Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo.
meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
 
 
donna
Se questo è un uomo di Primo Levi è universalmente conosciuto: il dolore provato da un uomo in un campo di concentramento. E l’altra “metà del cielo”? Nessuno si è mai chiesto cosa potesse provare una donna in un campo di concentramento?
Se l’è chiesto Milton Fernandez, scrittore, ideatore e regista dello spettacolo Se questa è una donna, andato in scena il 30 gennaio 2019 al Centro Asteria di Milano, in occasione della Giornata della Memoria.
In scena tre donne, che si ritrovano costantemente in un giorno prefissato della settimana, apparentemente per bere un tè, di fatto per rievocare il loro periodo trascorso nei campi di concentramento, per rivivere le loro emozioni. Sono tre sopravvissute che si ritrovano per “non dimenticare”, per far sì che la loro voce giunga ai posteri.
Ognuna di loro ha descritto in modo diverso il proprio vissuto: chi in maniera arrabbiata, chi più pacata e chi più serena. Hanno raccontato di infanzie violate, di esperimenti scientifici fatti sui loro giovani corpi, trattate come cavie, di continue violazioni del corpo e dell’anima.
Il progetto finale era la distruzione del corpo e della mente per arrivare alla morte di Dio. 
Cancellare l’esistenza, annientarla, significava negare la bellezza di Dio, che si rispecchiava nell’essere umano. Tutto concorreva a far perdere la speranza, affinché tutto venisse dimenticato, mentre le tre donne volevano continuare a ricordare. Così pensavano alle pieghe dei vestiti che avvolgevano i loro corpi; alle risate dei bambini, all’amore delle coppie giovani e spensierate.
Pensare alla bellezza della vita, faceva ritrovare loro la dignità, in mezzo a tanto dolore, a tanta cattiveria e a tanto odio. Parimenti le madri che erano lì con i loro figli: vivevano, se così si può dire, per loro, affinché potessero a loro sopravvivere.
L’essere trattate come “merce”, il dover imparare a soffrire in silenzio ha fatto di loro delle donne con la “D” maiuscola.
Il loro è un messaggio d’amore: tramandare la Shoah significa “non dimenticare”, avere sempre la speranza in un mondo migliore.
Molto suggestivo il finale, con le tre donne – interpretate da Elisabetta Cesone, Renata Bertolas e Lorella De Luca, tutte molto brave – sedute al tavolo e, sullo sfondo, le immagini struggenti in bianco e nero di scene nei campi di concentramento, accompagnate dalle musiche di Angel Galzerano. 
Anna Violante
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