Abbiamo intervistato il sociologo ed etnografo Giovanni Monteduro: ci ha parlato dei suoi studi, di noi italiani e italiane expat e di un disagio non solo economico, ma ancora più grave. Monteduro sarà protagonista di una conferenza, in italiano, con traduzione simultanea in francese, organizzata dal Dipartimento Immigrati dell’OGBL, mercoledì 28 ottobre alle 18.30 alla Chambre des Salariés (2-4, rue Pierre Hentges, Lussemburgo città). Si consiglia la prenotazione via LINK

Nella tua conferenza affronterai un tema attuale davvero scottante. Ci illustri brevemente le ricerche e le fonti che hanno portato a questa tua analisi?
La conferenza sarà un momento di condivisione e confronto, più che una classica presentazione accademica. Partirò dalla sintesi di diverse attività di ricerca che hanno riguardato anche il Lussemburgo, affrontando temi come le politiche sociali, le disuguaglianze, la marginalità urbana e i processi di esclusione. Il filo conduttore è una domanda: quanto riusciamo davvero a comprendere la vulnerabilità delle persone attraverso gli indicatori economici tradizionali?
I dati statistici sono indispensabili, ma non sempre restituiscono l’intera complessità delle esperienze individuali. Il reddito, per esempio, non ci dice necessariamente se una persona disponga di una rete affidabile, se possa contare su qualcuno nei momenti di difficoltà o se riesca ad accedere concretamente ai servizi. Per questo è importante affiancare ai dati quantitativi un approccio qualitativo, capace di andare oltre i numeri e di rimettere al centro l’ascolto, la soggettività e la dignità biografica delle persone. L’obiettivo è far dialogare queste due prospettive, perché nessuna delle due, da sola, è sufficiente a comprendere la realtà. La riflessione si inserisce anche nel confronto tra i modelli europei di welfare: quello nordico, caratterizzato da una maggiore tradizione universalistica e da servizi pubblici orientati a ridurre la dipendenza dalla famiglia, e quello mediterraneo, nel quale la solidarietà familiare ha storicamente svolto una funzione centrale di protezione. Nessuno dei due modelli è privo di limiti. Ciò che conta è capire come vengono distribuite le responsabilità tra Stato, famiglia, mercato e comunità. Il Lussemburgo rappresenta un osservatorio particolarmente interessante perché combina elevata ricchezza, mobilità internazionale, multiculturalità e forti pressioni abitative. È un laboratorio in cui si stanno manifestando trasformazioni che riguardano l’intera Europa e che, in questo contesto, diventano particolarmente visibili. Credo che osservare il Lussemburgo da questa prospettiva sia importante per comprendere le sfide sociali che attendono tutti i Paesi europei.
Il Lussemburgo si scopre povero… un paradosso che però non salta fuori dall’oggi al domani. Da quanto tempo, in realtà, la situazione è critica ma è stata sottovalutata?
Non siamo davanti a un fenomeno improvviso. Le fragilità sociali esistono da tempo, anche nei Paesi più ricchi, ma diventano più evidenti quando il costo della vita, le difficoltà abitative e la debolezza delle reti di sostegno si combinano. In questo momento storico, caratterizzato da un’accelerazione dei ritmi di vita e delle trasformazioni sociali, queste dinamiche tendono ad amplificarsi. Il punto, quindi, non è soltanto stabilire da quanto tempo esista la povertà in Lussemburgo, ma capire da quanto tempo alcune sue dimensioni siano rimaste meno visibili nel dibattito pubblico e negli strumenti di intervento. Gli indicatori ufficiali di STATEC ed Eurostat sono fondamentali, ma non esauriscono la complessità della realtà. Il reddito ci dice molto sulle risorse economiche di una persona, ma non necessariamente sulla sua capacità di affrontare un imprevisto, sulla presenza di relazioni affidabili o sulla possibilità concreta di chiedere aiuto. Si può essere occupati, avere un reddito regolare e vivere comunque una condizione di profonda vulnerabilità sociale. È proprio dalle mie ricerche che emerge il concetto di spirale dell’anonimato sociale, un processo multidimensionale scandito da microfratture successive, nel quale il progressivo indebolimento dei legami sociali ed economici può innescare un circolo vizioso. L’isolamento riduce le occasioni di partecipazione alla vita collettiva, rende più difficile cercare sostegno e può aggravare ulteriormente la vulnerabilità della persona. Questa dinamica richiama, sul piano interpretativo, la riflessione dell’antropologo Ernesto de Martino sulla crisi della presenza: quando vengono meno il riconoscimento da parte della comunità e quei riferimenti sociali e culturali che permettono all’individuo di sentirsi parte del mondo, può diventare sempre più difficile mantenere un rapporto significativo con sé stessi, con gli altri e con la realtà circostante. Nelle situazioni più gravi, questa perdita di riferimenti può accompagnarsi a una profonda sofferenza psicologica ed esistenziale. Non si tratta di un percorso inevitabile, ma di una dinamica che le mie ricerche invitano a riconoscere e comprendere prima che produca conseguenze più gravi.
