Il presidente Prabowo Subianto ha proclamato Suharto eroe nazionale, cancellando i massacri anticomunisti del 1965-66, che costarono la vita a centinaia di migliaia di persone, forse fino a un milione. Con una super-maggioranza che riduce il Parlamento a megafono dell’esecutivo, l’Indonesia sembra scivolare verso una restaurazione autoritaria. Il Paese resta però un attore chiave: è il quarto del mondo per popolazione, il primo tra i paesi musulmani, controlla lo stretto di Malacca e ha aderito ai BRICS nel gennaio 2025

Mentre i massacri di centinaia di migliaia di appartenenti al Partito Comunista Indonesiano (PKI), condotti fra il 1965 e il 1966 con la collaborazione diretta, il c.d. “Jakarta Method”, poi esteso ad altri Paesi, soprattutto centro e sud-americani, della CIA americana e fra altri del consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy– fornitura di liste di sospetti, valutazioni politiche volte a ridurre l’influenza comunista, consulenze indirette su “azioni di contenimento”, sotto la presidenza di Lyndon B. Johnson, sono ormai iscritti nei libri di storia, dopo la precisa descrizione che ne fece lo scrittore americano Vincent Bevins, l’attuale presidente indonesiano, Prabowo Subianto, ha recentemente eletto ad eroe nazionale l’ex- presidente gen. Suharto, incidentalmente suo ex-suocero, direttamente responsabile dei massacri di allora. L’arrivo al potere del gen. Suharto aveva messo fine nell’emergenza nel 1967 al governo precedente del presidente Sukarno, leader autorevole co-fondatore del Movimento dei Non Allineati con la famosa conferenza di Bandung del 1955, ostile agli USA e vicino alla Cina e ai movimenti anticoloniali del Terzo mondo. L’avvento di Suharto, dopo le esecuzioni di massa degli indonesiani comunisti (si stima sino ad un milione di persone) appartenenti al PKI aveva marcato l’inizio in Indonesia dell’Ordine Nuovo durato 32 anni che ne aveva fatto uno dei paesi più autoritari e filo-occidentali dell’Asia. Se il lungo periodo di Ordine Nuovo sotto il defunto Suharto segnò anni di paura, di corruzione e di profonda disuguaglianza, l’incensamento che il presidente attuale fa di quel periodo fa pensare che l’Indonesia si stia incamminando verso una fase di vera e propria restaurazione. Prabowo ha in effetti, nel quadro politico indonesiano, consolidato una coalizione di super-maggioranza frutto di una larga intesa di partiti diversi, che riduce il Parlamento a semplice megafono dell’esecutivo, marginalizzando ed intimidendo le opposizioni. Gli stessi obiettivi riguardano la sfera economica in cui si enfatizza l’autosufficienza nazionale e l’industrializzazione guidata dal nazionalismo economico, mentre il settore privato è sottoposto ad evidenti pressioni. Nei fatti il trentennio di Ordine Nuovo ha lasciato nel paese dei pesanti danni strutturali. Una corruzione pervasiva, l’influenza dell’esercito nelle questioni civili, la messa in discussione dell’indipendenza della magistratura.

Le scelte dell’attuale presidenza Prabowo vanno così nel senso di indebolire la democrazia indonesiana, in senso autoritario, sino a convertire in mito la figura di Suharto, quando per gli indonesiani il suo periodo di regno rappresenta un monito della storia da non dimenticare. Con 281,2 milioni di abitanti l’Indonesia rappresenta il quarto paese più popoloso del mondo dopo il terzo posto degli Stati Uniti, ed il primo paese musulmano per popolazione. Nelle classifiche del PNUD, estese a 193 paesi, figura al 113° posto con indice di 0,728, nel gruppo dei paesi ad Alto Sviluppo Umano (HHD). Indipendentemente dal suo corso interno, Il 6 gennaio 2025 l’Indonesia ha aderito al gruppo dei paesi emergenti BRICS, con Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Etiopia, Egitto, Emirati arabi Uniti, Iran più un vasto gruppo di paesi associati, definiti partner, dalla Bielorussia alla Thailandia che ha l’obiettivo principale di contrapporsi all’unipolarità del blocco dominante occidentale capitanato dagli Stati Uniti. Forniamo adesso qualche dettaglio di questo importante paese asiatico.
Ben poco i media occidentali sembrano interessarsi di questo paese, che pur figurava demograficamente nel 2025 con 286 milioni di abitanti al quarto posto nel mondo dopo India, Cina e Stati Uniti, per occupare in prospettiva la stessa posizione nel 2050, sempre dopo gli Stati Uniti terzi (381 milioni al netto del respingimento trumpiano dei futuri migranti ), con 320 milioni di abitanti. Per di più nella piramide demografica indonesiana il segmento più denso è occupato dalla fascia dei 15-29 anni. Ma il paese è anche di dubbia rilevanza geopolitica perché controlla lo stretto di Malacca da cui passa la gran parte dell’approvvigionamento navale della Cina verso i paesi del Golfo, oltre a costituire, con le sue numerose isole, per i Paesi Bassi, oltre che il luogo di origine delle importazioni olandesi di soja, anche un poco noto gigantesco deposito per le deiezioni porcine olandesi, che, se mantenute in loco, interromperebbero definitivamente, a causa dell’avvelenamento inevitabile del territorio- talmente modesto in estensione con 41.543 km2, un ottavo dell’Italia, da non consentire la presenza di laghi di fluitazione superficiale delle acque agricole – il felice allevamento intensivo di 50 milioni di porcini, con una proporzione di 3 maiali allevati per ogni per cittadino olandese (oggi la popolazione olandese è stimata intorno ai 18 milioni di ab.).
Divenute indipendenti le Indie Orientali Olandesi, nel 1949 con la partenza dell’ultimo governatore olandese, la prima presidenza indonesiana, quella di Sukarno, venne caratterizzata da un’economia dirigista e dal non allineamento in politica estera. Sukarno sponsorizzò la citata Conferenza di Bandung che si svolse fra il 18 e il 24 aprile 1955 con la partecipazione di 29 paesi dell’Asia e dell’Africa (Afghanistan, Birmania, Cambogia, Sri Lanka, Cina, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Iran, Iraq, Laos, Libano, Nepal, Pakistan, Siria, Thailandia, Turchia, Vietnam del Nord, Vietnam del Sud, Yemen, Ghana, Egitto, Etiopia, Liberia, Libia, Sudan). La conferenza rappresentava la volontà dei nuovi paesi indipendenti di avere una propria voce nella politica internazionale, senza appartenere a nessuno dei due blocchi contrapposti ormai riuniti intorno a USA e URSS. Un colpo di stato doveva portare in seguito al potere il 30 novembre 1965 una giunta militare capeggiata dal gen. Suharto, proclamato presidente nel 1967 e riconfermato sino al 1988, inaugurando i 32 anni indonesiani dell’Ordine Nuovo. Dopo la morte di Suharto, la presa di potere del suo ex-genero, l’ex-generale Prabowo Subianto, nell’ottobre del 2024, è stata caratterizzata dalla controversa messa in atto di programmi sociali ed economici a tonalità populista, che combinano le ambizioni sociali con la ripresa in mano dell’apparato produttivo e il potenziamento del ruolo dell’esercito considerato vettore di efficacia nella gestione pubblica. Elementi caratteristici della nuova politica sono il programma “Makan Bergizi Gratis” (pasti nutritivi gratuiti) destinato a favorire la refezione di 82 milioni di studenti come lotta alla malnutrizione, la creazione del fondo sovrano “Danantara Indonesia” destinato alla supervisione e alla ristrutturazione di circa 1000 società di Stato. In corrispondenza alla modernizzazione della difesa, divenuta una priorità, la riduzione dei trasferimenti finanziari verso le amministrazioni locali ha sollevato un forte malcontento traducendosi nella elevazione delle imposte locali. Che si aggiunge al malcontento popolare per la elevazione di Suharto a “eroe della nazione”, con la proclamazione del 10 novembre 2025. Secondo la Costituzione del 1945, il presidente della Repubblica indonesiana è anche capo del governo eletto a suffragio diretto per 5 anni. Sul piano legislativo esistono una Camera dei rappresentanti di 580 membri e un Consiglio dei rappresentanti regionali di 136 membri, di fatto ridotte a compiti consultivi.
Se si analizza invece l’Indonesia nei tempi lunghi della storia, il più popoloso paese musulmano del mondo, destinato ad occupare stabilmente la quarta posizione del mondo, possiede alcune caratteristiche positive che dobbiamo ricordare. Oltre alla posizione geopolitica preminente che abbiamo ricordata, la notevole posizione della educazione femminile che non è propria di ogni paese musulmano. La vastità e la giovinezza della popolazione del primo paese musulmano del pianeta, la buona scolarità, la disponibilità di risorse in agricoltura e foreste, le attività industriali e del terziario, una buona disponibilità di materie prime, un settore terziario con quasi 6 milioni di ingressi turistici all’anno rivolti soprattutto verso Bali e Giava, fanno della Repubblica indonesiana, nonostante le minacce ambientali rappresentate dall’erosione e dall’innalzamento del livello del mare, che minacciano le 17.000 isole dell’arcipelago, uno dei permanenti maggiori attori del quadrante sud-asiatico. Al di là del suo tragico passato degli Anni ’60, originato da una posizione geografica che la coinvolgeva nei drammatici aspetti della assurda guerra geopoliticamente insignificante che gli Stati Uniti erano riusciti ad inventarsi anche nel lontano ed insignificante Vietnam, abbandonato dalla Francia solo pochi anni prima, dopo che il loro impegno in Corea negli Anni ’50 aveva avuto una ben diversa importanza.
Carlo degli Abbati
Insegna Diritto dell’Unione Europea e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente Jean Monnet di Storia dell’integrazione europea e di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani presso il Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz