Andrea Scagnetti, poeta e scrittore italiano che vive e lavora in Lussemburgo, ne ha una vera fobia. Ci convive e ne ha fatto l’oggetto della sua ultima opera. Dove questo timore è metafora di inquietudini esistenziali. Ne parliamo con lui in questa intervista

Con la Primavera torni a parlare di farfalle, ma soprattutto di bruchi. In che modo e perché?
Una dozzina di anni fa, dopo “Spremuta d’arancia”, ebbi l’idea di sfruttare una mia personale e insolita debolezza, ovvero la fobia delle farfalle, come filo conduttore per la mia seconda raccolta di poesie. Tramite questo leitmotiv (la difficoltà di un bruco a diventare farfalla proprio perché ne ha il terrore) mi risultò più facile veicolare temi come appunto il disagio esistenziale, la paura di crescere, l’inadeguatezza in campo amoroso e la problematica della diversità. “La vecchiaia del bruco” (Atramenta, 2024) si snoda in sette capitoli, che in un certo senso illustrano le tappe di avvicinamento di un bruco alla metamorfosi. Un pretesto? Anche, perché attorno a questo argomento di fondo orbitano inoltre testi sulla drammaticità della vita, sul legame con persone a me care, sul mio rapporto con Dio. È una raccolta piuttosto vasta, circa 140 poesie. Diciamo che ho cercato di scrivere un piccolo “zibaldone” contenente impressioni e sentimenti di tutta una vita di un uomo che, arrivato a 51 anni, più che aprire un capitolo, intende finalmente chiuderlo.

Quanto c’è di autobiografico in questo tuo nuovo libro?
C’è tanto di autobiografico. Forse tutto. A parte alcune considerazioni più o meno filosofiche, attingo molto dai miei ricordi, anche d’infanzia. E in tutta la raccolta parlo molto di me. È una cosa che di solito non pratico nella vita di tutti i giorni, anzi preferiso rimanere in ascolto, ma tramite la poesia trovo più coraggio e riesco a vuotare il sacco.

La paura delle farfalle (detta papilofobia) è sconosciuta ai più. Ce ne vuoi parlare?
È un disturbo estremamente raro e, sinceramente, anche assai curioso. Non si tratta di vera e propria “paura”, so benissimo che una farfalla è totalmente innocua; più che altro è una “fobia” indefinibile, senza alcun fondamento logico o razionale. Nel mio caso specifico una farfalla non mi dà semplicemente fastidio, o mi fa ribrezzo; mi incute addirittura terrore! Può sembrare ridicolo, ma per evitare una farfalla sarei pronto a qualsiasi acrobazia. La vista di un lepidottero, anche solo in fotografia, scatena in me quello che potrebbe definirsi uno shock anafilattico. Una reazione potentissima. Insopportabile. E la cosa più assurda è che tutti lo considerano un insetto meraviglioso, sinonimo per antonomasia di grazia e bellezza…

In foto: Andrea Scagnetti

Hai scritto un po’ di tutto: racconti, una commedia teatrale e una radiofonica, poesie. Quale forma di scrittura senti che ti è più vicina?
Sanza dubbio la poesia. Amo essere il più sintetico possibile, mi è difficile dilungarmi. Non ho alcuna capacità epica. Ho bisogno di avere pieno controllo su quello che scrivo, e proprio per questo le mie poesie sono spesso brevi. Mi affascina l’idea di poter concentrare tanto in pochi versi. E poi c’è la musica. La poesia, per quanto riguarda la forma, è soprattutto melodia e ritmo. Come diceva Verlaine: la Musica prima di tutto. E la mia frustrazione di musicista mancato trova appunto riscatto nella sonorità che unisce le parole. Non a caso dopo essermi cimentato in diverse discipline artistiche quali il teatro, il canto, la musica e la pittura, mi sono ritrovato a scrivere versi dove, credo, tutte queste forme di espressione sono in qualche modo contenute.

Tramite i libri che hai dedicato a bruchi e farfalle hai superato un po’ questa paura?
Assolutamente no! È rimasta tale quale… D’altronde non era mia intenzione, tramite queste due opere, voler esorcizzare la paura. Mi è servita come spunto poetico e narrativo, ma non mi è affatto passata. Ci convivo e basta. Non è poi così invalidante: basta evitare le aree fiorite nei periodi estivi. E poi, purtroppo per tutti ma per mia grande fortuna, in giro se ne vedono sempre meno…

Intervista raccolta da Maria Grazia Galati

Potrebbe interessarti anche questo

Il libro che non vuole stare da solo (e appartiene a tutti)

Ci sono oggetti che nascono per rimanere ancorati a una libreria e altri che chiedono, fin dal titolo, di mettersi in cammino. «Das Buch, das nicht allein sein will» (Il libro che non vuole stare da solo, ndr) appartiene a…

Il festival del cinema italiano sta arrivando!

Eravamo presenti alla conferenza stampa che anticipa il 49° Festival del Film italiano di Villerupt (Francia). In attesa di avere ospite in radio sabato 17 ottobre il direttore artistico Oreste Sacchelli, eccovi le anticipazioni Ospitato negli spazi de l’Arche, l’edizione 2026,…

Premio Tenco: fra ricordi e impegno

Dal 21 al 24 ottobre prossimi andrà in scena al Teatro Ariston di Sanremo la 49a edizione del Premio Tenco, rassegna della Canzone d’Autore che dal lontano 1974 promuove la canzone di qualità e il messaggio di Luigi Tenco, cercando…

Filippo Tuena: il ritmo della pietra e del verso nella dimensione onirica di «Cimitero dei porfidi»

Scrivere è un atto di fedeltà alla pagina, un lavoro artigianale in cui la prosa levigata cede il passo all’essenzialità del verso libero, per rispondere a un’esigenza interna di sinteticità. Cimitero dei porfidi (Oligo Editore, 2026) rivela la sua natura…