Rotta balcanica, diritti umani, politiche europee, ruolo dei media. Ne parliamo con Francesco Cibati, regista del cortometraggio “Umar“, il giovane pakistano che ha tentato per ben 37 volte di entrare in Europa. Tra i fondatori di Linea d’Ombra, l’associazione che a Trieste cura e assiste i migranti della rotta balcanica, Cibati sta per lanciare anche un‘iniziativa europea per chiedere il pieno rispetto dell’art. 4 della Carta UE dei diritti fondamentali: quello che proibisce la tortura, le pene o trattamenti inumani o degradanti.

Umar è il titolo del cortometraggio di Francesco Cibati, scritto con Marco Bergonzi e Michael Petrolini, prodotto da Raw Sight e attualmente in calendario in diversi festival internazionali. Umar è anche il nome del protagonista dell’opera prima di Francesco Cibati, tra i fondatori dell’associazione Linea d’Ombra, che accoglie i profughi della cosiddetta rotta balcanica, che arrivano in Italia, a Trieste. Proprio in questi giorni Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi sono stati assolti dalla sciagurata accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il tribunale di Bologna ha archiviato il fascicolo dell’indagine per mancanza di prove a carico della coppia di volontari.

Umar non è solo un cortometraggio ma un manifesto di umanità, autodeterminazione e impegno che racconta la storia di uomini, donne e bambine che mettono a rischio la loro vita e alla fine del loro tortuoso cammino, trovano la speranza tra le braccia dei volontari dell’associazione che, come Cibati, da anni vivono da vicino queste storie, al limite dell’umano.

Come nasce il cortometraggio Umar?

Chi segue le vicende della rotta balcanica forse conosce già la storia di Umar, così come quella di Lorena e Gian Andrea. Umar è stato ripreso e raccontato molte volte: ne ha parlato la televisione nazionale italiana oltre a quelle spagnola, belga e olandese; compare in diversi articoli e reportage (ricordo il bel documentario di Sara Del Dot e Carlotta Marrucci, “Confine | Umanità”). C’è un però: Umar è sempre stato raccontato in quanto oggetto di violenza da parte della polizia croata, che lo ha torturato con una sbarra di ferro arroventata. È il personaggio tragico e archetipo del migrante che – per fortuna e per determinazione – è riuscito a salvarsi.

Mancava tra queste narrazioni una versione di Umar che originasse da lui stesso, che desse spazio alla persona e senza concentrarsi solo sulle violenze da lui subite in passato. Essendo parte attiva dell’associazione Linea d’Ombra e frequentando Umar nel quotidiano ho intuito questa possibilità, l’idea l’ha entusiasmato da subito. Abbiamo deciso di seguirlo nella sua quotidianità, osservandolo per due giorni senza stabilire un piano preciso delle riprese. Al contempo, con l’aiuto di Raheem Ullah e Shabana, amici e preziosi mediatori, Umar ha sviluppato quello che nel montaggio è la sua voce narrante fuori campo. Umar finalmente racconta la sua storia in prima persona, scegliendone accenti e sfumature.

Il tuo racconto narra la storia di una delle tante persone che vengono a vivere da noi, ma restituiscono anche un racconto sull’Italia, sono anche le storie di chi incontra e accoglie i migranti. Che quadro ne esce?

Non era l’intenzione di questo breve documentario parlare di rotta balcanica, né di accoglienza né di Linea d’Ombra. Non direttamente almeno. Chiaro, nel montaggio questi temi compaiono in modo indiretto: si vedono le interazioni in piazza, si vede il silos, la violenza e l’incontro stanno nelle parole di Umar. Si percepisce la presenza di un mondo solidale che per Umar si rivela fondamentale. Questo mondo solidale si intuisce, ma non è raccontato con dovizia: non si scopre del vuoto pneumatico lasciato dalle istituzioni cittadine, della criminalizzazione della solidarietà, dei problemi e delle gratificazioni che questo lavoro comporta. Questo cortometraggio voleva soltanto lasciare uno spazio espressivo libero da vincoli a un ragazzo già iper-mediatizzato, ma fino ad ora solo per la violenza da lui subita.

Ad un certo punto Umar, nel corto, dice che dopo 37 volte è riuscito ad arrivare in Italia. Ma si domanda a quale costo. Tu sei stato diverse volte al di là del confine, cosa succede nel tragitto denominato rotta balcanica?

