Paleonotologo e scrittore, conosce e ama tantissimo la nostra lingua e l’Italia. Come tantissimo ama e conosce il Giappone, al quale ha dedicato il libro “Ritorno a Kyoto”, pubblicato in italiano da Gagio Edizioni (Crema/Roma, 2025) dove il Paese del Sol Levante è metafora di sentimenti ed emozioni. Lo abbiamo intervistato

Come ha origine la tua passione per il Giappone?

Quella per la cultura giapponese è una passione che risale alla mia giovinezza (in effetti, mi tengo caro il ricordo di una mostra di bonsai: l’arte giapponese degli alberi in miniatura), che si tenne in Lussemburgo all’inizio degli Anni ’90 e che avevo visitato insieme a mio padre. Mi lasciò un’impressione fortissima; l’estetica di quelle piante, risultato di un processo nel quale l’uomo lavora con la natura, mi sembrava qualcosa di “exstraterrestre”, proprio come mi sembrava “extraterrestre” il Giappone all’epoca. Cominciai quindi a interessarmi, oltre al bonsai, all’arte dei giardini giapponesi e al sistema filosofico che ne costituisce le basi, ovvero il buddismo zen. Negli anni poi, attraverso le mie letture, mi sono anche appassionato ad alcuni scrittori giapponesi, sia quelli più classici come Matsuo Basho, Junichiro Tanizaki o Natsume Soseki, sia altri più o meno contemporanei, come Yukio Mishima, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami. Mi sento quindi di affermare che la mia passione per il Giappone è nata attraverso due influenze, le arti tradizionali e la letteratura.

Come nasce questo libro e perché?

Questo libro “Ritorno a Kyoto” nasce in realtà da un vuoto: questo tempo sospeso che tutti abbiamo sperimentato, volens nolens, durante il periodo della pandemia globale, da inizio dell’anno 2020 e per diversi mesi a seguire. Prima della pandemia viaggiavo assiduamente in Asia, Giappone soprattutto; quest’attività di esplorazione si è poi interrotta improvvisamente e ho dovuto trovare altri modi per canalizzare la mia voglia di scoperta e di viaggio. Mi sono quindi proposto di scrivere dei miei viaggi passati, dapprima in lingua inglese per un sito internet basato proprio a Kyoto. Si trattava di resoconti abbastanza brevi delle mie esplorazioni dentro e fuori la città di Kyoto, antica capitale e tutt’oggi un centro culturale e spirituale del Giappone. A un certo punto poi è nata l’idea di trovare un filo rosso e di integrare questi racconti brevi nella trama di un racconto più ampio, aggiungendo degli aspetti culturali, letterari e anche delle considerazioni personali. Lavorandoci parecchio su, con l’aiuto del mio editore, quel manoscritto è poi diventato il mio primo libro, pubblicato in francese da Éditions Transboréal di Parigi (“Retour à Kyoto”, giugno 2023). La versione italiana è uscita per Gagio Edizioni (Roma) all’inizio dell’anno 2025.

La terra che ami e che è protagonista del tuo libro è spesso metafora di sentimenti: in che modo lo diventa?

Il Giappone è un luogo, anzi, un imaginario, che non si coglie con l’intelletto soltanto: è un luogo dell’anima. Nella cultura giapponese il non-detto, l’invisibile, la sfumatura, l’ambivalenza, spesso rivestono un’importanza più grande rispetto a quello che sembra ovvio e può essere compreso dalla mente. Un esempio molto semplice: nelle relazioni umane in Giappone non conta tanto quel che si dice; bisogna saper “leggere” l’atmosfera che si crea, fra due o più persone, bisogna risentire l’indicibile per capire come stanno le cose. Il Giappone è anche un Paese che trovo, per certi versi, molto poetico: la poesia nasce propria da quella zona di chiaroscuro fra intelletto e sentimento. Un altro esempio è il fiore di ciliegio e il suo simbolismo: la breve fioritura degli alberi di ciliegio giapponesi, dopo un lungo inverno, induce un sentimento di bellezza effimera, chiamato mono no aware, cioè un profondo apprezzamento per l’impermanenza delle cose. Questo, come altri concetti giapponesi, non si possono spiegare in modo didascalico con le parole, ma vanno percepiti. Per cui, fra le pagine del mio libro, si ritrova spesso questa dimensione contemplativa che apre spazi mentali, spero anche per il lettore.

Quale posto del Giappone ti appartiene di più?

Direi chiaramente la città di Kyoto e tutto quello che rappresenta: antica capitale, sede di numerose organizzazioni buddiste, e nello specifico del buddismo zen, teatro di tante descrizioni letterarie, città-giardino dove si ritrova una concentrazione assolutamente unica di giardini giapponesi e templi buddisti, cosi come santuari shintoisti ed i loro boschetti urbani. Città di professori, letterati, artigiani, filosofi, poeti e musicisti. Una città che si scopre a piedi o in bici e che si rivela al meglio nei margini, laddove lo spazio urbano si confonde con le montagne ricoperte d fitte foreste di cedri e cipressi, che nascondono alcuni dei templi e giardini più belli e famosi. Il segreto di Kyoto non si svela mai del tutto, e per questo continua ad affascinarmi.

Parli benissimo la nostra lingua: ci racconti l’origine di questo legame culturale e linguistico con il nostro Paese?

Il mio primo impatto con la lingua italiana fu alla fine degli Anni ’90, quando in un raduno di giovani in Portogallo conobbi un gruppo di italiani originari della provincia di Arezzo. Abbiamo stretto amicizia amicizia e sono poi andato a trovarli in Italia. Da lì è nata la voglia di imparare la lingua italiana, che considero tutt’ora come una delle più belle al mondo. Imparando la lingua ho scoperto i libri scritti in italiano e autori come Enrico Brizzi, Giuseppe Culicchia e Andrea De Carlo, ma anche la musica italiana di cui mi piaceva la scena del rock indipendente della fine degli Anni ’90, con gruppi come gli Afterhours, Marlene Kuntz, La Crus e cantautori come Cristina Donà, Carmen Consoli, Niccolò Fabi. Un po’ più tardi ho cominciato a collaborare con Radio Ara e la trasmissione Sentieri Sonori, all’epoca condotta da Raf Gallus e Giorgio Ravanetti e ben presto mi sono ritrovato ad organizzare concerti di musicisti italiani a Lussemburgo con l’associazione culturale Panoplie, da me co-fondata. Più di recente, dopo aver voltato la pagina musicale, sono diventato amico dello scrittore italiano Davide S. Sapienza con cui ho collaborato per alcuni progetti geopoetici nell’ambito della biosfera Unesco Minett e del Geoparco Unesco Mullerthal, entrambi in Lussemburgo. Il mio legame con l’Italia rimane quindi vivo e vegeto e sono particolarmente orgoglioso di aver potuto tradurre e pubblicare il mio libro anche in Italia.

Maria Grazia Galati

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