La recente uccisione del ministro della difesa della giunta militare al potere e la caduta della città di Kidal nelle mani dei ribelli tuareg segnalano una nuova, drammatica escalation in un paese da decenni sull’orlo del baratro. Dietro la crisi, una frattura antica tra il nord desertico – patria dei tuareg – e il sud tropicale che governa da Bamako, aggravata dal collasso libico del 2011 e dal fallimento di tutte le mediazioni internazionali. Protagonista indiscusso della rivolta è Iyad Ag Ghali, storico leader tuareg capace di tenere insieme identità etnica e islamismo, che punta a rovesciare la giunta e ridisegnare gli equilibri di potere nel paese

Il sussulto che la storia del Mali ha conosciuto di recente, l’uccisione di un membro importante della giunta di Assimi Goita al potere dal 2020, il ministro della difesa Sadio Camara, e la riconquista della città di Kidal che con Tessalit forma la provincia più settentrionale del paese, da parte degli uomini del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad, nome tuareg attribuito alle tre province di Kidal, Gao e Timbuctù), già MNLA, e del GSIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani), filiale di al-Qaida, non è giunto inaspettato. Di ripetitivo, c’è stato solo l’allontanamento degli stranieri. Dopo i francesi, protagonisti delle due operazioni Serval e Barkane dal 2013, sono stati allontanati anche i russi dell’Africa Korps, che aveva preso la successione nel paese del Gruppo Wagner dal 2025. Ma ancora una volta sono loro, gli imohar, gli uomini del deserto, ad animare la rivolta, sahraui e tuareg, abituati ad una antica superiorità razziale bianca, discendenti dei grandi regni precoloniali del Mali o del Songhai, diventati invece nel perverso meccanismo post-coloniale gli esponenti di una piccola minoranza marginale e reietta, parte del “cattivo Mali’” per il governo dei neri del “Buon Mali”, quello tropicale, incentrato su Bamako. Governo centrale con cui comunque la Francia ha intrattenuto per decenni relazioni e interessi, Il “Buon Mali” della Francafrique.
Storicamente già colonia francese con il nome di Sudan francese, il Mali, diventato indipendente il 22 settembre 1960. Ma anche in Mali, più di recente, il rovesciamento occidentale del regime libico di Muammar al-Gheddafi nel 2011 ha provocato il peggioramento della situazione della sicurezza. Muammar al Gheddafi aveva dovuto confrontarsi prima con i Fratelli musulmani egiziani, ma soprattutto con il Gruppo Libico Islamico Combattente (GLIC) formato da mojahidin combattenti in Afghanistan, di origine libica, rientrati nel paese, ma aveva anche inquadrato nel suo esercito esponenti delle rivolte tuareg che avevano ripiegato verso la Libia. Sono questi miliziani che ritornano nel Nord del Mali, carichi di armi, dopo aver combattuto in Libia a fianco del Colonnello sino al 2011 contro la coalizione occidentale organizzata dalla Francia sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy. Gente come il “Guercio”, Mokhtar Belmokhtar, detto “Mister Malboro” per i suoi traffici di sigarette con l’Algeria, che ridesta la ribellione della minoranza tuareg, che si riconosce nel MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad), e riesce a prendere il controllo della parte settentrionale del paese. Qui occorre rilevare il sostegno di movimenti islamici integralisti legati ad AQMI (Al-Qaida nel Maghreb Islamico), Ansar ad-Dine e MUJAO (Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa occidentale). Certo sono tutti musulmani e molti si sono inseriti nel proselitismo wahhabita, sempre incoraggiato nella regione dall’Arabia saudita, attraverso la creazione e il finanziamento di migliaia di madrasa coraniche.
