Il professor Carlo degli Abbati, collaboratore di PassaParola, riprende e approfondisce un articolo di Pino Arlacchi sul Fatto Quotidiano: il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ha trasformato le Nazioni Unite in uno strumento di impunità. La proposta del sociologo, che ha deciso di scendere in campo per la massima carica dell’Onu – abolire il veto e dare forza vincolante alle delibere dell’Assemblea Generale – è già scritta nella Carta del 1945 e, con il declino dell’egemonia americana, appare oggi più realistica che mai
Se si poteva ancora nutrire qualche dubbio sulla totale insignificanza della Nazioni Unite ad influenzare positivamente l’attuale caos internazionale, le reazioni dell’ONU a due dichiarazioni di Donald Trump, una del 17 aprile e l’altra di qualche settimana prima, sono valse a cancellare ogni dubbio. Il 17 aprile Trump ha semplicemente minacciato di distruggere la millenaria civiltà dell’Iran (evidentemente grazie al ricorso all’arma nucleare), riportandoli all’età della pietra. Si tratta della stessa promessa già fatta ai laotiani durante la guerra del Vietnam dall’allora capo di stato maggiore dell’aviazione statunitense, gen. Myers, mentre bombardava a tappeto il c.d. Sentiero di Ho chi Min, sganciando due tonnellate di bombe a testa sul milione di abitanti della allora esistente provincia di Xiang Khuang. Lo stesso Trump, qualche settimana prima, dichiarava di voler “ripulire il territorio”, evocando la soluzione finale per i palestinesi, cosa che in bocca nazista si erano già sentite nel corso delle Seconda Guerra Mondiale. Nelle due occasioni le Nazioni Unite sono rimaste inerti. Abbiamo avuto solo qualche dichiarazione di circostanza da parte del suo Segretario Generale che neanche a qualche mese dal suo pensionamento ha avuto il coraggio umano di prendere una qualunque decisione. Ora, concepita più di ottant’anni fa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, entrata in vigore il 24 ottobre 1945, l’ONU basava i suoi principi di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale sul funzionamento di cinque organi (Assemblea generale, Consiglio di sicurezza, Consiglio economico e sociale, Corte internazionale di giustizia, Segretariato generale). Questi organi erano stati concepiti recependo la situazione dei vincitori della II Guerra Mondiale. In seno al Consiglio di Sicurezza, unico organo capace di imporre delle decisioni vincolanti per gli stati membri, i cinque paesi vincitori (USA, Russia, Repubblica Popolare Cinese, Francia, Gran Bretagna) siedono come membri permanenti, con diritto di veto. Ogni delibera operativa può quindi essere bloccata da uno solo dei cinque stati membri. E’ quanto è avvenuto durante lo sterminio della popolazione palestinese di Gaza, quando il rappresentante statunitense si è ripetutamente opposto ad ogni iniziativa dell’ONU. Ancora, nell’aprile del 2024, una proposta al Consiglio di Sicurezza allargato per ammettere la Palestina come Stato membro a pieno titolo, pur ottenendo al Consiglio 12 voti favorevoli su 15, non è passata perché gli Stati Uniti hanno opposto di nuovo il veto. Nel maggio 2024 l’Assemblea Generale, che rappresenta i 193 paesi membri, ha votato, 143 contro 9, per riconoscere che la Palestina soddisfaceva tutti i requisiti per l’ammissione come membro ed ha chiesto al Consiglio di riconsiderare la questione, ma ancora una volta la procedura è stata bloccata dagli Stati Uniti in seno di Consiglio. Attualmente i paesi che hanno riconosciuto la Palestina, come Stato sono 157 su 193. Ma la Palestina rimane fuori dall’ONU per il volere esclusivo degli Stati Uniti. In questo modo il funzionamento delle Nazioni Unite si trasforma in uno strumento di impunità. Nel frattempo, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha ordinato ad Israele di adottare misure per prevenire il genocidio a Gaza. Israele ha ignorato tale ordine. Dal canto suo, La Corte Penale Internazionale, organo giurisdizionale indipendente dall’ONU, ha emesso un mandato di arresto contro il Primo Ministro Netanyahu, senza nessun seguito pratico. Si è persino invocato il rarissimo articolo 99 della Carta per portare la situazione all’attenzione del Consiglio, e gli USA hanno ancora una volta posto il veto.

A questo proposito Pino Arlacchi, il noto sociologo già direttore esecutivo dell’UNDPC (Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo delle Droghe e la Prevenzione del Crimine) osserva in un articolo sul Fatto Quotidiano (La riforma dell’ONU contro le guerre) come “pochi sanno che la Carta delle Nazioni Unite del 1945 già prevedeva un sistema radicalmente diverso da quello che abbiamo. Gli artt. 43, 45, 46, 47 disegnano un’architettura completa: ogni Stato membro avrebbe dovuto mettere a disposizione del Consiglio forze armate proporzionali, mediante accordi speciali: i piani operativi sarebbero stai elaborati da un Comitato Militare composto dai capi di Stato maggiore delle grandi potenze; l’ONU avrebbe avuto una propria stabile forza armata, non una raccolta di contingenti volontari improvvisati. Questi accordi non sono mai stati perfezionati. La Guerra Fredda li ha congelati immediatamente. E da allora l’ONU ha dovuto arrangiarsi con operazioni di peace keeping volontarie, con deleghe a coalizioni di Stati, con mandati e regole di ingaggio deboli. Il risultato complessivo di 71 missioni di pace non è stato poi così disastroso, come si sarebbe potuto aspettare, ma alcuni fallimenti sono rimasti storici”. L’autore qui cita il Rwanda nel 1994, Srebrenica nel 1995, e poi la Somalia, il Congo, il Sudan e oggi l’Ucraina, Gaza , l’Iran e osserva che la formula alternativa adottata nel passato – delega a uno Stato membro o a un gruppo di Stati membri- ha prodotto risultati altrettanto problematici. Questo vale per la Gran Bretagna in Sierra Leone, per la NATO in Afghanistan, per gli USA nel Kuwait, con interventi che hanno finito per rispondere a delle logiche nazionali spesso “sporche”. E’ oggi evidente come le Nazioni Unite abbiano ormai raggiunto uno stato di inutilità e debbano essere urgentemente riformate per renderle ancora adatte a perseguire gli obbiettivi per le quali furono create, cioè il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, lo sviluppo fra le nazioni di relazioni amichevoli, la realizzazione della cooperazione internazionale e costituire il centro di armonizzazione degli sforzi delle nazioni verso scopi comuni.
