all’Eurovision. In che modo pensi che queste vetrine abbiano influenzato la tua visione di un album dal vivo?
L’album dal vivo è un desiderio che coltivavo da tempo, fin da quando ero bambino. Dovevo solo aspettare l’anno giusto, il tour giusto, il momento giusto per catturare quell’istante. Sanremo e l’Eurovision sono state occasioni importanti: stare su palchi così osservati ti insegna molto, è una grande scuola e qualcosa ti resta sempre. Ma l’idea di un album dal vivo viene da prima, non nasce da quelle esperienze, anche se mi hanno aiutato a crescere e a capire meglio questo lavoro.
La tua carriera attraversa musica, televisione e cinema. Oggi, l’integrazione tra immagine e suono è un passaggio necessario per chi scrive canzoni?
Forse non è imprescindibile, ma è sicuramente interessante. Avere a disposizione più strumenti per raccontare un’idea è una grande opportunità: oltre alle canzoni, ci sono le copertine, il modo di stare sul palco, i videoclip, le fotografie e persino la scelta del font. Tutto contribuisce ad approfondire un discorso. Poi ognuno trova il proprio modo di fare musica: si può anche essere meno visibili, è più difficile, ma possibile.
“Volevo essere un duro” ha avuto un forte riscontro anche dal vivo. Come hai lavorato sul passaggio dalle versioni in studio a quelle dal vivo?
Dal vivo mi piace cambiare il vestito delle canzoni. Credo che sul palco assumano una forma diversa, forse più reale. Per me disco e concerto sono due esperienze separate: dal vivo c’è il corpo, c’è la presenza fisica, si vive la musica anche con gli occhi. Quando vado a un concerto da spettatore, spero sempre di trovare qualcosa che vada oltre la semplice riproduzione dell’album. Per questo motivo è giusto proporre versioni diverse dal vivo.
La registrazione de “La chitarra nella roccia” all’Abbazia di San Galgano è stata descritta come un’esperienza in cui “l’obiettivo non è la precisione, ma il sentimento”. Come hai tradotto questa idea in una scelta artistica concreta?
Siamo cresciuti ascoltando e guardando quei concerti storici ripresi su pellicola: live senza metronomo, senza basi, con le spie e i volumi alti sul palco. Spesso vengono definiti “alla vecchia maniera”, ma per noi non lo sono: è l’unico modo in cui riusciamo davvero a goderci la musica. Possono esserci imprecisioni, fischi e rumori, ma fanno parte del gioco e rendono tutto più vivo e meno artificiale. Non si tratta di mancanza di professionalità, anzi: per me è il modo più onesto di portare la musica sul palco.
Nel live hai inserito anche “Maremma amara”, un canto popolare della tua terra. Cosa accade quando la tradizione entra in un contesto contemporaneo?
È una delle canzoni che amo di più della mia terra, forse la più bella. Mi piace soprattutto cantarla quando sono lontano da casa, perché ovunque io sia, mi riporta immediatamente a casa. Infatti, trovo quasi difficile cantarla in Maremma. Attraverso la tradizione musicale dei luoghi in cui si nasce, e scoprendone anche altre, si compie un percorso di approfondimento, scoperta e ispirazione. Conoscere la musica del passato e del presente fa parte del viaggio.

Elisa Cutullè

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