rojava

L’accogliente sala del Centre Català di Lussemburgo, ieri sera (11 dicembre, ndr) è stata il teatro di interessanti testimonianze di cittadini curdi – residenti tra Germania e Lussemburgo – che hanno presenziato la conferenza su “la Rivoluzione in Rojava, Kurdistan” organizzata da Déi Lénk.

Ripercorrendo una parte della storia del popolo curdo e arrivando fino ai nostri giorni, gli oratori hanno spiegato che, con l’inizio della guerra civile in Siria – diventata una vera catastrofe umanitaria –, i curdi hanno cercato una terza via tra il regime siriano e le derive dello “stato islamico”, quella dell’autodifesa organizzata. Nella regione del Nord della Siria, storicamente multietnica e multireligiosa, è stata pensata e adottata una struttura sociale autogestita che si richiama a tre dei principi del paradigma di Öcalan, (il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr), ovvero : una società democratica, ecologica e uguale. Una società che permette l’uguaglianza tra i sessi, che si lega al movimento di liberazione delle donne, fondamentale per l’organizzazione del vivere civile. Una società non può essere libera se le donne non sono libere, dicono gli oratori all’unisono ; di scegliere, di decidere e anche di combattere. Nel Kurdistan, infatti, almeno fino all’attacco dello scorso ottobre da parte della Turchia, le donne si sono organizzate indipendentemente dalle strutture gerarchiche anche per difendere il territorio con le armi.

Molti sono stati gli spunti utili per cercare di comprendere la situazione che, con il passare degli anni, è diventata sempre più tragica per il popolo curdo : infatti, dall’inizio della guerra, solo in Rojava, si stimano in 17 000 le persone disperse e 15 000 quelle cadute in combattimento. Una  guerra tragica che ha portato all’esodo di curdi e siriani in Europa. Tra le testimonianze quella di una giovane curda che ha denunciato le intimidazioni e le criminalizzazioni di cui sono vittime gli attivisti curdi in terra tedesca, qualora vogliano esercitare le loro libertà fondamentali. Per es.: per aver semplicemente esposto la bandiera del proprio Paese, alcuni di loro sono stati fermati dalla polizia. Una forma ipocrita e vigliacca di non rispetto dei diritti umani. E la deriva sovranista di certi Paesi non aiuta certo la Rivoluzione liberale curda.

« Il Ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn – ha spiegato un rappresentante del Fuiddonsplate forum – ha condannato la recente invasione turca in Siria ma non è stato certo chiesto, a livello governativo, il congelamento dei fondi turchi nelle banche lussemburghesi, per esempio ». « Il Granducato è intervenuto solo dal punto di vista umanitario ».

Anche in Lussemburgo i curdi vogliono far conoscere la loro storia e le loro attività a supporto della rivoluzione di Rojava e del progetto di società alternativa e lo fanno anche grazie a Women Defend Rojava, la rete di donne curde che lottano affianco alle donne di tutto il mondo, per dare voce ai diritti e alla pace. Il 15 febbraio 2020 passerà da Lussemburgo la marcia per la pace che raggiungerà il Parlamento europeo di Strasburgo. Le informazioni prossimamente sul sito :

https://womendefendrojava.net/

(Paola Cairo)

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