Il rischio è che ciò che non riusciamo a vedere oggi diventi un’emergenza domani.
Quando la vulnerabilità viene intercettata tardi, le persone possono avere bisogno di interventi più complessi e onerosi, con possibili ripercussioni anche sulla sostenibilità della spesa pubblica. Per questo non dobbiamo contrapporre statistiche e storie individuali, ma integrarle: misurare la povertà economica e, allo stesso tempo, comprendere le relazioni, l’isolamento e l’accesso effettivo ai servizi. La ricchezza di un Paese, da sola, non ci dice quanto le persone siano realmente protette.
Quali categorie sociali sono più a rischio?

Il rischio può riguardare le famiglie monoparentali, in particolare quelle con una donna come unico genitore e figli a carico, i lavoratori a basso reddito o precari, le persone che affrontano difficoltà abitative e chi arriva dall’estero senza una rete di sostegno già consolidata. Sarebbe tuttavia riduttivo identificare la povertà relazionale con una categoria precisa: anche una persona occupata, economicamente autonoma e apparentemente integrata può attraversare una condizione di isolamento. Le mie ricerche evidenziano inoltre che la vulnerabilità relazionale non è soltanto una possibile conseguenza della povertà economica: può contribuire a riprodurla e ad aggravarla. Quando vengono meno le reti di sostegno, diventa più difficile affrontare una crisi abitativa, trovare nuove opportunità lavorative o superare un momento di difficoltà. Si crea così una dinamica circolare, nella quale lo svantaggio economico e l’isolamento sociale possono rafforzarsi reciprocamente, con conseguenze anche sulle risorse necessarie per gli interventi pubblici.
Il confronto tra welfare nordico e mediterraneo aiuta a comprendere questi meccanismi. Nei sistemi nordici, la maggiore tradizione di servizi pubblici universalistici mira a ridurre la dipendenza dalla famiglia per accedere alla protezione sociale. Nei sistemi mediterranei, la famiglia ha storicamente compensato carenze o frammentazioni dell’offerta pubblica, sostenendo figli, anziani e persone in difficoltà. Non si tratta di contrapporre un modello efficiente a uno inefficiente: anche i servizi pubblici possono incontrare problemi di accessibilità, mentre le reti familiari possono essere una risorsa fondamentale, ma anche un fattore di disuguaglianza quando sono fragili o sovraccariche. Quando l’isolamento diventa persistente, può associarsi a sofferenza psicologica, sintomi ansioso-depressivi e perdita di autonomia. Non sono conseguenze inevitabili, ma rischi che meritano attenzione. La questione fondamentale è capire chi possa contare su qualcuno quando le risorse personali non bastano più. È anche da questa risposta che dipendono le possibilità concrete di inclusione sociale.
L’emergenza non può aspettare. Cosa si può fare, almeno, nel breve termine?
Occorre intervenire contemporaneamente sulle condizioni materiali e sulle reti sociali. Servono sostegni economici accessibili, orientamento ai diritti, risposte alle difficoltà abitative e, soprattutto, servizi capaci di intercettare il disagio prima che diventi emergenza. È altrettanto importante rafforzare il lavoro sociale di comunità, valorizzando esperienze come quella di Inter-Actions attraverso il progetto Ensemble Gare-Bonnevoie, un esempio significativo di intervento territoriale orientato a costruire legami, partecipazione e capacità di attivazione delle persone. Queste esperienze mostrano quanto sia importante lavorare non soltanto sulle necessità individuali, ma anche sulle relazioni e sulle risorse presenti nei quartieri. Accanto a questo lavoro, una proposta concreta potrebbe essere quella di sperimentare una «Rete sentinella», mettendo in relazione servizi sociali, associazioni e realtà di prossimità per riconoscere precocemente i segnali di isolamento e facilitare l’accesso agli aiuti.

Non si tratterebbe di sorvegliare le persone, ma di creare occasioni di ascolto e canali di collaborazione che rendano più difficile lasciare qualcuno solo di fronte alle proprie difficoltà. Sul piano della ricerca, invece, l’idea è lavorare a un indicatore composito di deprivazione relazionale. Potrebbe affiancare ai dati economici informazioni sulla disponibilità di sostegno, sulla qualità delle reti personali e sulla partecipazione sociale.
