Classe 1932, musicista sardo emigrato in gioventù in Svizzera e rientrato in Sardegna per recuperare, valorizzare e trasmettere la tradizione delle launeddas, ha dedicato tutta la sua vita a questo strumento musicale a fiato: antichissimo e capace di produrre un suono polifonico inconfondibile e ancestrale. A colloquio con il più grande musicista vivente di launeddas, che non smette mai di studiare

Maestro, qual è la caratteristica sonora che rende assolutamente inconfondibile il suono delle launeddas?

A mio parere non esiste uno strumento con un suono così originale. Per questa ragione me ne sono innamorato e ogni volta che le sento mi commuovo. Inoltre, sembra uno strumento con poca potenzialità di suono, ma in realtà ci puoi realizzare un’infinità di cose. Ad esempio, ultimamente, le sto suonando in tonalità mino-re, cosa che finora non si era mai sentita.

Nella foto: Luigi Lai

Ne ha preservato il loro straordinario valore come strumento tradizionale e le ha valorizzate come strumento di ricerca e contaminazione moderna, miscelandone le sonorità con l’elettronica e creando nuovi potenziali universi sonori. Cosa le sta maggiormente a cuore nel suo infinito percorso di studi?

Ho molto rispetto per le tradizioni, ma penso che non si possa fare sempre le stesse cose. Per questa ragione ogni qualvolta mi capita di ascoltare o pensare a qualche nuova melodia cerco subito di metterla in musica e suonarla con le launeddas.

Tra i suoi maestri ricordiamo Antonio Lara ed Efisio Melis. Quali sono le caratteristiche di questi artisti che ricorda con maggiore intensità emotiva?

Da piccolo sono andato a imparare lo strumento da questi due grandi musicisti che tutt’oggi considero sempre i miei maestri. Lara suonava in modo più tradizionale mentre Melis suonava lo “staccato”, più adatto al ballo. Io ho cercato di apprendere da loro l’arte, ma tenendo sempre uno stile riconoscibile. Un esperto di launeddas sarà sempre in grado di identificare ognuno di noi tre.

Tra poco saranno 60 anni dal suo primo disco pubblicato dall’etichetta discografica svizzera Elite special, tutt’ora esistente. Cosa si ricorda di quei primi momenti della sua carriera?

Quando sono arrivato nel Paese elvetico era il momento in cui i Beatles la facevano da padroni ed era difficile farsi notare con la musica tradizionale. Con launeddas o fisarmonica era difficile trovare un luogo dove suonare, quindi decisi di andare in Italia e acquistare un sassofono. Fu così che cominciai a suonare molte volte con un settetto, in particolare nei fine settimana. Rimasi in Svizzera finché non compresi che sarei dovuto tornare in Sardegna per evitare che uno strumento così importante della nostra tradizione, le launeddas, potesse scomparire visto che non c’era quasi più nessuno che le suonava.

A lei dobbiamo il primo corso ufficiale di launeddas al Conservatorio di Cagliari. È questa una delle più grandi soddisfazioni professionali della sua vita?

Certamente, anche se recentemente è stata anche un po’ una delusione perché vedevo che c’era tendenza a premiare musicisti che non erano i più meritevoli. Così, ad un certo punto, ho deciso di lasciare il mio incarico. Bisogna sempre considerare che per suonare bene bisogna studiare una vita intera. Le launeddas, tra l’altro, non rimangono mai intonate, e ci vuole pazienza e competenza per raggiungere livelli soddisfacenti.

Paolo Travelli

(L’intera intervista è stata pubblicata sul numero di novembre di PassaParola Mag, in edicola e in abbonamento)

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