Forte della sua esperienza nelle organizzazioni internazionali, Pino Arlacchi, autore di recente di un eccellente lavoro sulla Cina (La Cina spiegata all’Occidente, Fazi Editore, 2025) propone due misure fondamentali: 1) l’abolizione del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto e la sua sostituzione con un esecutivo mondiale responsabile d fronte alla Assemblea Generale; 2) l’Assemblea Generale trasformata in vero parlamento mondiale, entità sovrana le cui delibere abbiano forza vincolante e non possano essere bloccate da nessun singolo Stato, come avviene oggi. Arlacchi giustamente considera il diritto di veto come la negazione del diritto internazionale e come tale da eliminare per ristabilire una situazione egualitaria.

Nell’ambito di questo sistema rifondato, continua Arlacchi, la Palestina sarebbe ammessa come stato membro a pieno titolo per volontà dell’Assemblea (157 voti già a favore). In questa veste essa potrebbe invocare la protezione dell’ONU di fronte ad un attacco armato, in base al diritto all’autodifesa sancito dall’art.51 della Carta. A questo punto l’Assemblea o L’Esecutivo che ne esegue le delibere, potrebbe decidere l’invio di una forza internazionale con un mandato ai sensi del Cap. VII della Carta: come strumento di peace enforcing, non semplice strumento di interposizione passiva, autorizzato a usare la forza per proteggere i civili e far rispettare il cessate il fuoco, mentre il Comitato Militare previsto all’art.47, di fatto mai attivato in 80 anni, modificato in modo da essere composto dai capi di Stato maggiore dei paesi dell’esecutivo mondiale, elaborerebbe il piano operativo assumendone la direzione strategica. Tale forza operativa dovrebbe essere costituita da 50.000 uomini, in ragione del territorio di Gaza, con i suoi 365 km2 e due milioni di abitanti, oltre la presenza di molteplici gruppi armati.
Certo ci si pone a questo punto la domanda se un tale scenario possa mai esser costruito. Secondo Arlacchi la risposta è che lo è ogni giorno di più. Indica come ragioni il declino dell’egemonia americana. Aggiunge: “L’isolamento americano in Assemblea generale sul caso palestinese è ormai estremo. Washington è rimasta con nove voti su 193 contro la risoluzione di ammissione (della Palestina). I suoi alleati europei più stretti- con l’eccezione del governo di estrema destra dell’Italia – si sono sfilati. In un‘ONU rifondata e senza veto, il costo politico per Washington di opporsi attivamente ad una forza di pace mandata dall’Assemblea su richiesta di uno Stato membro sotto attacco, con mandato dell’81% dei suoi membri, sarebbe semplicemente insostenibile. Israele da solo senza la certezza dell’ombrello militare, diplomatico, finanziario americano non ha la capacità di reggere un confronto prolungato con una forza multilaterale legittima di quelle dimensioni. La sua superiorità regionale è reale, ma dipende completamente dall’ombrello citato”. Infine Arlacchi fa un’ultima considerazione: “Vorrei essere molto chiaro, infine, su un punto che spesso viene frainteso in questi tempi di squallido minimalismo. La mia proposta chiede di applicare ciò che è già scritto, modificando solo pochi articoli della Carta delle Nazioni Unite, redatta nel 1945 da uomini e donne che avevano vissuto due guerre mondiali e capivano che il diritto internazionale senza strumenti esecutivi è una illusione. La fine della Guerra Fredda avrebbe potuto scongelare l’attuazione della Carta, ma il momento unipolare americano degli anni Novanta ha preferito un’ONU debole, funzionale alla proiezione di potenza di Washington piuttosto che a una vera governance globale. Quel momento unipolare è finito. Ed è precisamente in questo contesto, quando il vecchio ordine non funziona più che la rigenerazione dell’ONU diventa non solo desiderabile ma indispensabile.” Nell’ambito, aggiungiamo noi, di un ordine mondiale moralmente calpestato, vilipeso, reso insostenibile dalla pretesa egemonia di un solo paese e dal suo “rules based global order” che si è inventato a esclusivo uso e consumo proprio e dei suoi più stretti alleati. ..Fino alla rivolta generale del Sud globale contro il colonialismo e il suprematismo strutturale del blocco occidentale che intende, senza averne più i mezzi, proseguire nella sua posizione di dominio unilaterale del mondo, ricorrendo ormai alla sola arma delle intimidazioni, della decapitazione dei leader avversari, della guerra.
Carlo degli Abbati