Una conferenza organizzata da Fraen an Gender in collaborazione con il Centre Culturel « Altrimenti » si è tenuta lo scorso 4 dicembre: What you say is what you get, ovvero come la lingua influenza la nostra visione del mondo.

La lingua interviene sul nostro modo di pensare il mondo, o è forse il contrario? Tatjana von Bonkewit, psicologa e linguista, ci propone un viaggio attraverso studi e ricerche sul funzionamento del cervello e la plasticità, la neuropsicologia e le imbricazioni fra genere grammaticale e identità sessuale, soprattutto in un contesto multiculturale e multilingue, come quello che conosciamo qui in Lussemburgo. L’argomento può sembrare ostico, ma è stato invece trattato brillantemente, con l’aiuto di test, immagini ed altri esempi che si sono rivelati non solo accessibili, ma anche pertinenti e altrettanto eloquenti che tanti argomenti specialistici.

Oltre le teorie contraddittorie che si affrontano come in molte discipline, molto presto ci si rende conto di quanto la lingua non abbia in effetti nulla di neutro. Se in alcune delle lingue che usiamo sappiamo immediatamente se parliamo di un uomo o di una donna, in altri casi questo non avviene (esempio in inglese  I had dinner withe a friend , si tratta di un amico o di un’amica?).

Secondo la lingua abbiamo due o tre generi grammaticali, o nessuno, in finlandese, per esempio, l’informazione sul genere è fornita dai suffissi. Le risposte dei matsés del Perù, a domande « semplici » potrebbero sembrarci abbastanza sconcertanti.

Per esempio, se chiedessimo a un Matsés quanti figli ha, la risposta potrebbe essere “Ce n’erano due”, per esperienza diretta nel recente passato. O traducendo in maniera più libera: “Ce n’erano due l’ultima volta che ho controllato. In alcune lingue aborigene la posizione, anche se si tratta di un oggetto banale, si definisce secondo i punti cardinali, non dicendo a destra o in basso. E cosa succede nelle lingue semitiche, dove la scrittura va da destra verso sinistra? Un nome maschile evocherà aggettivi considerati ugualmente maschili. Il tono della voce « si adatterà », se ci rivolgiamo ad una bambina, cioè una bella principessina, adotteremo toni dolci e studenti che ci sembreranno meno adatti ad un piccolo eroe, che sia soldato, indiano, o astronauta.

In alcune lingue si mette in evidenza un fatto, in altre si tenderà a cercare chi agisce. Impossibile quindi sostenere che la lingua è neutra, dobbiamo invece costatare che dove il maschile grammaticale universale domina (e perché non il femminile?) le donne perdono visibilità e perfino esistenza sociale. Alcuni esempi non hanno niente di teorico e possono avere conseguenze non irrilevanti: fare i crash-test su manichini di corporatura maschile, studi terapeutici su uomini, ignorare la sintomatologia dell’infarto, diversa da quella riscontrata nell’uomo, conduce ad una gestione meno attenta della salute. Le soluzioni, secondo Tatjana von Bonkewit, sono diverse: adottare un linguaggio e forme di educazione neutre, usare il femminile dei nomi e naturalmente cambiare la società in questo senso.

Patrizia Carelli

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