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Mario Luzi e l’ermetismo fiorentino

Mario Luzi occupa nella letteratura italiana un posto particolare nella famiglia dei cosiddetti poeti ermetici e, insieme a Piero Bigongiari e ad Alessandro Parronchi, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica, si può dire costituisca il culmine dell’ermetismo fiorentino.
Nato a Castello (Firenze), secondogenito di Ciro (1882-1965), locale funzionario delle ferrovie, e di Margherita Papini (1882-1959), termina i suoi studi classici a Firenze presso il Liceo Ginnasio Galileo. In seguito, dopo un primo anno mal vissuto a Giurisprudenza si laurea in Letteratura francese con una tesi su François Mauriac, di cui è relatore Luigi Foscolo Benedetto. Nel 1942 sposa a Firenze Elena Monaci da cui avrà un figlio, Gianni. A Firenze Luzi stringe amicizie con giovani impegnati nella cultura ermetica, come Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso e la poetessa e scrittrice Cristina Campo, nonché l’importante e instancabile critico Oreste Macrì. Ebbe un’intensa amicizia in particolare con la Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini), che gli dedicò la raccolta Moriremo lontani; lei, cattolica tradizionale, viveva senza essere sposata con Elémire Zolla, ma Luzi era all’epoca sposato con Elena da cui si separerà solo in seguito.
Luzi collabora a Firenze alle riviste d’avanguardia come Il Frontespizio, Campo di Marte, Paragone e Letteratura.
La sua prima raccolta poetica “La barca” esce nel 1935. Dopo otto anni di insegnamento secondario a Parma, Roma e San Miniato, nel 1955 gli viene assegnata la cattedra di Letteratura francese all’Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”.
Pubblica nel frattempo, nel 1940. “Avvento notturno”, nel 1946 “Un brindisi” e “Quaderno gotico”, nel 1952 “Onore del vero”, “Primizie del deserto” e “Studio su Mallarmé”.
Segue nel ventennio seguente una altra ricca serie di pubblicazioni poetiche. “Nel magma” (1963), “Dal fondo delle campagne” (1965), “Fondamenti invisibili2 (1971), “Al fuoco della controversia” (1978), “Semiserie” (1979), “Reportage”, un poemetto seguito dal “Taccuino di viaggio in Cina” (1985) e, nello stesso anno, “Per il battesimo dei nostri frammenti”.
Nel 1978, per l’opera “Al fuoco della controversia”, gli venne assegnato il Premio Viareggio. Il 1983 vede la pubblicazione de “La cordigliera delle Ande” e altri versi tradotti. È inoltre autore di importanti saggi e curatore di numerose antologie (tra cui L’idea simbolista). Fu anche un critico cinematografico nei primi anni ’50: curò le recensioni di quasi 80 pellicole (tra le quali citiamo Roma ore 11 di Giuseppe De Santis e Signori, in carrozza! di Luigi Zampa) che nel 1997 furono raccolte in un libro. Luzi era noto anche come un conoscitore delle filosofie e religioni orientali e delle tecniche di meditazione.
Per molti anni, dal 1979 in poi, fu considerato un autorevole candidato italiano al Premio Nobel per la Letteratura dopo Salvatore Quasimodo laureato nel 1959, ma nel 1997 gli fu preferito un altro italiano, Dario Fo, suscitando il disappunto di Luzi che definì questa decisione “un’intenzione anti-letteraria contro di lui”.
Il 14 ottobre 2004, in occasione del suo novantesimo compleanno fu nominato senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Considerato un moderato antifascista e pacifista, dagli anni ’90 si avvicinò alla sinistra e si segnalò durante il breve periodo senatoriale per due interventi pubblici diretti contro la coalizione di centrodestra e l’allora premier Silvio Berlusconi.
Muore a Firenze pochi mesi dopo, il 28 febbraio 2005. Ai funerali solenni, il 2 marzo, partecipò lo stesso Presidente della Repubblica. Alla memoria di Luzi è stata posta una lapide nella basilica di Santa Croce di Firenze, tra le spoglie dei grandi della storia italiana tra i quali Michelangelo Buonarroti, Vittorio Alfieri, Galileo Galilei e il cenotafio di Dante Alighieri. È sepolto nel cimitero di Castello (Firenze). La sua memoria è custodita dal poeta fiorentino Walter Rossi, amico e confidente di Luzi negli ultimi anni della sua vita.
Nell’ermetismo di Luzi in un primo tempo domina il tema della celebrazione drammatica dell’autobiografia dove viene messo in risalto il drammatico conflitto tra un “Io” portato per le cose sublimi e le scene terrestri che gli vengono proposte.
In questo primo periodo l’ideologia del poeta è improntata al cristianesimo rinforzato dal recente pensiero cristiano francese, rappresentato da Charles Péguy e da Paul Claudel, mentre, sul piano letterario, prosegue la linea “orfica” appartenente alla lirica moderna che ha come archetipo Mallarmé e che risale fino a Coleridge e al suo visionario romanticismo, senza peraltro dimenticare, anzi recuperandola, la tradizione italiana più vicina, cioè quella di Arturo Onofri e di Dino Campana (Canti Orfici), e non è neppure estraneo alla lezione surrealista.
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La tensione massima dei versi risulterà nella raccolta “Un brindisi”(1946), ma già nelle liriche datate 1940-’44 (Quaderno gotico) si sente una più matura esperienza di letture europee, come quelle derivate da Rilke e da George, quest’ultimo, tradotto da Leone Traverso, caro amico di Luzi.
Ma l’ermetismo di Luzi è basato su una continua ricerca espressiva che si segnala almeno dal trittico “Primizie del deserto”, “Onore del Vero” (1952), “Dal fondo delle campagne” (1965), un rinnovamento anche formale e di impostazione strutturale: ad un discorso poetico in chiave monologica si sostituisce il modulo dialogico con un’intrusione sempre maggiore di strategie stilistiche tese alla mimesi del parlato.
La inquietudine del poeta si legge nella descrizione del paesaggio e nella ricerca assillante di un collegamento tra essere e divenire, mutamento e identità, nella speranza incerta che possa essere lenita la penosa insensatezza del vivere. Solo nell’ultima fase di ispirazione lo stile diventa più prosastico ed i contenuti si aprono maggiormente ai ricordi dell’adolescenza, alla descrizione di ambienti quotidiani accanto a quella di paesaggi esotici.
Ma non si deve dimenticare che alla produzione lirica di Luzi si affianca anche la drammaturgia. Mario Luzi è anche autore di testi teatrali. Dal primo che è “Pietra Oscura” (1946) all’ultimo “Il fiore del dolore” (2003) corrono quasi sessant’anni di teatro. Tra questi estremi ci sono i drammi “Il libro di Ipazia”, “Rosales”, “Hystrio”, “Il Purgatorio la notte lava la mente”, tutti compresi nell’edizione Garzanti. A questi testi seguono “Ceneri e ardori” e “Felicità turbate” del 1995 e 1997, del 1999 sono “Opus Florentinum” e “La passione. Via Crucis al Colosseo” (1999). Una ricchezza espressiva che ha valso al poeta l’altissimo riconoscimento della lapide apposta in Santa Croce, nel “Tempio delle Itale Glorie”. (Loris Jacin)

