L’Italia non è solo coste e campanili: la sua vera ricchezza sta nell’entroterra, dove l’Appennino plasma paesaggi, culture e caratteri profondamente diversi da Nord a Sud. Dall’aspro entroterra ligure – povero di risorse ma ricco di ingegnosità e senso di comunità – alle colline toscane e marchigiane, ogni territorio racconta una storia fatta di fatica, appartenenza e ritmi lenti. È un mondo antico e autentico, dove i gesti contano più delle parole e il tempo segue ancora il ritmo delle cose, non quello frenetico del digitale. Una cultura radicata che, come osservò l’economista Galbraith, ha saputo trasformarsi in fattore di sviluppo e che oggi, nonostante le difficoltà della politica nazionale, resiste grazie alla gente vera dei piccoli comuni

Soriano nel Cimino (Lazio)

Se la costa è forse la più varia del Mediterraneo, prevalentemente  rocciosa  sul Tirreno, dalla Liguria sino alla costa amalfitana o calabra, ma intervallata peraltro dalle sabbiose spiagge toscane, invece prevalentemente sabbiosa nell’Adriatico, la più grande varietà geografica la si scopre nell’entroterra da Nord a Sud. Dalla Sicilia vulcanica alla Sila alla Basilicata sino agli andamenti  più degradanti degli Abruzzi addossati ai due grandi massicci montuosi o alle rotondità collinari di Marche e Toscana. Lo scontro/ incontro costa entroterra si fa più lieve sull’Adriatico e più aspro sul Tirreno, tanto più aspro quanto più le due   – il mare le colline- si avvicinano l’una all’altra. Si acquieta solo quando incontro il riposo del grande spazio padano che si avvicina ormai al maestoso ma ancora lontano arco alpino. Per prendere un caso fra tanti, la Liguria. Alla città Dominante che si fa largo a stento su di una costa aspra e frastagliata dove i fiumi corrono perpendicolarmente alla costa che precipita sul mare,  non permettendo neppure lo sfogo   sul mare aperto dalle foci, fa riscontro l’urgere dell’entroterra, aspro, verticale, che dimentica presto nel suo perpendicolo la presenza della vite e dell’ ulivo e si popola quasi subito di abeti, di castagni, di pini offrendo agli abitanti pochi allevamenti di quasi-montagna, coltivazioni di patate, zucchini, fagioli, zucche, infine la farina di castagne.

Una agricoltura marginale poverissima che offriva  una vita grama a chi viveva solo a venti chilometri da Genova, che per il suo porto è ancora città-mondo, ma anche nell’entroterra savonese  e spezzino. Ma anche che ha permesso per la sua pochezza di risorse di affinare la ingegnosità dei suoi abitanti abituati a cercare una  sopravvivenza fra conigli, qualche vacca, pollame e la caccia di qualche cinghiale. In una adesione magari dolorosa, melanconica, ma forte, al proprio piccolo mondo, dove, come scriveva Pavese, “lavorare stanca”, nel camminare su e giù su fasce di terreno strappate quasi sempre alla discesa.

Fiordo di Furore, Costiera amalfitata<

Ma dove ogni dettaglio diventa rilevante, quasi decisivo, lotta di vita per una sorgente da imbrigliare, una stalla da adeguare alle quasi sempre cervellotiche norme UE inventate a Bruxelles, ideali per esempio per far scivolare le bestie sulle piastrelle di ceramica imposte per la stalla. Dove la morte di una bestia era una volta una tragedia economica e dove oggi rimangono in attività solo pochi giovani che si sono specializzati (per esempio nella coltivazione delle patate piacentine), ma dove adesso sopravvive al di là del ricordo di attività in parte perdute (anche i figli dei contadini andavano a scuola, qualche volta facendo chilometri, nella ricerca di un futuro meno duro), un senso profondo di appartenenza a questo mondo. Dove ogni componente possiede un suo rilievo, una sua cubatura, un suo spessore, dove nulla è insignificante, una lucertola, una peonia, o il saluto di una vicina o l’invito a prendere un caffè, meglio una cuppa de café. Dove le poche vecchie ti accolgono con crocchia argentea e vestaglia in cucina e la tazza si posa invariabilmente diritta sul tavolo a quadrati bianchi e rossi. In Toscana si canta nelle campagne, qui la parola si fa più avara, si resta ai gesti essenziali come se il silenzio sapiente dei pescatori si fosse arrampicato sino alle colline, ma si vive e si trasmette con gesti consapevoli, solidali, come se l’incombere delle cime avesse reso tutti più coscienti della infinita pochezza del vivere e della necessità di stringersi insieme in una sorta di difesa collettiva, solidale.

Dall’acqua, dal vento, dall’arrivo delle disgrazie che possono prendere la forma di una ambulanza della Croce Rossa che si spera sempre si arresti il più lontano possibile. Ma che qualche volta si ferma troppo vicino. In un ambiente poi  dove non si conosce il “tempo reale” dei nuovi tempi digitali, ma il tempo reale delle cose da fare, dei problemi di affrontare, dei momenti di riposo da centellinare per quello che valgono. Dove anche il tempo non frulla impazzito, nervoso, nevrotico, ma conosce il suo ritmo, rimane in consonanza con il senso cronologico degli astri, dove nessuno si sente ubiquo, scommette con Dio la cattura del tempo e dello spazio, ma conosce e rispetta i tempi e gli spazi delle cose, sino a poter gustare in santa pace con una sigaretta anche il suo piatto di trenette condite col basilico che occhieggia due fasce più in su’.  Un mondo vero, antico, denso e consapevole, dove gli atteggiamenti della gente sono frutto di una cultura antica.

Cusercoli, frazione di Civitella di Romagna

Quella condizione che fece un giorno dire a Venezia al grande economista americano John Kenneth Galbraith che aveva capito per primo come le multinazionali avrebbero rovinato il destino del pianeta: “L’Italia ha un futuro perché siete riusciti a fare della vostra grande cultura un fattore di sviluppo economico”. Considerazione che rivolta alla società reale rimane ancora valida. Una società che sopravvive, nonostante il livello di un mondo politico centrale ma anche un quadro mondiale in regressione costante da trent’anni. Che forse sono proprio i sindaci e la gente vera dei mille campanili a tenere ancora in piedi, nonostante tutto. In un senso di aggregazione, di riconoscimento di comunità, come se tutti applicassero senza saperlo vivendo insieme la Via Reale di Sun Yat-sen, basata nell’identificarsi con istituzioni rappresentative (Minquan) e sulla generale  ricerca del benessere delle popolazioni (Minsheng), sotteso da uno sforzo comune.

Carlo degli Abbati

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