Per la popolazione cipriota il primo drone iraniano  segnerà forse l’inizio di un ripensamento strategico. L’analisi del professor Carlo degli Abbati

Source: University of Texas, Perry Castaneda Library Map Collection – Courtesy of the Un. of Texas Libraries, The University of Texas at Austin

 Il fiancheggiamento britannico della guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran, iniziata nel pieno corso di negoziati dall’andamento oggi sappiamo positivo, quindi anche razionalmente ingiustificabile, che sta infiammando tutto il Medio Oriente, mette in subbuglio anche la situazione nell’isola di Cipro. Divisa  da una linea di demarcazione che spacca in due la capitale Nicosia dal 1974, dividendo la parte greco-cipriota a sud dalla parte turco-cipriota a nord, l’isola alberga nella sua parte meridionale come retaggio del suo passato coloniale  due basi a sovranità britannica, Dakhelia e Akrotiri.

Le basi di Akrotiri e Dhekelia non sono una presenza militare qualsiasi. Sono sotto sovranità britannica dal 1960, cioè dall’indipendenza di Cipro, in virtù del Trattato di istituzione della Repubblica. Non sono quindi semplici strutture concesse in uso, ma dei veri territori sovrani britannici estesi a 250 ettari mantenuti da Londra “come eredità del passaggio post-coloniale”, come scrive Giuseppe Gagliano su Notizie Geo-politiche.

Avendo il Regno Unito permesso agli USA dal 28 febbraio  l’uso di queste basi per le operazioni militari contro l’Iran (nelle basi erano presenti arei e infrastrutture usate dagli USA e loro alleati) la base RAF di Akrotiri è stata fatta oggetto di un attacco con  un drone Shahed di fabbricazione iraniana probabilmente lanciato dal Libano.

Se non si è trattato di un attacco alla Repubblica di Cipro, ma ad una  base britannica sovrana in  Cipro, nel quadro di una risposta all’attacco israelo-americano sull’Iran,  ci si può domandare perché una vera e propria armada si è messa subito in moto dopo l’attacco intorno all’sola includendo anche la portaerei francese Charles de Gaulle arrivata dal Baltico – mare che come è noto confina direttamente con le acque francesi (!)- oltre che due fregate e quattro F-16 dalla Grecia, come se l’attacco iraniano riguardasse Cipro e quindi indirettamente l’Unione europa di cui la parte greco-cipriota dell’isola è membro.

La rabbia che si è riversata nelle strade della capitale dopo il raid non nasce comunque solo dai danni materiali provocati. Nasce soprattutto dalla sensazione che Cipro stia pagando un alto prezzo per la sua posizione geografica ed un’eredità storica coloniale mai assimilata. L’isola teme, come scrive ancora Galliani, di essere trascinata nel confronto tra Iran, Israele, Stati Uniti e loro alleati senza avere il controllo politico delle decisioni che la espongono. Non è un caso che, dopo il raid su Akrotiri, siano aumentate le critiche verso Londra per non aver dato sufficiente peso agli avvertimenti sul rischio di attacchi provenienti dal fronte libanese. Ora, per molti ciprioti le due basi inglesi non rappresentano solo un presidio occidentale, ma la sopravvivenza concreta di un ordine coloniale che continua a condizionare la sovranità dell’isola.

Dal punto di vista britannico, però, Akrotiri è troppo importante per essere messa in discussione e dopo l’attacco, Londra ha rafforzato la difesa dell’isola con elicotteri dotati di capacità anti-drone, un cacciatorpediniere e il coordinamento con Francia e Grecia per la protezione aerea. Questo conferma che per il Regno Unito le basi cipriote non sono un residuo simbolico, ma un elemento chiave  della propria architettura militare regionale. Come osserva ancora Giuseppe Gagliano, il problema, per Londra, è che la logica militare non coincide più con quella politica. Più Akrotiri diventa utile nelle operazioni legate alla crisi iraniana, più diventa impopolare a Cipro. Più la base assume valore strategico, più cresce il suo costo politico locale. È questa la contraddizione emersa con forza dopo il raid: ciò che per il Regno Unito è una risorsa militare, per una parte dei ciprioti è un magnete per missili e droni.

Per questo la protesta non va letta come una semplice fiammata emotiva. Essa segnala qualcosa di più profondo: la fine dell’idea che le basi britanniche possano restare fuori dal dibattito nazionale cipriota. E quando una base militare smette di essere percepita come garanzia di sicurezza il problema non è più solo militare. diventa un problema di legittimità, di accettazione politica.
In fondo, la questione cipriota rimette sul tavolo una verità che Londra preferirebbe evitare: nel Mediterraneo orientale la geografia conta, ma conta anche la memoria,  la memoria coloniale . Ma non basta. La Repubblica di Cipro ha concluso una serie stringente  di accordi con Israele, dall’acquisto del sistema di difesa Barak MX, l’addestramento congiunto, l’utilizzo dello spazio aereo e marittimo cipriota, i progetti energetici collegati ai giacimenti di Karish,  sino all’obiettivo di  una progressiva integrazione delle due difese nazionali.

Cosa che espone ulteriormente la Repubblica di Cipro ad appartenere stabilmente ad uno schieramento tutt’altro che condiviso non solo all’interno del Medio-Oriente, ma addirittura dall’intero Sud del mondo, a cui del resto  la parte turco-cipriota potrebbe direttamente contrapporsi se la guerra di aggressione israelo-americana individuasse dopo l’Iran la Turchia come prossimo nemico da abbattere. Nell’ambito di quella guerra senza fine in Medio Oriente  su cui poggiano gli obbiettivi del Grande Israele secondo il sogno messianico dei sostenitori del governo di Bibi Netanyahou. Da splendida tranquilla isola del Medioceano a disputato avamposto strategico. Esposto ai rischi di tutte le guerre che per via negoziale il governo greco-cipriota sperava di tenere lontane ancorandosi saldamente agli interessi israeliani. Oggi su Nicosia la direzione del vento è bruscamente cambiata.

Carlo degli Abbati

Insegna Diritto dell’Unione Europea  e Organizzazioni Internazionali al Dip. di Lingue e Culture Moderne dell’Università degli Studi di Genova. Già docente di Economia dello Sviluppo presso lo stesso Ateneo e di Storia dei Paesi musulmani al Dip. di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ha insegnato Storia dell’Integrazione europea alla Université de Lorraine-Metz

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