“Il dibattito sulla poesia è stato impostato negli anni scorsi non criticamente ma polemicamente. Il suo andamento tumultuario e confuso risente di questa impostazione. Il listino delle generazioni è la sanzione metodologica del modo di distinguere che la polemica aveva già in una certa misura posto in atto: opponendo con una semplicistica e schematica anticipazione dei processi storici gli autori, poniamo di quaranta anni a quelli di trenta e via di seguito. Come è chiaro, non si trattava dello spirito di profezia o di palingenesi che è proprio degli sturm rivoluzionari, ma di un melanconico spirito di corpo, come si dice, di autori giovani e irrequieti.

Eppure s’agitava sotto quella rozza impostazione qualcosa di importante. E di là dalla frontiera dell’ermetismo che essi avevano con scarso senso critico e con sommario artificio polemico tracciato e sbarrato, c’erano non pochi scrittori che avrebbero potuto riconoscere quell’importanza poiché avevano in petto aspirazioni non del tutto disformi e anche più violente per essere state maturate in un’esperienza più lunga. Di che si trattava? Perché mi si consente di parlare di me, la franchezza è l’unico appiglio veramente utile in una materia così poco sedimentata. E dirà che nella poesia novecentesca già costituitasi in tradizione quando cominciai a scrivere, mi metteva a disagio una sorta di a priori e di parzialità nei riguardi di quello che Heidegger chiamerebbe l’”essente”, una sorta di equilibrio che avvertivo tra il soggetto e l’oggetto, una centralità non sempre creativa ma spesso critica e pregiudiziale dell’io riguardo ai termini dell’esperienza. E ne soffrivo e mi lanciai in quel genere di poesia forse un po’ avventuroso, di cui qualcuno disse, mi pare a proposito, che inseguiva continuamente il suo oggetto e rimandava le sue certezze. Era un modo romantico di reagire che poteva soddisfare in qualche misura la tensione giovanile e forse salvaguardare il principio che m’era caro, che il mondo non di possiede né si riduce alle nostre particolarità e tanto meno ai nostri tics e non sopporta una preliminare deformazione, ma si ripropone di continuo come un confronto totale per la nostra coscienza e la nostra esperienza. (Mario Luzi)

