Scrivere è un atto di fedeltà alla pagina, un lavoro artigianale in cui la prosa levigata cede il passo all’essenzialità del verso libero, per rispondere a un’esigenza interna di sinteticità. Cimitero dei porfidi (Oligo Editore, 2026) rivela la sua natura di vero e proprio sogno letterario: un percorso onirico in cui figure di marmorari, guide enigmatiche, salti temporali e citazioni storiche non interrompono il racconto, ma agiscono come reperti visivi per spiazzare e incantare chi legge. L’autore ci guida attraverso le sue scelte stilistiche, spiegando come l’indagine sulla pietra imperiale si trasformi in una riflessione profonda sul confine tra la corruttibilità del corpo e l’incisività della scrittura. Intervista con l’autore

Nella narrazione si alternano paragrafi in prosa a passaggi incolonnati che ricordano la struttura del verso libero o del poema in prosa. Da quale esigenza ritmica o respiratoria nasce questa scelta di spezzare la pagina stampata?
Essenzialmente si tratta di rispondere a un’esigenza interna di sinteticità. Quando mi accorgo che la forma di versificazione libera risponde alle mie esigenze e non ho bisogno di elaborare in prosa la narrazione (che comunque risponde sempre a una ritmica abbastanza articolata), vado a capo. Insomma, alterno le due forme di scrittura secondo logiche che rispondono all’efficacia della scrittura.
La voce narrante riflette sul confine tra la vita e l’esito della morte, definito come «qualcosa di concepibile come perfetto». In che modo l’indagine sulla pietra che protegge le spoglie imperiali si è trasformata in una metafora sulla perennità della scrittura rispetto alla corruttibilità del corpo umano?
In questo lo spunto principale mi è stato dato dall’uso celebrativo del porfido nell’antichità: un materiale essenzialmente circoscritto a committenze imperiali e destinato alla realizzazione di sarcofagi o di colonne all’interno dei templi. In epoca rinascimentale ritornò in uso, per esempio, combinato col porfido serpentino, nella sepoltura di Cosimo de’ Medici, capostipite della casata, in San Lorenzo. Il peso specifico, la durezza del materiale, la difficoltà nel trovare ferri di lavorazione che lo modellassero sono tutte componenti che, all’aspetto decorativo del colore, aggiungono qualcosa di prezioso e raro.
Il testo è disseminato di presenze e citazioni, da Omero a Svetonio, da Piranesi a Kafka, fino a citazioni personali inedite. Quale livello di complicità o di decodifica richiede al lettore per muoversi in questa «radura di frammenti e di rovine»?
I primi lettori sottolineano una scorrevolezza di lettura singolare, nonostante le citazioni sembrerebbero interrompere la narrazione. Ma, come ho detto altrove, le citazioni hanno la medesima funzione delle fotografie: illustrano e documentano la scrittura originale del narratore. Il documento testuale (la citazione) è fondamentale anche perché sposta immediatamente la narrazione dal presente al passato, generando stupore o interesse grazie a questi inaspettati salti temporali.
Nel libro compare l’interazione con un’ambigua «guida» e con un «marmoraro dalla voce vetrata». Che funzione stilistica e metanarrativa svolgono questi personaggi-specchio nel guidare la voce dell’autore all’interno del proprio sogno letterario?
Lei dice bene descrivendo il libro come un «sogno letterario». Le immagini emergono da un magma di sottofondo che ho cercato di circoscrivere in una passeggiata da Piazza Marina, lungo il Cassaro, sino alle sepolture dei re normanni a Palermo. Ovviamente il percorso è onirico e appaiono figure, appena accennate, di scalpellini intenti al lavoro infernale di ridurre i massi di porfido a una forma intelligibile. Così è con la scrittura, anche se la questione della fatica fisica non interviene. Chi scrive deve alternare una conoscenza effettiva delle tecniche artigianali e la capacità di creare immagini letterarie efficaci. In questo è la pagina che comanda: è la fedeltà alla scrittura che indirizza la mano dell’autore.
Elisa Cutullè