Ormai la rotta balcanica dovrebbe essere nota anche ai sassi, così come le criminali politiche migratorie dell’UE, che replicano bellamente e senza soluzione di continuità le nefandezze a cui assistiamo. La rotta balcanica non è altro che un imbuto, un setaccio che filtra i corpi di persone in cerca di dignità, in fuga da guerre e povertà figlie della violenza, del capitalismo e del colonialismo occidentali, permettendo solo a pochi, più forti o fortunati, di raggiungere questa “terra promessa” che si rivela essere luogo di sfruttamento e diritti negati. Chi riesce ad arrivare in Europa ha già subito violenze fisiche e psicologiche talmente gravi da sentirsi miracolato, tanto da accettare di buon grado l’essere manodopera a basso costo propedeutica al nostro benessere, raccogliendo pomodori e arance, vendemmiando, lavorando in nero nell’edilizia o prostituendosi.

Le violenze della polizia croata, i respingimenti nel mare Egeo, le persone morte di freddo al confine tra Polonia e Bielorussia non sono altro che l’ovvia conseguenza di una precisa volontà politica nazionale ed europea, che finanzia Frontex, muri, guardie, tecnologie avanzate per il riconoscimento e l’espulsione dei migranti, paesi criminali come Turchia o Libia che servono allo scopo di trattenere quante più persone possibili. L’Europa ha rinnegato sé stessa lungo la rotta balcanica e nel Mediterraneo. La crisi non è migratoria, la crisi sta nelle politiche europee.

Puoi dirci qualcosa di più dei luoghi che avete toccato?

La Bosnia è il paese di cui ci occupiamo, oltre a garantire una primissima accoglienza a Trieste. Si tratta di un paese fragile, negletto, con grandi problemi di povertà. Insomma il posto perfetto per un’Europa in cerca di luoghi dove bloccare migliaia di persone e subito dimenticarsene, incentivando la creazione di grandi campi di concentramento con decine di milioni di euro recuperati dai contribuenti. Anche qua è difficile non vedere un disegno criminale: negli ultimi tre anni sono stati spesi circa 90 milioni di euro per la creazione e il mantenimento di campi profughi che non garantiscono i minimi standard igienici e di dignità, che si configurano come trappole umane in cui qualche realtà cerca di portare sollievo, penso a IPSIA e a Silvia Maraone, che in Bosnia lavora da venticinque anni facendo la differenza.

Eppure niente è scontato, niente è davvero giusto. Ad esempio, se costruisco una cucina che gli utenti del campo possono utilizzare, da un lato sto facendo il loro bene, dall’altro sto contribuendo all’affermazione di un modello profondamente sbagliato basato su grandi centri intensivi. Mi chiedo: perché investire in grandi casermoni e non in un sistema di accoglienza diffuso, che potrebbe ripartire le risorse economiche tra la popolazione, che andrebbe a mescolare maggiormente persone migranti e cittadini volenterosi e solidali, favorendo l’inclusione all’odio? Non sono un esperto, non ho studiato cooperazione internazionale, ma mi sembra evidente che ammassando migliaia di persone nello stesso luogo l’unica cosa che si può ottenere è un incremento del disagio e di conseguenza l’intolleranza da parte di persone e istituzioni locali.

Oltretutto, i campi in Bosnia contengono solo una parte della popolazione in movimento. Molti, la maggior parte, per scelta o per mancanza di alternative, vivono all’addiaccio, in mezzo ai boschi o dentro edifici fatiscenti e abbandonati, i cosiddetti jungle camp e squat. È importante sapere che in Bosnia portare aiuti fuori dai campi profughi è illegale. Si rischiano multe, fogli di via e anche detenzioni. Eppure ci sono una serie di realtà, locali e internazionali, come Solidarnost, No Name Kitchen, Frach, Border Violence Monitoring Network che si battono per portare cibo, vestiti, medicine, legna da ardere a chi nei campi non vuole o non riesce a trovare riparo.

Sei uno dei fondatori di Linea d’ombra, l’associazione che assiste i migranti in transito per la città di Trieste. L’incontro è il punto centrale delle vostre azioni. Cosa significa?

Linea d’Ombra rivendica la dimensione politica, prima che umanitaria, del proprio agire. Non incontriamo queste persone in piazza perché sono povere e derelitte. Andiamo ad incontrare fratelli e sorelle che ogni giorno ci insegnano una lezione importante: non è uno Stato né un pezzo di carta da esso promulgato a sancire i diritti fondamentali. È il fatto stesso di essere vivi, l’avere un corpo, a garantire il diritto al movimento, alla ricerca della dignità. Questa idea si riflette negli occhi e sui visi di chi incontriamo, che portano una fierezza e una resistenza che in Europa sta scomparendo. Queste persone, attraversando i confini, violano l’essenza stessa dello Stato, che non può arrogarsi la decisione su chi entra e chi è bandito, su chi vive e chi muore.