AVORIO

Parla il cipresso equinoziale, oscuro

 e montuoso esulta il capriolo,

 dentro le fonti rosse le criniere

dai baci adagio lavan le cavalle.

 Giù da foreste vaporose immensi

alle eccelse città battono i fiumi

lungamente, si muovono in un sogno

affettuose vele verso Olimpia.

Correranno le intense vie d’Oriente

ventilate fanciulle e dai mercati

 salmastri guarderanno ilari il mondo.

Ma dove attingerò io la mia vita

ora che il tremebondo amore è morto?

Violavano le rose l’orizzonte,

esitanti città stavano in cielo

asperse di giardini tormentosi,

la sua voce nell’aria era una roccia

 deserta e incolmabile di fiori.

(Da Avvento Notturno)

MONOLOGO

Vita che non osai chiedere e fu,

mite, incredula d’essere sgorgata

dal sasso impenetrabile del tempo,

sorpresa, poi sicura della terra,

tu vita ininterrotta nelle fibre

vibranti, tese al vento della notte…

Era, donde scendesse, un salto d’acque

silenziose, frenetiche, affluenti

da una febbrile trasparenza d’astri

ove di giorno ero travolto in giorno,

da me profondamente entro di me

e l’angoscia d’esistere tra rocce

perdevo e ritrovavo sempre intatta.

Tempo di consentire sei venuto,

giorno in cui mi maturo, ripetevo,

e mormora la crescita del grano,

ronza il miele futuro. Senza pausa

una ventilazione oscura errava

tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;

correva, ove tendesse, vento astrale,

deserto tra le prime fredde foglie,

portava una germinazione oscura

negli alberi, turbava pietre e stelle.

Con lo sgomento d’una porta

che s’apra sotto un peso ignoto, entrava

nel cuore una vertigine d’eventi,

moveva il delirio e la pietà.

Le immagini possibili di me,

passi uditi nel sogno ed inseguiti,

svanivano, con che tremenda forza

ti fu dato di cogliere, dicevo,

tra le vane la forma destinata!

Quest’ora ti edifica e ti schianta.

L’uno ancora implacato, l’altro urgeva –

con insulto di linfa chiusa i giorni

vorticosi nascevano da me,

rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,

senza riparo n’ero trascinato.

Fosti, quanto puoi chiedere, reale,

la contesa col nulla era finita,

spirava un tempo lucido e furente,

senza fine perivi e rinascevi,

ne sentivi la forza e la paura.

Una disperazione antica usciva

dagli alberi, passava sulle tempie.

Vita, ne misuravi la pienezza.

APRILE-AMORE

Il pensiero della morte mi accompagna

tra i due muri di questa via che sale

e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo

di primavera irrita i colori,

stranisce l’erba, il glicine, fa aspra

la selce sotto cappe ed impermeabili

punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo

che in un turbine chiaro porta fiori

misti a crudeli apparizioni, e ognuna

mentre ti chiedi che cos’è sparisce

rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti

se non che fatti irreali

Prefigurano l’esilio e la morte.

Tu che sei, io che sono divenuto

Che m’aggiro in cos  ventoso spazio,

uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile ch’io cerchi in questo

E in un altro luogo della terra dove

È molto se possiamo riconoscerci.

Ma è ancora un’età, la mia,

che s’aspetta dagli altri

quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,

l’amore annulla e dà principio. E quando

chi soffre e langue spera, se anche spera,

che un soccorso s’annunci da lontano,

è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

Questo ho imparato e dimenticato mille volte,

ora da te mi torna fato chiaro,

ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo

( Da Primizie del deserto)

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