In scena da giovedì 27 a domenica 30 novembre al Grand Théâtre della città del Lussemburgo un appuntamento prezioso da non perdere il Swan Lake del coreografo inglese Matthew Bourne

Sicuramente in molti si ricorderanno l’ultima scena del film Billy Elliot dove Billy, ormai adulto, truccato come un cigno, si libera in un grand jeté entrando in scena come primo ballerino e coronando il suo sogno nato contro tutto e tutti. L’attore di questa scena è Adam Cooper, ex primo ballerino del Royal Ballet protagonista della prima assoluto, nel 1995, del Swan Lake di Matthew Bourne diventando l’immagine iconica del “cigno maschile”. L’opera rappresenta una delle più radicali e incisive reinvenzioni di un testo canonico nella storia del balletto. Lontano dal limitarsi a una rielaborazione estetica, Bourne opera una vera e propria decostruzione del modello tradizionale, trasformando il capolavoro di Čajkovskij e Ivanov in un dispositivo narrativo contemporaneo che interroga identità, desiderio, potere e solitudine e risultando sempre attuale e modernissimo.

Il risultato è un’opera che non si colloca semplicemente “accanto” alla tradizione, ma che la problematizza e, in un certo senso, la supera. La scelta più discussa – sostituire il corpo di ballo femminile con cigni maschi – non è un’operazione provocatoria fine a sé stessa ma smaschera l’automatismo con cui spesso si recepisce il balletto classico, dove convenzioni, ruoli di genere e simbologie vengono ripetuti senza interrogazione critica. I cigni di Bourne non incarnano la fragilità; al contrario, esprimono una mascolinità animalesca e ferina, un’energia fisica capace di restituire al simbolo del cigno la sua dimensione selvatica, persa nel corso della tradizione romantica. Questa inversione non è solo estetica: modifica l’asse emotivo e drammaturgico dell’opera. Il dualismo Odette/Odile viene riformulato attraverso la figura dell’uomo-cigno, la cui presenza acquista un peso psicologico e relazionale totalmente nuovo.

La comparsa dei cigni maschi diventa così la manifestazione di una possibile liberazione, un varco verso un’identità autentica che, però, la società rappresentata nell’opera non è disposta ad accogliere. In questo senso, il Swan Lake di Bourne è un balletto profondamente politico: parla di un potere che opprime e di un individuo che cerca un linguaggio per esprimere la propria verità. La forza dell’opera risiede anche nel linguaggio coreografico ibrido. Bourne non rinnega la tradizione classica, ma la intreccia con elementi di danza contemporanea, teatro fisico e pantomima. Questo sincretismo non è un semplice collage stilistico: ha valore narrativo. Ogni movimento, posa o sguardo è funzionale alla costruzione drammatica, e la coreografia diventa lo spazio in cui conflitto psicologico ed estetica si alimentano reciprocamente.

Il Swan Lake di Bourne ha assunto un ruolo centrale nella cultura coreutica contemporanea perché mette in discussione l’idea stessa di “classico”. Un classico non è tale per la sua immutabilità, ma per la sua capacità di produrre significati nuovi in epoche diverse. Bourne dimostra che la tradizione può essere reinventata senza essere tradita: ciò richiede però il coraggio di mettere in discussione convenzioni estetiche e narrative radicate. In un’epoca in cui le identità di genere, i rapporti sociali e il ruolo dell’autorità sono oggetto di costante rinegoziazione, l’opera di Bourne assume un valore simbolico che va oltre il palco. Il suo Swan Lake diventa un’allegoria della resistenza contro modelli normativi rigidi, un inno.

Roberta Bignardi – Foto cover: ©Johan Persson

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