La fotografia trasforma lo sguardo che si ha sulla vita. Questo è quello che ho sempre pensato riguardo all’ottava arte, ma ne sono più convinta dopo aver visto alcune mostre che hanno costellato il panorama milanese nella “PHOTO WEEK“, appena conclusasi.
Dalla mostra “In piena luce” a Palazzo Reale, dove nove grandi fotografi – Bill Armstrong, Peter Bialobrzeski, Antonio Biasucci, Alain Fleischer, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Rinko Kavauchi, Martin Parr e Massimo Siragusa – volgono il loro sguardo sui Musei Vaticani, bozzoli che racchiudono la “Grande Bellezza”, rivedendoli a modo loro. C’è chi si sofferma sulle sculture, rendendole ritratti; chi si incanta su particolari affreschi; chi osserva i turisti, incantati da tanta meraviglia; chi, i turisti, li mette in posa, facendoli diventare arte nell’arte; chi trasforma la Cappella Sistina in figure divine in movimento, circondate da un’aurea colorata; chi vede i luoghi e le persone, trasformandoli in figure evanescenti e chi, infine, vede i Musei Vaticani nella loro sublimità esteriore, incorniciati dalla luce mattutina o del tramonto.
sculture
Da qui si passa poi, sempre a Palazzo Reale, alla mostra su “Praga, nel ’45 e nella Primavera del ’68”. Qui, attraverso l’occhio attento di Josef Sudek, fotografo ceco di fama mondiale, si scoprono le rovine di una città bombardata prima erroneamente dagli Alleati e poi distrutta dalla Rivolta di Praga. Le ferite della guerra, negli occhi delle persone e nella devastazione delle chiese e dei monumenti, vengono immortalate dall’occhio di questo grande fotografo. Parimenti, altri fotografi sono stati testimoni degli avvenimenti più recenti e hanno documentato la Storia di cinquant’anni fa nella “Primavera di Praga”. dalla morte di Jan Palach alle manifestazioni degli studenti per abbattere il regime, emerge uno sguardo sulla città pieno di tristezza e di sconfitta.
Da ultimo, spostandomi alla sede per eccellenza della settimana fotografica, ossia alla Galleria Sozzani, ho riscontrato l’esplosione dello sguardo sul mondo. Qui erano esposte le foto di World Press che, a mio parere, sono le migliori in assoluto. Qualunque siano le foto, suddivise nelle varie sezioni, emanano una forza particolare, un’intensità struggente, brillano di luce propria, trasmettendo a chi le guarda, emozioni indescrivibili.
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Al di là della foto vincitrice, spettacolare nella sua drammaticità – il corpo di José avvolto dalle fiamme – che sembra, senza essere irriverente, nella sua tragicità, un supereroe dei cartoni animati, ci sono altre foto semplici, ma di una bellezza incantevole, come le mani che schioccano le dita affiorando con le braccia dall’acqua: un semplice gesto per affermare la libertà della donna in un Paese dove alle donne era impedito di imparare a nuotare. Oppure, nella sezione natura, il ritratto di un’aquila che rovista nella spazzatura per cercare del cibo. nel capo bianco e austero dell’aquila si potrebbe rivedere il capo bianco di un vecchio che cerca anch’esso del cibo nella spazzatura.
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La magia della fotografia è proprio questo: con il suo occhio critico ci mostra la parte bella e meno bella della vita, trasformandola per farci provare delle emozioni. La capacità di scuoterci ancora.
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