Non si tratta di sostituire gli indicatori ufficiali di STATEC o il lavoro di ricerca di LISER, ma di integrarli per comprendere meglio situazioni che possono sfuggire a una lettura esclusivamente economica. In prospettiva, un simile strumento potrebbe contribuire anche al dibattito europeo sulla misurazione della povertà e, se adeguatamente validato, essere proposto all’attenzione di Eurostat. C’è poi una questione di sostenibilità del welfare. Quando una vulnerabilità non viene riconosciuta tempestivamente, può aggravarsi e richiedere interventi sanitari, psicologici e sociali più complessi. Non possiamo presumere che ogni intervento preventivo produca automaticamente un risparmio: i suoi effetti vanno verificati. Possiamo però chiederci se una presa in carico precoce migliori il benessere delle persone e renda più efficace l’impiego delle risorse pubbliche. In parole semplici, intervenire prima può significare evitare che alcune situazioni degenerino, con benefici potenziali sia per le persone sia per le casse dello Stato. Prevenire l’esclusione significa quindi proteggere la dignità individuale e rafforzare la capacità del welfare di intervenire prima che sia troppo tardi.
Gli italiani, giovani e meno giovani, continuano a raggiungere il Granducato, «scappando» da un’Italia che non li ama, ma non sempre trovano qui situazioni confortevoli: sono vittime di un’errata narrazione o cosa?
La narrazione del Lussemburgo come luogo in cui basta arrivare per costruirsi un futuro contiene una parte di verità, ma resta incompleta. Le storie di vita che ho raccolto restituiscono esperienze differenti: per alcuni italiani il Granducato ha rappresentato un’opportunità concreta di riscatto professionale e personale, fino a ritrovare quel senso di appartenenza che sentivano di aver perduto in Italia. Per altri, soprattutto tra i nuovi arrivati, un lavoro e un reddito migliore non sono stati sufficienti a garantire un alloggio dignitoso, relazioni solide e un’effettiva integrazione sociale. Si possono trovare opportunità professionali importanti e, nello stesso tempo, sperimentare solitudine, difficoltà linguistiche e distanza dagli affetti.
Le mie ricerche evidenziano anche un aspetto di cui, a mio avviso, si parla ancora troppo poco: la qualità delle reti relazionali all’interno della stessa comunità italiana. La presenza di connazionali, infatti, non garantisce automaticamente solidarietà, sostegno o inclusione. Le relazioni possono rappresentare una risorsa straordinaria, ma possono anche essere frammentate, difficili da attivare o attraversate da distanze sociali e professionali. Per alcuni nuovi arrivati, dunque, le difficoltà nel costruire legami significativi possono manifestarsi anche all’interno della comunità italiana, non soltanto nei rapporti con le altre comunità presenti in Lussemburgo.
Questo ci porta a riflettere sul rapporto tra mobilità e modelli di welfare. Chi proviene da un contesto nel quale la famiglia svolge una funzione centrale di protezione può scoprire che, all’estero, quella rete non è più immediatamente disponibile.
Il sistema di welfare lussemburghese offre strumenti di protezione e opportunità importanti, ma neppure un sistema avanzato può sostituire automaticamente i legami di fiducia, la vicinanza quotidiana e il senso di appartenenza. Per questo l’integrazione non dovrebbe essere valutata soltanto attraverso l’occupazione e il reddito, ma anche considerando la possibilità di costruire relazioni significative e partecipare alla vita della comunità.
Non parlerei semplicemente di illusione, ma di un racconto incompleto della mobilità. Si racconta quanto si guadagna, molto meno quanto possa costare ricostruire una vita. Il Lussemburgo è un laboratorio del futuro europeo proprio perché rende particolarmente visibile questa contraddizione: la libera circolazione è una conquista fondamentale, ma la mobilità geografica non coincide sempre con l’inclusione sociale per tutti. La vera sfida, europea, è trasformare le opportunità economiche in benessere complessivo, permettendo alle persone di lavorare e vivere oltre i confini senza impoverirsi sul piano sociale e relazionale. Questo obiettivo, tuttavia, non dipende soltanto dalle istituzioni: richiede anche la partecipazione di chi vive già sul territorio, la disponibilità all’aiuto reciproco e la capacità delle comunità, comprese quelle dei connazionali, di diventare luoghi di accoglienza e sostegno.
Intervista a cura di Maria Grazia Galati
Si consiglia la prenotazione: https://www.ogbl.lu/agenda/event/conference-sur-la-pauvrete/
Chi è Giovanni Monteduro?

Sociologo ed etnografo urbano, PhD in Political and Social Science dell’Università del Salento. Il suo lavoro adotta un approccio qualitativo ed etnografico allo studio dei fenomeni sociali e della vita urbana. Si occupa di povertà, disuguaglianze sociali e processi di esclusione nelle società europee contemporanee. Attraverso storie di vita, interviste e analisi delle reti sociali, indaga le dimensioni della vulnerabilità spesso in ombra nelle misurazioni socio-economiche tradizionali. È membro del Forum Europeo: Qualitative Social Research (FQS) con sede alla Freie Universität di Berlino, e svolge attività di scientific peer review (valutazione critica di un determinato lavoro fatta da chi è esperto della materia, ndr) per riviste internazionali nei campi delle politiche sociali, della coesione europea e della ricerca qualitativa.