A proposito del processo di integrazione europea si è parlato ad un certo punto della esistenza di un gap democratico fra il funzionamento delle istituzioni e la cittadinanza europea. Proprio per evitarlo si è introdotto il principio di sussidiarietà, impostando le decisioni il più vicino possibile al livello dei cittadini. Ma le circostanze dell’epidemia di Covid-19 prima, e la guerra in Ucraina poi, sembrano tornare a riproporre questo pericoloso iato, suscettibile di fragilizzare il processo integrativo europeo

Quando si guardano oggi le istituzioni europee non si può fare a meno di confrontare l’esistente con quelli che erano i grandi ideali espressi da Altiero Spinelli. Dobbiamo porci delle domande, soprattutto da cittadini europei: da quando a capo del Movimento federalista europeo, Spinelli predicava il federalismo europeo, cioè il superamento dei nazionalismi che avevano portato i paesi europei alla tragedia rappresentata dalla II Guerra Mondiale, quali progressi nel senso da lui auspicato ha fatto l’Europa? Qual è oggi il senso delle sue istituzioni, nel senso della loro rappresentatività, il loro inserimento in un processo integrativo autenticamente democratico?
Quali progressi nel senso da lui auspicato ha fatto l’Europa? Qual è oggi il senso delle sue istituzioni, nel senso della loro rappresentatività, il loro inserimento in un processo integrativo autenticamente democratico?
Carlo degliAbbati
Certo nel 1951 il primo coraggioso tentativo di creazione di una organizzazione di tipo federale, dopo l’avvento nel dopoguerra di tutta una serie di organizzazioni di tipo classico (UEO, OECE, Consiglio di Europa), la Comunità Carbosiderurgica (C.E.C.A.), aveva un forte contenuto federale, oltre a significare la fine dell’antagonismo tradizionale franco-tedesco. Il suo organo centrale – la Alta Autorità – concentrava il potere gestionale e legislativo nelle mani di personalità indipendenti dai governi dei sei stati membri (Italia, Francia, Germania e i tre paesi del Benelux) che dovevano astenersi da ogni “atto incompatibile con il carattere sopranazionale delle loro funzioni”. Ma dopo il fallimento nel 1954 del progetto di Comunità Europea di Difesa (C.E.D.), voluto per ragioni diverse dagli apparati gaullisti e comunisti francesi, le burocrazie degli stati fondatori si erano spaventati della rinunzia a pani interi di sovranità attribuiti alle istituzioni della C.E.C.A. Con un processo in senso inverso avevano ripreso in mano il processo decisionale europeo mettendolo esclusivamente nelle mani dei loro rappresentanti in seno al Consiglio dei Ministri.

Secondo un sistema unicamerale, operante, dopo il 1966 e il c.d. “compromesso del Lussemburgo”, addirittura alla unanimità delle sue decisioni, ove un solo paese invocasse “l’esistenza di interessi molto importanti”, anche nei casi in cui invece il Trattato C.E.E. permetteva la votazione a maggioranza. Ma anche quando, ormai all’inizio degli anni ’90, con il Trattato di Maastricht si era riusciti ad introdurre il bicameralismo in Europa, fortemente voluto da Altiero Spinelli, neppure questo apporto al processo decisionale era servito a migliorarne la efficacia operativa. Non solo la nuova Camera bassa, il Parlamento Europeo, non possedeva a differenza dei corrispondenti consessi nazionali, alcuna facoltà di iniziativa legislativa, rimasta confinata nell’ambito della Commissione, composta di membri non eletti, ma anche il passaggio alla elezione dei membri del Parlamento a suffragio universale diretto dal 1979 non aveva permesso il superamento degli ambiti politici nazionali. Non si era assistito alla creazione di veri partiti transnazionali europei, ma al semplice assemblaggio di rappresentanti di partiti nazionali distinti dalle diverse ideologie, attribuiti per affinità ai diversi gruppi formati nel Parlamento europeo. In certi casi poi, la logica di formazione dei collegi, demandata alle autorità nazionali, aveva avuto come effetto di escludere dalla rappresentanza europea delle regioni minoritarie in quanto meno popolose, ma inserite in unico collegio assieme a regioni molto più grandi e popolose (caso della Liguria nel collegio Nord-Ovest, formato anche da Piemonte e Lombardia). Questa elezione dei membri del Parlamento europeo su base nazionale e non transnazionale ha finito per attribuire al Parlamento non un significato federale, ma quella di un arengo costituente una sommatoria confusa di interessi in cui contava esclusivamente la appartenenza alle coalizioni maggioritarie nazionali. A questo mancato carattere federale del Parlamento europeo si accompagna inevitabilmente l’assenza di una autentica verifica democratica sulla designazione dei membri della istituzione propositiva e di gestione, la Commissione, composta da membri semplicemente designati dai governi, sottoposti ad una semplice verifica delle nomine da parte degli europarlamentari, che ha portato a ben rare esclusioni dei candidati di nomina governativa.A questo punto ci si può domandare quale sia il carattere democratico delle istituzioni europee, se sussista il gap democratico di cui si parla da tempo. Gap democratico o gap partecipativo, misuratore della distanza fra le istituzioni e la popolazione europea?
Siamo di fronte al fenomeno di nuove élites che più che “denazionalizzate” appaiono addirittura de-europeizzate? Indirizzate verso interessi ben lontani rispetto agli affanni quotidiani della cittadinanza europea?
Carlo degli Abbati
Siamo di fronte al fenomeno di nuove élites che più che “denazionalizzate” appaiono addirittura de-europeizzate? Indirizzate verso interessi ben lontani rispetto agli affanni quotidiani della cittadinanza europea? Certo, nella storia europea è successo qualcosa. Un progetto di Costituzione europea che doveva fondarsi sul lavoro di una Convenzione di 101 membri che non ha mai funzionato. Un progetto di Costituzione, di fatto frutto delle elaborazioni del suo Direttorio, costituito da tre sole personalità, dal contenuto fortemente neo-liberale, sottoposta nel 2005 a referendum e non ratificata per volontà sovrana di due popoli europei espressa in due referenda con voto contrario a larga maggioranza, ma il cui contenuto – respinto dal voto popolare – è stato (proditoriamente?) riammesso nel 2007 con un nuovo Trattato (Lisbona) come se i cittadini di Francia e Paesi Bassi non avessero mai avuto alcun diritto di voto. Anziché ad una maggiore democratizzazione del processo decisionale europeo fondata sulla espressione popolare, abbiamo assistito ad una sterzata vigorosa in senso contrario che faceva capire che a livello delle istituzioni il demos Kratos, il potere del popolo fosse rimasto una utopia. E se in alcuni paesi la maggioranza dei cittadini si era espressa contro l’approccio neo-liberale incarnato dal Trattato costituzionale, che si voleva addirittura elevare a norma costituzionale europea, di fatto il loro voto non contava più di tanto, si poteva contabilmente passer outre, andare avanti con le politiche comunitarie dai contenuti neo-liberali, as usual.

