Un allestimento titanico, meraviglioso e davvero originale. Impeccabile per scenografie e interpreti. Con un messaggio sempre attuale. Un’opera italiana con anche alcuni artisti italiani. E con un’unica (neanche a dirlo) “nota stonata”…

Puristi e tradizionalisti se ne facciano una ragione! Il Nabucco di Giuseppe Verdi andato in scena lo scorso 6 maggio al Grand Theatre (nel programma della Philharmonie) è senza dubbio un’audace rivisitazione in chiave moderna della celebre opera del ”Cigno di Busseto”. Non certo della storia, né dei suoi protagonisti, ma, appunto, proprio per come è stato messo in scena dalla regista Christiane Jathay. A partire dai costumi, attuali: i cantanti sono apparsi vestiti in  maniera contemporanea, come il pubblico possiamo dire. E in buona parte in mezzo al pubblico hanno cantato. Moderno e inconsueto anche l’allestimento scenico (firmato dalla stessa regista e da Thomas Walgrave): un grande schermo proiettava lo spettacolo attraverso dei primi piani ripresi da alcuni attori e cantanti, al tempo stesso anche cameramen. Per non parlare della scenografia principale, essenziale e glamour, dove spiccava un enorme drappeggio color bronzo (che a tratti diventava abito), simbolo di quel trono tanto ambito e del potere che ne rappresenta. E poi quel palco che a un certo punto è diventato un enorme specchio d’acqua, dove i protagonisti vi camminavano dentro e parte dei coristi vi sono scivolati, tuffati dentro. Un momento davvero catartico dello spettacolo, dove la finzione si è fatta metafora e dove il pathos e l’inquietudine  di quelle immagini (riflesse a loro volta su grande schermo) hanno guidato senza dubbio il pensiero del pubblico alle scene di migranti disperati che vediamo ogni giorno in TV…

Un Nabucco che ha catturato lo spettatore per la sua novità di allestimento e “mise en scène”, ma che di sicuro l’ha conquistato soprattutto per l’egregia performance di interpreti e coro. In particolare la splendida soprano Ewa Vesin nel ruolo di Abigaille, impeccabile nella voce come nella presenza scenica e nell’interpretazione. Non da meno il suo partner, il baritono Juan Jesus Rodriguez (Nabucco), che ha sostituito il previsto collega Daniel Luis de Vincente, impossibilitato a esibirsi per problemi di salute.  Una nota di merito va all’orchestra diretta da Gaetano Lo Coco, che contava anche musicisti italiani, così come italiani erano il tenore Matteo Roma (Ismaele) e il basso Vittorio de Campo (Zaccaria). 

Ben  7 minuti di applausi al termine dello spettacolo per un’opera il cui messaggio è sempre attuale: il potere conteso, la lotta fra popoli, l’amaro destino dei più deboli, l’amore che a volte non basta a cambiare un destino avverso. Uno spettacolo che la regista spiega così: “ho calato il Nabucco nei tempi moderni. Nulla contro Verdi, ma credo che un artista debba comunicare con il suo pubblico in una prospettiva di contemporaneità, facendo i conti con ciò che accade nel mondo oggi”. Possiamo dire che ci è davvero riuscita!

Una nota…stonata? Sì, giusto una: l’opera cantata in italiano meritava, oltre ai sottotitoli su schermo a lato del palco in francese e tedesco, anche quelli in italiano. Per due ragioni: non sempre il belcanto è comprensibile a tutti e tutte; e per una questione di omaggio e rispetto a una grande comunità italiana e italofila (di melomani peraltro) sempre più numerosa in Lussemburgo. 

Maria Grazia Galati (ha collaborato Anita Griotti)

Foto cover : Sur scène le choeur de l’Opera Ballet Vlaanderen, l’Orchestre Philharmonique du Luxembourg dirigé par le chef d’orchestre Gaetano Lo Coco, en coproduction avec le Grand Théâtre de Genève (Théâtres de la Ville de Luxembourg)

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