Ma sono innanzi tutto tuareg e più che una guerra santa contro gli infedeli vogliono il riconoscimento di una loro autonomia e il miglioramento delle loro condizioni economiche nelle difficili zone marginali rispetto a Bamako in cui vivono. E’ gente dura abituata a vivere in zone inospitali in cui applica un codice durissimo di comportamento, l’ashak. E’ difficile non vedere che se di jihadismo si tratta, esso è legato a rivendicazioni locali, è jihadismo locale, non è un sollevamento contro l’Occidente, è solo un sollevamento tuareg, il quinto dal 1960 che impone accanto ad un intervento militare la ricerca di una soluzione politica. Ci sono anche gli uomini, gli opinion leaders, i capi indiscussi, su cui si potrebbe costruire un tentativo di soluzione politica, di durevole pacificazione. Il protagonista principale della quinta rivolta è un nobile tuareg, Iyad Ag Ghali, tuareg della tribù degli Ifoghas, figlio di Ghali Ag Babakar, rimasto ucciso durante la prima rivolta del 1962-64. Dopo la fine della Libia di Gheddafi, è rientrato in Mali come molti tuareg passati dal 2009 nelle fila delle unità sahariane dell’armata libica. Fondatore storico nel 1988 del MNLA, aveva poi fondato un proprio gruppo, il citato Ansar ad-Dine, “I Difensori della religione”, gruppo salafita prossimo ad AQMI di cui è allora capo Abdelmalek Drukdel. Dopo aver conquistato la regione di Kidal e la più grande parte della regione di Timbuctù con AQMI, nel gennaio 2013 Iya Ag Ghali lancia una offensiva verso il Sud del Mali. La risposta francese è quasi immediata: nel gennaio del 2013 un corpo di spedizione francese (operazione Serval) affiancato da truppe ciadiane condotte da Idriss Déby e nigerine riprende quasi totalmente il controllo della regione settentrionale. Iyad Ag Ghali, che avrebbe potuto costituire allora la soluzione del conflitto, anche per la sua esperienza nel governo centrale, viene invece visto subito dalla Francia come il nemico pubblico n°1, di cui Macron ordina l’abbattimento dopo quello di Abdelmalek Drukdel, capo dell’AQMI e di un altro combattente, El Para. Ma in dieci anni il consenso del Sahel verso la Francia si converte nel rigetto, poi esteso anche nel Niger e nel Burkina-Faso. Oggi il vero protagonista della recente riconquista di Kidal è proprio Iyad Ag Ghali. Oggi 72enne, edotto dagli errori del passato, quando nel 2013, a capo di Ansar ad-Dine, aveva visto dopo la conquista del Nord del Mali i jihadisti imporre con violenza la sharia alle popolazioni locali e si era opposto senza successo ai capi di AQMI e al c.d. emiro del Niger, Abu Zeid, sino all’intervento francese. Divenuto capo del GSIM dal 2017 e HTV (High Value Target) per l’esercito francese sfugge ai francesi e ai russi nel suo bastione desertico ai confini algerini dell’Adrar des Ifoghas, fra Kidal e Tin Zauatine. Ag Ghali nel frattempo non ha cambiato obiettivo: rovesciare la giunta del Gen. Hassimi Goita, sostituirlo con un regime compatibile con l’Islam, a Bamako, e convertire il paese ad un regime islamista. In relazione diretta con i capi dell’AZAWAD, come lui appartenenti alla nobile tribù degli Ifoghas- Alghabass Ag Intalla e Bilal Ag Acherif – si fa protagonista di un compromesso con il MNLA (oggi FLA): distanziarsi da al-Qaida, ma ottenere in cambio la applicazione della sharia da parte dei cadì ( giudici) musulmani. Un manuale perfetto di islamismo non più ideologizzato, intorno all’attesa di un Califfato, ma territorializzato.

Il ritorno alla rilevanza della situazione locale dei tuareg e degli altri gruppi minoritari rispetto ai dominanti Bambara, Fulbe, Soninko, Senufo.
Come via di uscita alla situazione attuale in Mali, ove malgrado gli accordi di pace firmati nel 2015, si sono da allora protratti gli attacchi di gruppi armati, grazie alla saldatura del salafismo jihadista con le rivendicazioni delle citate minoranze etniche che ha portato alla creazione nel 2017 del citato Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM). Il GSIM si è ulteriormente inserito accanto allo Stato islamico nel Grande Sahara (SIGS) nelle violente lotte inter-etniche che hanno corso nel paese fra allevatori nomadi, Fulbe, Peul, condizionati dall’accelerato degrado ambientale dovuto al riscaldamento climatico e agricoltori Dambara e Dogon. Progetto ambizioso che potrebbe comunque riuscire a Iyad Ag Ghali, il ribelle tuareg che, già consigliere del presidente Alpha Umar Konaré, ha sempre ricevuto il massimo rispetto a Bamako da parte dei quadri wahhabiti formati dalla Jamaat al-Tabligh di obbedienza pakistana. Forse l’uomo di congiunzione quindi fra tribù ed islamismo, fra Azawad e sharia, già respinta del resto una prima volta nel paese nella sua applicazione più rigida.
Carlo degli Abbati Foto cover: ( AFP / – )
Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Ha insegnato Storia della Integrazione Europea alla Université de Lorraine-Metz