Da allora le istituzioni non hanno dimostrato ulteriori progressi in senso più democratico. Forse perché sempre più lontane da una accountability/responsabilità nei confronti dei loro cittadini, hanno dovuto subire in pieno il peso del vincolo esterno che grava sul loro funzionamento dal secondo dopoguerra, cioè l’influenza degli Stati Uniti d’America, presenti sia come lobby nel processo decisionale, sia militarmente sul territorio, con centinaia di basi e depositi. Così, nel 2004, con la sola vera opposizione inutile della sola Francia e l’ottimo speculare successo del lavoro pervicace di Condoleezza Rice, consigliera per la Sicurezza nazionale e poi segretaria di Stato con Georges W. Bush degli Stati Uniti d’America sono stati inseriti in massa nella UE i paesi della “Nuova Europa” (secondo la definizione del neo-conservatore americano Robert Kagan), impedendo ogni futuro approfondimento dell’Europa come ”casa comune” e subendo il decoupling, la separazione UE/Russia sempre perseguita dai governi americani. Con l’ingresso in massa di dieci Paesi, divenuti fra il 1999 e il 2004 membri NATO, più due “ritardatari” perché chiaramente incompatibili con i criteri di Copenaghen del 1993 per essere ammessi subito, Bulgaria e Romania, la UE si è trovata a contare, escludendo la Gran Bretagna, 23 membri NATO su 27 membri UE. Dalla brillante missione conclusa dalla Rice fra il 1997 e il 2000, riusciva certamente sconfitta la vecchia Europa, quella del presidente lussemburghese Jacques Santer, che aveva invano intelligentemente proposto nel dicembre del 1997 come presidente della Commissione la iniziale adesione di soli sei membri (Ungheria, Polonia, Cechia, Slovenia, Cipro, Estonia). Arriviamo oggi al dunque, all’approfondimento massimo del distacco fra le istituzioni e la cittadinanza europea. Basta un indice significativo della gravità del distacco: l’80% degli eurodeputati hanno votato per la continuazione della guerra alla Russia, anche dopo la diversa posizione assunta dalla presidenza americana, a seguito dell’incontro russo-americano di Anchorage. L’80% dei cittadini europei si sono invece, in vari ambiti, dichiarati decisamente contrari. Come volevasi dimostrare. Ma anche la stampa europea prepara nella UE una atmosfera di guerra alla Russia, cioè alla prima potenza nucleare del pianeta. Si è dato ogni risalto al recente attacco di Kiev con l’utilizzo del famoso missile Oresnik da parte russa. Ma si è taciuto che si è trattato della replica all’attacco ucraino del 22 maggio allo Starobelsk Professional College della Luhansk Pedagogical University nel Lugansk che ha fatto 86 vittime fra ragazzi dai 14 ai 18 anni. In questa continua escalation dove le parole armate dei media accompagnano le azioni militari stiamo arrivando alle soglie di una tragica guerra intereuropea. Situazione in totale contrasto con gli ideali di chi l’integrazione l’aveva immaginata ottant’anni fa come definitivo trionfo della pace in Europa.
Carlo degli Abbati*
*Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente Jean Monnet di Diritto Europeo e di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Ha insegnato Storia della Integrazione Europea alla Université de Lorraine-Metz . E’ autore delle opere “Transport and European Integration”, European Perspectives Series, 1987 e “Perché credere in questa Europa” ed.it. Termanini, Genova, 2023 e fr. l’Harmattan, 2024