Quali sono le radici della nostra identità nell’era della globalizzazione? Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, autori di Per una civiltà della Terra (Aboca Edizioni, 2026), esplorano in questa intervista il legame profondo tra l’essere umano e il suo pianeta. In un dialogo che tocca i temi della fraternità, dell’educazione e del superamento dell’identitarismo, gli autori propongono una visione in cui la diversità culturale non è un limite, ma una risorsa preziosa per costruire una comunità di destino mondiale basata sulla cura e sul riconoscimento reciproco

Voi parlate di solidarietà, amore e intelligenza cosciente come “forze vive” necessarie per far progredire la società. In un mondo dominato dal calcolo…

Le forze vive di connessione sono una necessità evolutiva. Possono consentire all’umanità, nella sua embrionale forma vivente di “Grande-Essere” planetario, di superare una soglia più profonda di complessità (‘complexus’ è, appunto, ciò che è “intessuto insieme”), di affrontare le vulnerabilità generate dai progressi stessi compiuti grazie alla razionalità calcolante, di coalizzarsi nella cura del pianeta. Si tratta di riconoscere, ad esempio, ciò che tendiamo a dimenticare: il carattere strutturante, edificante, della fraternità, il modo in cui essa ci costituisce come società e come esseri umani. E lo possiamo fare con la forza viva dell’intelligenza cosciente, con l’intelligenza della complessità, a cui l’Intelligenza artificiale non può accedere.

L’educazione dell’uomo planetario: Nel capitolo dedicato alla scuola, proponete di uscire dalle “caverne delle civiltà”. Cosa dovrebbe insegnare oggi un’istituzione scolastica per formare cittadini che si sentano parte di una “comunità di destino” terrestre?

C’è bisogno di quadri e orizzonti mentali/culturali in cui inscrivere le discipline, integrarle in saperi che corrispondano ai grandi problemi della condizione umana attuale, e ineludibili per il futuro: i Grandi Racconti dell’Universo, della Terra, dell’Evoluzione della Vita e dell’Uomo, l’Europa una e molteplice, la Pace, la Tecnoscienza con coscienza, l’Antropocene, la Comunità di destino planetaria… Meta-saperi che si sviluppano “ibridando” i saperi disciplinari tra loro, consentendo che in ognuno si possa entrare e da ognuno si possa uscire solo per ritrovarsi in un altro. La scuola non può eludere il compito di promuovere quell’esperienza di cittadinanza che i cambiamenti culturali, geopolitici, economici, tecnologici oggi rendono quanto mai urgente. È una cittadinanza plurale: locale, nazionale, europea, globale. Bisogna aiutare ogni persona e ogni gruppo a integrare e a connettere la pluralità delle proprie molteplici appartenenze e aiutare a conoscere la pluralità delle culture del mondo, ineludibilmente destinate a incontrarsi nel mondo globale, e peraltro dalle radici intrecciate attraverso i tempi lunghi e medi della storia di una umanità una e molteplice. Il tutto, quindi, va accompagnato dalla sollecitazione costante di uno spirito interrogativo e di uno spirito problematizzante, che saranno sempre più indispensabili nell’era dell’IA.

Come possiamo coltivare identità locali (familiari, nazionali) senza che queste degenerino in forme di chiusura o razzismo?

Si tratta di comprendere che queste identità locali non sono “essenze” pure, immutabili e contrapposte le une alle altre. E bisogna distinguere ancora le identità individuali, il sé, dalle appartenenze collettive. L’umano è sempre uno e trino. Cioè, è, nel contempo, un individuo, una parte, un momento della specie umana, e una parte, un momento di una società (familiare o nazionale). D’altra parte, prendere a riferimento la scala molto più vasta del solco planetario, entro il quale si dispiegano le nostre relazioni e le relazioni umane con l’habitat terrestre, come facciamo nel nostro libro, non implica che le altre sfere di appartenenza si dissolvano o siano relativizzate nella loro importanza. Significa semplicemente cambiare le lenti di osservazione ovvero spostare lo sguardo su ciò che c’è tra noi, che ci lega ontologicamente, sulla rete di regole e di vincoli, naturali, sociali, politici, ecosistemici, in cui siamo aggrovigliati.

Mentre scrivevate, avevate in mente un lettore specifico — magari i decisori politici o i giovani studenti — o considerate questo libro un manifesto rivolto indistintamente a ogni abitante della “Terra-Patria”?

Sicuramente è un manifesto, ma il suo scopo è anche dare voce alla sensibilità ecologica e alle preoccupazioni per il futuro dei giovani, alle quali una politica cinica o miope o chiusa nel presentismo, rimane sorda. La crisi drammatica attuale della politica è lo specchio più evidente della crisi di civiltà che stiamo attraversando. E come è capitato in passato – pensiamo al Sessantotto -, le giovani generazioni, con il loro malessere e la loro inquietudine, sono un sismografo di queste crisi profonde. La politica ne può uscire se torna ad occuparsi, in modo coraggioso, di fronte all’inedita condizione umana, di ciò che vi è di più complesso e di più prezioso: la vita, il destino, la libertà degli individui, delle collettività e, ormai e soprattutto, dell’umanità. Ne può uscire se ispira la sua prassi all’idea regolativa e all’orizzonte di una “civiltà della Terra”.

Elisa Cutullè

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