Mentre i media internazionali sono concentrati sugli avvenimenti del Golfo, le donne afghane continuano a essere vittime di un destino tragico e dimenticato. Il nostro collaboratore, il prof. Carlo degli Abbati, affida a una lettera aperta indirizzata a Kaçem Fazelly – giurista e diplomatico afgano, per molti anni Delegato permanente dell’Afghanistan presso l’UNESCO – un gesto simbolico ma necessario: chiedere perdono, a nome dell’Occidente, per l’abbandono di un intero popolo e, in particolare, delle sue donne

Caro Kaçem,

mi rivolgo a te, mi rivolgo al discendente dei kizilbash arrivati a Kabul con i safavidi nel XVI secolo, all’avvocato dell’Ambasciata francese di Kabul negli Anni ‘70, al professore di Diritto Internazionale a Kabul e  durante l’esilio a  Parigi, ma anche all’Ambasciatore della Repubblica d’Afghanistan a Praga, al membro dimissionario del comitato di redazione della Costituzione afghana del 2004, al rappresentante dell’Afghanistan presso l’UNESCO, ma soprattutto al  militante che mi accompagnava negli Anni ’80 a Lussemburgo nei giorni di Natale nei cortei che organizzavamo con l’ALA (Association Luxembourgeoise pour l’Afghanistan) e  arrivavano  sino alla Gëlle Fra, per ricordare ai  lussemburghesi la tragedia subita dal paese invaso dal 1979. Tu, non riuscendo a comporre con il nuovo governo comunista, avevi scelto la via dell’esilio nel 1980.

Di fronte ad un’invasione dettata dal dovere internazionalista del PC dell’URSS che non poteva permettere che un paese già comunista ritornasse indietro dal paradiso rosso, solo un anno dopo che Breznev vi aveva installato un “grande” leader, il segretario del PC afghano, Nur Mohammed Taraki. Ma di fronte al nuovo regime che metteva brutalmente in discussione gli antichi equilibri del paese fra modernismo e tradizione, gli afghani si erano ribellati, prima i bazari di Kabul, poi le campagne, e l’Armata Rossa era intervenuta. Erano seguiti dieci anni di guerra e di massacri soprattutto della popolazione civile, l’affermazione di una resistenza sempre pi organizzata, sino al decisivo allontanamento delle truppe sovietiche dieci anni dopo. Ma la guerra aveva intanto segnato il paese musulmano che da tradizionalista si era convertito in islamista con l’emergere dei talebani, gli studenti di religione, fondati ideologicamente dalle madrase pakistane. Poi gli attentati di New York, nel 2001, la presenza di Ben Laden in Afghanistan, dal 1996, sotto il regime talebano, avevano incrociato i destini del paese con la Grande Vendetta americana all’attentato, The War on Terror.

Gli americani non avevano immaginato contro al Qaida e i talebani al potere dal 1996 che probabilmente -ma non è accertato- non avrebbero mai consegnato Ben Laden, la stessa operazione di intelligence che le autorità italiane avevano brillantemente impostato contro le Brigate Rosse negli anni di piombo. L’obiettivo del presidente George W. Bush è stata subito la punizione collettiva, la distruzione dell’intero Paese con bombardamenti a tappeto iniziati il 7 ottobre 2001 dalla base di Bagram e durata giorni, che solo Gino Strada aveva avuto allora il coraggio civile di condannare, contro l’adesione internazionale.  Lo stesso annichilimento di uno Stato poi   immaginato, due anni dopo, per l’Iraq, la Mesopotamia storica, la terra dei due fiumi, polverizzata dai bombardamenti americani, con la scusa esibita all’ONU, con fialette di acqua distillata nelle mani di Colin Powell, delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Allora perlomeno l’iniziativa americana fu contraddetta dalle allora ancora esistenti diplomazie europee, ma senza alcun successo. All’ operazione militare americana Enduring Freedom contro al Qaida era poi succeduta la missione NATO denominata ISAF (International Security Assistance Force) cui anche l’Italia aveva partecipato sulla base dell’art .5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, perdendo 54 militari, ingaggiati soprattutto nella provincia di Herat. Era seguita la formazione di un nuovo governo, quello del pashtun Ahmed Karzai, istituito dopo una Loya Jirga (Assemblea popolare) organizzata a Kabul sotto i tendoni tedeschi della Oktober Fest nella primavera del 2002.

Ma dopo tredici anni di guerra civile contro la c.d. insorgenza talebana, 3.000 miliardi spesi e quasi duecentomila vittime, soprattutto civili e governativi afghani, oltre a 3.485 militari NATO, il presidente Donald Trump decideva di negoziare l’abbandono del Paese, trattando direttamente con i talebani sino ad allora combattuti ed escludendo completamente il governo afghano fino ad allora sostenuto. Furono gli accordi di Doha del 29 febbraio 2020, cui ha fatto seguito il grottesco abbandono indiscriminato del paese nell’agosto 2021 deciso dal successore Joe Biden, con scene che ricordavano l’abbandono americano da Saigon del 1975.

Oggi consegnato il governo ai talebani dal governo americano, la condizione civile delle donne in Afghanistan non è mai stata così tragica. Escluse dall’istruzione, da ogni funzione pubblica, ridotte ad uno stato quasi sub-umano. Eppure per la propaganda della CIA il consenso alla permanenza americana in Afghanistan negli anni ‘2000 si giustificava con il miglioramento della condizione femminile. La decisione politica di Trump ha sbarazzato l’America del problema della condizione femminile afghana, uscita di colpo dagli interessi strategici della grande potenza.

Per questo, Kaçem, io ti chiedo perdono come occidentale per lo stato attuale del Paese che tanto amavi, destabilizzato da più invasioni straniere. Ma vedi, almeno l’ultimo governo comunista di Najibullah durato sino al 1996 aveva creato il Consiglio nazionale di 82.000 donne afghane. Oggi mentre il nuovo codice penale talebano reintroduce, dopo oltre un secolo, il concetto  della schiavitù (Gholâm) nell’ordinamento afghano, alle donne in Afghanistan è vietata la scuola (1,1 anni di scuola effettiva nelle statistiche del PNUD 2023) proprio dai talebani che Donald Trump ha messo al potere. Con i (maledetti) accordi di Doha, firmati da lui e dal Mollah Abdul Ghani Baradar. Messi in atto nell’agosto 2021 da Joe Biden. Per questo come occidentale io devo chiedere a te, al tuo popolo e in particolare a tutte le donne afghane, umilmente scusa. Sia benedetta la tua memoria.

Carlo degli Abbati

Potrebbe interessarti anche questo

Il libro che non vuole stare da solo (e appartiene a tutti)

Ci sono oggetti che nascono per rimanere ancorati a una libreria e altri che chiedono, fin dal titolo, di mettersi in cammino. «Das Buch, das nicht allein sein will» (Il libro che non vuole stare da solo, ndr) appartiene a…

Il festival del cinema italiano sta arrivando!

Eravamo presenti alla conferenza stampa che anticipa il 49° Festival del Film italiano di Villerupt (Francia). In attesa di avere ospite in radio sabato 17 ottobre il direttore artistico Oreste Sacchelli, eccovi le anticipazioni Ospitato negli spazi de l’Arche, l’edizione 2026,…

Premio Tenco: fra ricordi e impegno

Dal 21 al 24 ottobre prossimi andrà in scena al Teatro Ariston di Sanremo la 49a edizione del Premio Tenco, rassegna della Canzone d’Autore che dal lontano 1974 promuove la canzone di qualità e il messaggio di Luigi Tenco, cercando…

Indonesia, Suharto eroe nazionale: la memoria dei massacri del 1965-66

Il presidente Prabowo Subianto ha proclamato Suharto eroe nazionale, cancellando i massacri anticomunisti del 1965-66, che costarono la vita a centinaia di migliaia di persone, forse fino a un milione. Con una super-maggioranza che riduce il Parlamento a megafono dell’esecutivo,…