Roberta Cecchin, mantovana d’origine e parigina d’adozione, arriva domenica 27 settembre al Casino2000 di Mondorf-les-Bains con il suo spettacolo sull’incontro tra culture: una R «né moscia né arrotata», l’entusiasmo italiano contro il flemmatico «pas mal» francese, e la voglia di aprirsi all’altro. Tra scuola comica parigina, nostalgia di pasta e pizza, e la voglia di far ridere (e riflettere) un pubblico trilingue, la comica racconta il suo spettacolo in questa intervista

Sei di Mantova, vivi a Parigi dal 2014 e sei diventata cittadina francese nel 2022: qual è stato il momento esatto in cui hai pensato «Questo lo devo portare sul palco»?
In realtà sono stati più gli altri a decidere! Tutti mi dicevano: «Dovresti scrivere uno spettacolo». Il déclic è arrivato a fine 2019, quando ho deciso di restare in Francia. In Italia facevo conferenze e tenevo corsi in università: mi mancava trasmettere quello che sapevo. Così ho deciso di condividere attraverso uno spettacolo quello che avevo imparato, e continuo a imparare, sulle città e i paesi in cui recito.
C’è una differenza tra italiani e francesi che continua a stupirti, anche dopo quasi dieci anni in Francia?
Il modo di esprimere l’entusiasmo. Noi italiani possiamo dichiarare amore eterno a un piatto di pasta. Un francese dice «C’est pas mal» e magari è felicissimo. Dopo dodici anni devo ancora ricordarmi che è un complimento. Io, nel frattempo, ho già abbracciato il cuoco! esagero un po’ ma è per rendere l’idea
Il tuo accento franco-mantovano, come lo definisce chi ha scritto di te, è già di per sé una battuta. Te ne sei accorta subito o è stato il pubblico a farti notare che faceva ridere?
In realtà il mio è un accento franco-parmigiano, con un po’ di mantovano. Faceva già ridere in Italia: ho una R che non è né moscia né arrotata, metto la lingua fra i denti e mi si muove il naso. Insomma, una pronuncia che coinvolge tutta la faccia! In Francia probabilmente l’effetto comico è aumentato: sembra che cerchi di fare la R moscia, invece è solo la R alla Roberta.
Cosa cambia, nel tuo modo di raccontare, quando sai che in sala ci sono tanti italiani d’origine che vivono quelle sfumature linguistico-culturali ogni giorno?
Non sempre ci sono italiani in sala, e chi ha origini italiane non necessariamente parla la lingua o ha vissuto queste situazioni. La sfida è farle vedere e sentire anche a chi non le conosce. Quando qualcuno si riconosce, diventa un complice: la sua reazione dice al resto del pubblico «Confermo, è tutto vero!».
Chi ti ha visto a giugno insieme ad Andrea Paone sul palco del LE CROQUE BEDAINE (in Lussemburgo città) racconta che tu lavori “per sottrazione”, con pause calibrate, mentre lui attacca frontalmente. Come hai costruito questo tuo stile fatto di levità e silenzi?
La mia formazione è di scuola francese: tre anni di scrittura comica a Parigi, con un approccio teatrale diverso da quello di chi nasce nella stand-up. Ho poi costruito il mio stile con quattro anni di scena davanti a pubblici di tanti Paesi. Ora che recito sempre più anche in italiano, integro tecniche comiche delle due culture e della commedia dell’arte. Continuo a imparare: non c’è scuola migliore della scena!

Cosa vorresti che restasse allo spettatore lussemburghese, magari abituato a convivere già con tre lingue e più culture, dopo aver visto “Una Roberta débarque à Luxembourg”?
Spero una sensazione di gioia e leggerezza, quella «fraîcheur» di cui spesso mi parla il pubblico. Ma soprattutto la voglia di aprirsi agli altri: capire le altre culture aiuta ad accettare anche i comportamenti che ci piacciono meno. E poi spero che resti un po’ di fame d’Italia… un piatto di pasta (“che non sia Panzani”) e una pizza (“che non sia chèvre-miel”)!
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Intervista raccolta da Paola Cairo