Le persone che incontriamo ci ricordano quanto noi, passaporti occidentali, siamo inflacciditi dai nostri privilegi, dalle nostre comodità, dal consumismo. Ci ricordano che lottare per i diritti è indispensabile, perché lo Stato non è mai democratico di per sé: lo Stato opera costrizione, limita, impone. Nel caso delle persone in movimento non rispetta nemmeno le proprie stesse leggi. La vera democrazia sta nel popolo che rivendica i propri diritti, con il proprio corpo, protestando nelle strade e nelle piazze. È per questo che noi siamo in Piazza Libertà (a Trieste, ndr) tutti i giorni: per incontrarci in uno spazio sociale, condiviso, tra persone libere e uguali che si oppongono alle politiche di odio e discriminazione portate avanti dalle istituzioni che ci governano, ma che di certo non ci rappresentano.

Dopo decenni, le migrazioni vengono ancora essere gestite come un’emergenza senza un vero piano di accoglienza. Quanto è importante il ruolo delle associazioni?

Il ruolo e l’impegno delle associazioni, dei collettivi, delle organizzazioni è fondamentale – eccetto quelle realtà che replicano questo sistema perverso, penso in primis all’OIM (Organizzazione mondiale per le Migrazioni) – però non è sufficiente. Le associazioni arginano, mettono una pezza ad un problema strutturale che non vuole essere affrontato con dovizia. Mancano i finanziamenti, mancano le risorse, manca in primis la volontà da parte dei governi di supportare l’azione solidale. Viviamo in uno Stato che spende 70 milioni di euro al giorno per l’esercito e ci fa credere che sia importante alzare muri e investire miliardi in tecnologie per la protezione dei confini. Ma se anziché per l’esercito quei soldi fossero spesi per istruzione, sanità e accoglienza non sarebbe meglio? Noi, come tutte e tutti, ci mettiamo ogni giorno il nostro impegno, ma è una battaglia impari. L’unico modo per cambiare rotta è una mobilitazione ampia, trasversale, che abbracci tutta la popolazione Europea e sfidi l’intolleranza e il razzismo delle nostre istituzioni su ogni livello possibile.

Senza il supporto consapevole della popolazione e senza personalità politiche dotate una coscienza le associazioni da sole non possono cambiare la situazione. Sappiamo tutti e tutte che fermare le migrazioni è come fermare l’acqua con le mani: è impossibile, eppure ce la propugnano come unica soluzione. Lo Stato dovrebbe regolamentare anziché proibire, se non vuole favorire il mercato nero e la criminalità. È un discorso che vale per molte tematiche.

Spesso i media raccontano le migrazioni con sensazionalismo tralasciando l’aspetto umano della vicenda. Il tuo cortometraggio mette al centro la persona. Quanto è importante cambiare la narrazione?

Il sensazionalismo dei media in un certo senso evoca anche la dimensione personale di queste storie, pensate solo ad Alan Kurdi o più di recente a Madina: sono tutti casi “personali”. Il problema sta nella maniera, che è troppo spesso pietista e per questo inaccettabile. Inoltre parliamo di un’attenzione selettiva. Quando i media si svegliano, come è successo per l’incendio al campo di Lipa il 23/12/20 o con la più recente questione al confine tra Polonia e Bielorussia, le associazioni solidali si ritrovano sommerse di richieste, mail, donazioni. L’interesse diventa un fiume in piena difficile da gestire, che dopo una, due settimane si prosciuga all’improvviso, lasciando il terreno arido fino alla successiva ondata di sensazionalismo. Non c’è niente di più deleterio.

Quello che servirebbe è una informazione responsabile, cioè costante e precisa, che permetta una lettura oggettiva del fenomeno e permetta quindi alle realtà impegnate di ricevere un sostegno costante e gestibile. Quello che secondo me manca completamente nella stampa e negli organi informativi è la volontà, oltre che di narrare i fatti, di contestualizzarli, andando a identificare le ragioni strutturali per cui tutto questo avviene, e portare così i veri responsabili sotto i riflettori. Come ho già detto, responsabili sono le istituzioni che ci governano.

A tuo avviso cosa potrebbero fare i governi europei nell’immediato per affrontare la più grande migrazione del nostro tempo?

Servirebbe un utopico ed estensivo esame di coscienza da parte di tutta la classe politica europea. Tagliare la spesa militare e destinarla a percorsi virtuosi di accoglienza. Creare veri progetti a sostegno dei paesi di origine, che non siano l’ennesimo sfruttamento di interessi economici e geopolitici camuffati da “esportazione di democrazia” o “missione umanitaria”. Forse, basterebbe rileggersi i documenti fondanti dell’Unione europea per trovare la risposta. Tutto sommato è quasi banale.

