Con Le Contrôleur, Oreste Sacchelli firma il suo primo romanzo e ci conduce in un Paese senza nome, in un’epoca imprecisata, all’indomani di un colpo di Stato. Antonio M., giovane funzionario ambizioso, diventa uno degli ingranaggi della nuova dittatura militare: incaricato di controllare le pubblicazioni e le opere cinematografiche, vigila con zelo sul rispetto dei valori imposti dal potere. Fino al giorno in cui il sistema che ha servito si rivolge contro di lui. Ne parliamo con l’autore

Specialista di civiltà italiana contemporanea e di cinema, professore emerito all’Università della Lorena e delegato artistico del Festival du Film Italien de Villerupt, Oreste Sacchelli esplora attraverso la narrativa i meccanismi del potere, della censura e della manipolazione della verità. Ma possiamo davvero fidarci del racconto di chi afferma di essere vittima di un sistema del quale è stato, fino a quel momento, un fedele collaboratore?
In occasione della pubblicazione di Le Contrôleur per PassaParola Éditions, abbiamo incontrato Oreste Sacchelli per parlare della nascita del suo primo romanzo, delle sue risonanze storiche e contemporanee e dei sottili legami che l’opera intrattiene con il cinema. Il libro, pubblicato in lingua francese, può essere acquistato sul sito di PassaParola Éditions.
Com’è nata l’idea del libro?
Tutto nasce da un incarico per la discussione finale della tesi di dottorato di una studentessa che aveva svolto una ricerca interessantissima sul cinema portoghese durante la dittatura. Ero stato invitato come membro esterno, perché avevo già scritto diverse cose sul cinema italiano durante il fascismo e avevo dunque una certa conoscenza di ciò che poteva essere Filmer sous la contrainte, questo il titolo della tesi. La dottoranda aveva scovato negli archivi della cineteca di Lisbona diverse sceneggiature sulle quali comparivano le correzioni di un funzionario, sempre lo stesso, che censurava determinate scene o determinati dialoghi. L’idea del mio protagonista è nata da lì.

Sei nato in Italia, cresciuto in Francia e hai dedicato gran parte della tua vita alla cultura italiana: in che modo questa doppia appartenenza ha influenzato la tua scrittura e il suo sguardo sul mondo?
Un immigrato ha, in un certo senso, il privilegio di essere sempre un po’ straniero e di poter guardare le due culture di appartenenza con un certo distacco critico, pur appartenendo profondamente a entrambe. Parlo e scrivo sia in italiano sia in francese. Però ciò che penso in italiano difficilmente riesco a scriverlo in francese, e viceversa. E provo un certo disagio a tradurre ciò che ho scritto.
Il personaggio era nato da una discussione in francese e in francese l’avevo pensato: è stato quindi naturale scrivere Le Contrôleur in francese. Lui, però, apparteneva all’universo del fascismo; sapevo che all’epoca erano state censurate sceneggiature analoghe e quindi tutti i materiali che ho utilizzato nel libro sono italiani. Anche se la storia è ambientata in un contesto volutamente non definito, un paese latino negli anni Trenta, e soprattutto, senza guerra.
Nel tuo percorso si incontrano letteratura, cinema e memoria: che cosa riesci a raccontare un romanzo che il cinema, invece, non può esprimere allo stesso modo?
Il linguaggio. Un film, anche se fa ampio uso delle parole, si esprime soprattutto attraverso le immagini. Amo molto il cinema muto – oddio, non tutto – o almeno un cinema parlato poco, nel quale le informazioni necessarie non passino necessariamente attraverso le parole. Ricordo Monicelli, che diceva che il cinema era morto quando aveva cominciato a parlare. Il romanzo invece si esprime con le parole, è una ricostruzione verbale del mondo che traduce ovviamente uno sguardo. Quando un film è tratto da un libro, trovo insulso mettersi a paragonare le due opere. Basta pensare a Il Gattopardo.
Qual è la domanda, o la riflessione, che vorresti rimanesse al lettore dopo aver terminato questo libro?
Ho voluto scrivere forse come non si usa più, ma come mi piacerebbe leggere. Il francese non è la mia lingua materna, è la lingua che ho imparato a scuola, quando certe parole importate tendevano già a introdurre nuovi concetti e, con essi, una visione importata del mondo, spesso semplificata. L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone, ho sempre pensato quanto Dario Fo avesse ragione. Però, per me più che uno strumento politico la lingua è soprattutto la possibilità di vedere la bellezza del mondo et delle persone, e anche il lato comico. Sì, il mondo, secondo me, lo si vede con le parole.
(Red)
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