Oggi la Corea del Sud detta le regole dell’estetica globale grazie alla musica, ai webtoon (fumetti) e a una cosmesi all’avanguardia che percepiamo come un fenomeno prettamente contemporaneo. Ma da dove nasce questo legame così viscerale con la cura di sé? Il Museo Guimet di Parigi celebra l’anno della Corea con una mostra straordinaria che esplora l’evoluzione della bellezza coreana, mettendo in dialogo i raffinati oggetti storici dell’era Joseon (dinastia coreana) con l’immaginario moderno della “Hallyu” (onda coreana). Abbiamo intervistato le due curatrici dell’esposizione, Claire Trinquet-Solery e Claire Bettinelli, per farci raccontare questo affascinante percorso tra rituali antichi, paradossi della cosmesi e icone pop. L’esposizione sarà visitabile a Parigi fino al 6 luglio

Foto delle due curatrici Claire Trinquet-Solery et Claire Bettinelli (c) musée Guimet

Qual è stato l’elemento scatenante che vi ha spinto a dedicare una mostra alla storia della bellezza coreana proprio in questo momento?

Quest’anno il Museo Guimet celebra la Corea e ha avviato una profonda riflessione su come esplorare questo Paese sotto molteplici sfaccettature. Oggi la Corea del Sud è celebre per la sua cultura visiva e le seus industrie creative, fenomeni che percepiamo come estremamente contemporanei. Ci è sembrato quindi interessante dare respiro a questo tema, trattandolo sul lungo periodo piuttosto che come una manifestazione passeggera, aprendo una porta su un’arte e una cultura materiale antiche e particolarmente raffinate. Il tema della bellezza offriva il perfetto ponte tra passato e presente.

Come avete articolato la presentazione degli oggetti storici dell’era Joseon con l’immagine moderna della K-beauty?

La bellezza e i suoi criteri non sono fissi: progrediscono e mutano al contatto con fenomeni storici, sociali, culturali ed economici. Certe immagini si fissano nella psiche collettiva e diventano racconti incessantemente reinventati. Esistono icone della bellezza che perdonano attraverso i secoli e la mostra si colloca proprio in questo dinamismo; esplora inoltre i sottili echi tra le varie epoche, in particolare i richiami che l’era contemporanea fa all’era Joseon e al suo patrimonio. Ecco perché in mostra esponiamo reinvenzioni contemporanee di un tempo passato. Le industrie creative coreane attingono regolarmente a questo passato, che coesiste con un’estetica quasi “futuristica” nella cultura popolare. Era importante renderlo visibile.

Quali sono stati i criteri per scegliere gli oggetti “chiave” rappresentativi di questa evoluzione estetica?

 Era necessario che le opere presentate dialogassero tra loro per interrogare e stimolare il visitatore. Le opere “ponte” hanno costituito un legame importante nel percorso: webtoon, cosmetici e K-pop presentano incarnazioni, temi ed estetiche che possono ancorarsi a più epoche contemporaneamente. Anche la presentazione di un hanbok reinventato nel 2015 dalla maison Chanel va in questa direzione. Oltre alla sua bellezza, quest’opera porta avanti un discorso sulla globalizzazione di un’estetica di cui, fino a qualche decennio fa, si era ancora poco consapevoli. Tuttavia, queste opere si comprendono appieno nel loro contesto, ad esempio a stretto contatto con oggetti più antichi.

Come rintracciate il legame directo tra i ritratti del XVIII secolo e l’identità visiva delle star della “Hallyu”?

Il miindo è un genere pittorico reso popolare dal ritratto di una bellezza di Shin Yun-bok, un’opera d’arte fortemente emblematica per la bellezza coreana. In mostra esponiamo altri miindo, in particolare quelli di Kim Eun-ho datati anni ’20 e ’30, che sono rappresentazioni idealizzate della bellezza femminile. Più che un legame diretto, questo tipo di opere interroga sulla rappresentazione stessa, sul suo grado di realismo e di idealizzazione. Induce a una riflessione su ciò che mostriamo della bellezza e sui suoi legami con la realtà e con i canoni in vigore.

In che modo l’allestimento dello spazio aiuta il visitatore a passare da una bellezza rituale a un fenomeno globalizzato?

Il visitatore abbraccia l’intera scenografia, composta da grandi sequenze colorate, fin dall’ingresso della mostra. Da un blu calmo, associato a una moquette per attutire i rumori, a un viola elettrico, il pubblico viene trasportato dall’epoca Joseon tarda alla Seul contemporanea, con le opere più recenti esposte che risalgono al 2025. Progettato dallo Studio Formule, questo allestimento permette di contestualizzare sia gli oggetti che appartengono più alla sfera intima, sia quelli legati alla sfera pubblica della bellezza.

Per quanto riguarda l’archetipo del “flower boy” (kkonminam), come avete scelto di rappresentare le radici dell’estetica maschile?

Pur mettendo in risalto la sfera femminile, questa mostra esplora in effetti l’angolo della mascolinità e della cura di sé fin dall’epoca Joseon. Vi si ritrovano anche attori coreani, ma questa rappresentazione subisce un’accelerazione con gli anni ’70 e l’emergere della pubblicità e delle industrie culturali. Abbiamo scelto in modo particolare di mostrare questa transizione attraverso il passaggio visivo tra una mascolinità più tradizionale e quella più dolce e metrosessuale che emerge progressivamente verso la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000. I kkonminam e i loro successori trovano spazio anche attraverso il prisma del K-pop, che contribuisce a rendere di massa un’estetica maschile molto particolare.

Come avete illustrato il paradosso tra naturalezza e sofisticazione attraverso i rimedi e le piante esposte?

Il corpus di piante presentato in mostra evidenzia soprattutto i legami intimi tra salute, medicina e bellezza. Questo legame costitutivo mostra la forte presenza della natura nell’elaborazione di rituali di bellezza sempre più sofisticati. Tuttavia, questa sofisticazione implicava anche l’utilizzo di sostanze più nocive, se non addirittura pericolose per la pelle. Esiste qui una coabitazione tra una natura che la K-beauty celebra ancora oggi e pratiche che ormai sappiamo essere a rischio nella ricerca di un ideale.

C’è un oggetto o un trattato storico che ha particolarmente trasformato la vostra visione di questo tema?

La scoperta del necessaire di bellezza della principessa Hwahyeop (1733-1752) è stato il vero filo conduttore della mostra. Morta a soli 19 anni e sepolta con il suo kit di bellezza, questa principessa reale fu pianta da suo padre, il re Yeongjo, come una figlia bella e virtuosa. Le ricerche condotte su questi oggetti hanno permesso, al di là del contenitore in sé, di fare luce sulle piante e sulle sostanze in uso a quell’epoca. Infine, questo splendido insieme ha fatto da ispirazione per la creazione di una linea di prodotti di bellezza contemporanea. Questo kit illustra perfettamente il ruolo di ponte tra passato e presente che la bellezza può rivestire.

Elisa Cutullè

(cover: La manche rouge © Dopamine, CreativeSUMM, Mikang Kang/ Haksan Publishing Co.,Ltd. © Éditions Albin Michel pour l’édition française, département bande dessinée, 2024)

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