Ne approfitto per prendere uno spazio pubblicitario. Con un pugno di cittadini sparsi per l’Europa stiamo cercando di lanciare una iniziativa dei Cittadini Europei, che è l’unico strumento di democrazia diretta a disposizione del popolo per interagire con le istituzioni. Chiediamo che sia rispettato l’Art. 4 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, quello che proibisce la tortura e i trattamenti degradanti. Si trovano più informazioni e la possibilità di sottoscrivere al sito www.stopborderviolence.org. Dobbiamo raccogliere un milione di firme, è un obiettivo ambizioso raggiungibile solo attraverso una presa di responsabilità da parte di tutte e tutti. A prescindere dal risultato, è importante anche solo il lavoro di relazione e rete necessario a raggiungere l’obiettivo. In Europa ancora manca un movimento coeso e trasversale per la difesa dei diritti umani.

Il vicepresidente e la presidente dell’associazione Linea d’ombra, erano stati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Finalmente, un giudice ha decretato che la solidarietà non si arresta. Possibile che nel nostro Paese dietro alle denunce ci sia un carattere politico nei confronti degli attivisti solidali con i migranti?

Non è possibile, è una certezza. È venuto a Trieste perfino un rappresentante delle Nazioni Unite impegnato nella protezione dei difensori dei diritti umani, allarmato dalla situazione. Almeno nei territori del nord-est è palese quanti si paghi l’indulto del Dopoguerra, e questo vale sia per una certa magistratura, sia per le forze dell’ordine. ICS ha fatto uscire una nota stampa in seguito all’archiviazione del caso di Gian Andrea e Lorena, facendo notare come in tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia si usino impropriamente strumenti giuridici per reprimere l’attivismo umanitario. Prima di Linea d’Ombra è stato il caso di Ospiti in Arrivo a Udine e della Rete Solidale di Pordenone, entrambe accusate pretestuosamente e poi assolte o archiviate. Su Linea d’Ombra pesa un secondo procedimento penale, aperto in data 12/02/2021 in seguito a una mia intervista su Radio Capital andata in onda il 30/01/2021: ho detto, tra le altre cose, che raccogliamo telefoni e powerbank per le persone bloccate in Bosnia, tanto è bastato per aprire con urgenza un’indagine con ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato e continuato, speriamo anch’essa archiviata. Oltre alla beffa e al danno personale economico, di tempo e immagine, bisogna ricordare che chi perseguita lo fa spendendo soldi pubblici.

Trieste è una città intrinsecamente fascista, basta guardare le presenze della X Mas alle celebrazioni istituzionali, le targhe, strade ed edifici intitolati a gerarchi devoti al Reich, il revisionismo storico sulla questione delle foibe. Un caso esemplare è la manifestazione fascista avvenuta in Piazza Libertà il 24 ottobre 2020, approvata e difesa dalle forze dell’ordine. Al tempo non solo finirono all’ospedale quattro ragazze tra i 20 e i 24 anni con commozioni cerebrali e diversi punti di sutura a chiudere le ferite inferte dai manganelli, venne violato il diritto all’informazione – infatti un cordone di polizia impediva a tutte le testate presenti, tranne una notoriamente schierata, Trieste Café, di accedere alla piazza; il grido della società civile triestina che chiedeva di impedire la manifestazione cadde inascoltato. Quel giorno furono diversi i rimandi all’ideologia nazista e le tesi di complotto che collegavano in un assurdo disegno criminale Papa Francesco, George Soros e le associazioni attive nell’accoglienza. In protesta alla manifestazione concessa facemmo un sit-in pacifico, in seguito al quale venne indagata tutta Linea d’Ombra e altre realtà a noi solidali, 58 persone in totale. Poco fa sono terminate le indagini, che accusano 8 compagne e compagni di resistenza e oltraggio, secondo uno schema che cerca sempre di distinguere in buoni e cattivi quello che invece era e rimane un movimento antifascista coeso. Il vero oltraggio quel giorno fu alla Costituzione.

Tornando alle frontiere, sappiamo bene che la maggior parte degli ingressi avvengono perché ci sono agenti corrotti e collusi a guardia dei confini, eppure una indagine interna per individuare chi collabora coi trafficanti non è mai stata fatta. Il panorama, non solo a Trieste, è davvero allarmante. Mando tutta la mia solidarietà a chi subisce repressione perché solidale.

Paolo De Martino

Per informazioni e richieste di proiezioni: productions@rawsight.it

Umar è un ragazzo pakistano che ha attraversato a piedi la cosiddetta Rotta Balcanica e durante il viaggio è stato vittima di soprusi da parte della polizia croata, vivendo atroci momenti che vengono raccontati nel cortometraggio. Queste scene continuano a replicarsi anche in queste settimane sul confine tra Polonia e Bielorussia, alle porte dell’ “Europa solidale”. Umar ha continuato il cammino verso il futuro con una gamba ustionata che ha rischiato di perdere. Finalmente il suo arduo tragitto finisce a Trieste dove trova accoglienza e aiuto grazie anche a Lorena Fornasir, presidente di Linea d’Ombra, l’associazione triestina che ogni giorno in piazza della Libertà accoglie i migranti dalla rotta balcanica.

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