Secondo la riflessione del professor Carlo Degli Abbati, specialista in economia e geopolitica, “La parabola dei ciechi” – il celebre dipinto di Bruegel il Vecchio conservato nel Museo di Capodimonte – potrebbe costituire una perfetta allegoria degli analisti economici attuali in campo occidentale; un’immagine che riprende la rappresentazione fatta sul Il Fatto Quotidiano del 27 agosto scorso da Pino Arlacchi, autore dello splendido lavoro “La Cina spiegata all’Occidente” (Fazi, 2025) che già abbiamo più volte citato

Arlacchi nota come sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo Reichlin, uno dei più interessanti rappresentanti del defunto PCI, ci spieghi che capire l’ascesa dei tassi americani non sia un esercizio accademico perché i Treasury Bond (i BOT americani) sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie. Osserva Arlacchi che questo è il “classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste”. E offre l’occasione per porre la domanda che l’economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di “cantonate epocali.” Di seguito Arlacchi cita Il Fondo Monetario Internazionale – il tempio finanziario dell’ortodossia liberale chiamato a formattare le economie del mondo intero- secondo il modello della economia neo-liberale di mercato ndr – che non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del pianeta. Nel 2022 previde, come il ministro dell’economia francese Bruno Lemaire, il collasso dell’economia russa sotto il peso delle sanzioni euroamericane: – 8,5 % di decrescita. La Russia perse invece poco più di un punto percentuale e l’anno dopo cresceva più dell’Europa, oggi in piena recessione, peraltro penosamente occultata. E fu lo stesso capo economista del FMI, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano stati sbagliati. Da ciò la tragedia del popolo greco del 2008, perfettamente evitabile, che costituisce una dei punti più neri della storia europea, mirabilmente descritto del resto da James K. Galbraith nel suo “Crise grècque, tragédie européenne” pubblicata dal Seuil nel 2016. E conta poco, a questo punto, osserva Arlacchi, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio. Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste–i rendimenti dei Treasury Bond come un “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della FED (Sistema USA di banche centrali) come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è nel frattempo spostato geograficamente e ha cambiato natura. Non siamo più fra i derivati della finanza che fanno profitti dal nulla e non siamo neppure più in Occidente. Il grand basculement (grande ribaltamento, ndr) del mondo riguarda lo spostamento geografico dall’Occidente all’Asia, ma anche il ritorno sulla terra della economia mondiale. Non solo siamo tornati in Estremo Oriente, nell’Asia profonda, In India e in Cina, come ai fasti della antichità più profonda, prima del XIX secolo della colonizzazione britannica, ma anche il mondo non è più finanziario, cartaceo, è ridivenuto reale. Fatto di fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia, osserva Arlacchi, produce ormai da sola quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I BRICS allargati (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, più Etiopia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Indonesia) pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più dei membri del G7. Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo ancora nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”. Ma ovunque dove, si chiede Arlacchi? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio. La Cina è la dimostrazione vivente che un’altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street. Mentre la FED, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni, sino al 5,50%, la Banca del Popolo di Pechino li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica: un’eresia inconcepibile per chi crede che il pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington. Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale, protesi a costruire a forza una società di diritto privato, nullificando il ruolo dello Stato, bollano come “repressione finanziaria”, si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.
E l’Asia profonda ha buona memoria. Qui Arlacchi ricorda lo “scherzo” inflitto da Wall Street nel luglio del 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi FMI”. Possiamo qui dilungarci un poco su quanto scrive Arlacchi.
Nel 1997 gli investitori internazionali cominciarono a dubitare che la Thailandia potesse mantenere il valore del baht (la moneta, ndr), allora agganciato al dollaro a un cambio quasi fisso. Dopo un periodo di difesa della moneta dalla speculazione internazionale che vendeva baht contro dollari, la banca centrale abbandonò il cambio fisso, fino ad allora in vigore, lasciando fluttuare liberamente il baht che si deprezzò rapidamente, estendendo la crisi a Indonesia, Corea del Sud e Malesia. Il governo thailandese in grave difficoltà di bilancio si rivolse al FMI che impose al paese le sue abituali “Conditionalities’ Matrix” (matrice delle condizionalità, ovvero un documento programmatico utilizzato da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale per vincolare l’erogazione di prestiti a specifiche riforme da parte del Paese ricevente, ndr) capaci solo di aggravare le difficoltà esistenti con prestiti a restituire in tre anni in dollari, a tassi di usura perché aumentati dal “rischio paese”, nonché assistiti dalle solite condizioni di austerità feroce – tassi al 30%, privatizzazioni con svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali -. Tutte ricette in grado di affondare delle economie fondamentalmente sane.
Solo la Malaysia di Mohamad Mahathir, che disobbedì all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne uscì prima e meglio di tutti. Dopo questa esperienza illuminante, nasceva nel 2000 la Chiang Mai Initiative, con l’idea di creare un sistema di aiuto reciproco fra le riserve valutarie dei paesi partecipanti, un vero e proprio “porcospino” valutario basato su di una rete di swap tra i dieci paesi partecipanti all’ASEAN ( Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam, Timor-Leste), più Cina, Giappone, Corea del Sud. La lezione fu appresa una volta per tutte. L’Asia da allora ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. A questo proposito Pino Arlacchi cita nel suo articolo il suo maestro Giovanni Arrighi che aveva spiegato con largo anticipo come ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa, proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York. I rendimenti dei Treasury Bond non sono il termometro del mondo, conclude Arrighi, citato da Arlacchi, sono “il canto del cigno di un’egemonia che scambia la propria febbre per il polso del pianeta”. Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. “Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove. E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo Monetario Internazionale”.

Una Wall Street che comunque, aggiungiamo noi, non lascerà nulla di intentato per non perdere il controllo del mondo. E guai ai più deboli che continueranno testardamente ad imbarcarsi sul suo radeau de la Meduse (zattera della medusa, ndr).
Carlo degli Abbati
Insegna Diritto dell’Unione europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente Jean Monnet di Storia dell’integrazione europea e di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani presso il Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz