Nel recente incontro di Pechino fra Donald Trump e il Presidente cinese Xi Jinping, la prima novità storica risiedeva nella circostanza che gli Stati Uniti si fosse recati a Pechino per la prima volta nella storia non per proporre arroganti imposizioni ma semplicemente con il cappello in mano. La seconda osservazione è che Xi Jinping si è riferito ad un autore greco, Tucidide, storico delle guerre del Peloponneso, precisamente citando “la trappola di Tucidide”, di recente ripresa da uno storico americano, Graham Allison. La guerra decisa da Sparta contro Atene nel 431 a.C. dovuta alla paura suscitata negli Spartani dalla ascesa di quest’ultima. Trappola poi scattata con una lunga guerra fra le due  città-stato, conclusa con l’indebolimento di entrambe ed in seguito dell’intera Grecia

Questa citazione di Xi Jinping costituisce innanzi tutto il segnale indirizzato agli Americani di quanto la Cina studi e metta a profitto la percezione americana del mondo. E qui forse non crediamo neppure estranea la attenta compitazione cinese del De Bello Gallico, magnifico esempio storico della descrizione antropologica del nemico da parte di un grande stratega romano, Giulio Cesare. Se ne hanno fatto la citazione per questo scopo, i cinesi sono coscienti che nella realtà “la trappola di Tucidide” fra USA e Cina non potrà mai scattare per una serie di molteplici fattori. Innanzi tutto perché la guerra si fa in due e i contendenti devono essere legati ad una comune passione per l’egemonia globale. Ora, solo gli Stati Uniti continuano a pensare che la loro egemonia debba essere sostenuta con il continuo utilizzo dello strumento militare. In secondo luogo è ormai chiaro (Ormuz docet)  che lo strumento  militare stesso (cannoniere, portaerei, flotte, bombardieri, missili, droni) ha perso molto della sua rilevanza come supporto del potere politico e della crescita economica. La Cina ne è cosciente da tempo, la passione militare, spesso anticamera violenta del nichilismo, non è mai stata presente in Cina, non fa parte del suo DNA di stato,  nazione, comunità. Pochi decenni prima che il viaggio  di Cristoforo Colombo inaugurasse, da parte spagnola e portoghese, lo sfruttamento delle colonie americane, all’epoca degli imperatori  Ming, nella prima metà del XV secolo,  l’ammiraglio cinese Theng He era arrivato con una enorme  giunca a 10 alberi sino alle coste africane, aveva risalito il Mar Rosso offrendo doni alle popolazioni per poi  ritornare indietro verso le coste cinesi da cui era partito. Già nel 2015, durante una sua visita ufficiale negli USA, Xi Jinping aveva  dichiarato:” Non esiste oggi nel mondo una cosa chiamata “La trappola di Tucidide” . Ma se i maggiori  paesi insistono per lungo tempo nel commettere  errori di valutazione strategica possono finire per crearsela da soli questa trappola”. Se Sparta e Atene, medie polis greche, si combattevano 2400 anni fa perché incapaci di superare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, la contesa si collocava comunque in un continente, l’Europa, sede storica nei secoli di conflitti infiniti. Ora, Cina e Stati Uniti rappresentano due contendenti separati da culture, storie ed orientamenti radicalmente diversi, se non opposti. Sono il prodotto di civiltà che valutano  in maniera profondamente diversa temi come la pace, la guerra, la violenza, l’espansione, la conquista territoriale ed economica, che hanno concezioni discordanti nel governo del mondo e delle relazioni internazionali. Basta qui citare quanto scriveva il padre della Cina moderna, Sun Yat-sen nel 1925:

“La civiltà dell’Europa e dell’America  è tutta materialistica. Niente di più grossolano, di più brutale, di più nefasto.  Noi, Cinesi, chiamiamo questo barbarie. La nostra inferiorità come potenza proviene dal fatto che noi abbiamo sempre disprezzato e trascurato questo genere di cose.  La Via cinese è quella  dell’umanità e della morale. I nostri libri antichi chiamano questo sistema la Via reale”.

Aggiunge Pino Arlacchi, da grande studioso della Cina moderna, nel suo apprezzabile ” La Cina spiegata all’Occidente”: Chi si allarma per la crescita della potenza cinese non considera che la Cina potrebbe non essere la semplice replica di una potenza occidentale e quindi non desiderare le stesse cose, competere per la stessa influenza nella stessa arena internazionale, cercare di sconfiggere gli Stati Uniti e dominare l’Asia nello stesso modo in cui gli USA hanno dominato l’Occidente.” L’autore cita gli studiosi Yan Xuetong e David Kang, secondo cui la tradizione cinese ha sviluppato modelli di relazioni internazionali profondamente diversi dal sistema westfaliano occidentale, fondati sul modello di Tianxia ( tutto sotto il cielo) e sul sistema tributario che per secoli ha regolato i rapporti nell’Asia Orientale. In questo modo privilegiando una politica estera di stabilità, di sviluppo economico, e le relazioni di armonia, “hexie guanxi”, rispetto all’espansionismo militare o al confronto diretto. Dall’altro lato, bisogna tenere conto della Weltanschauung americana, del suo messianismo politico, dell’idea di un suo naturale, manifesto, destino egemonico che rende inutile dagli USA interessarsi antropologicamente al resto del mondo, già fatalmente condannato ad un puro destino  di imitazione. Ecco qui l’America perfettamente descritta da Hubert Védrine come “ incapace di percepire la complessità culturale del mondo”. Con una eccezione: quella di Henri Kissinger, l’unico politico americano capace di studiare seriamente in epoca recente la cultura e la storia della Cina, ricordando come l’imperialismo non faccia  parte dello stile cinese. ”Clausewitz insegna a preparare e condurre una battaglia decisiva, Sun Tzu, la sua controparte cinese, si concentra sull’indebolimento psicologico del suo avversario….” scriveva.

Ma Kissinger, che si opponeva alla replica per la Cina del containment adottato contro l’Unione Sovietica, prima e oggi contro la Russia, è morto ormai da tempo. Senza lasciare intorno alla Casa Bianca nessun successore. Almeno intorno a quella oggi occupata da Donald Trump.

Carlo degli Abbati

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