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Letters from Luxembourg: i rifugiati? Artisti e protagonisti del palcoscenico

Ambizioso e ben riuscito il progetto artistico di Silvia Camarda e Serge Tonnar intitolato: Letters from Luxembourg. Al centro la storia e i racconti delle numerose persone accolte recentemente nel Granducato di Lussemburgo. Ancora in scena al Théâtre des Capucins il 6, 9 e 10 luglio (ore 20). Info: QUI

Le lettere scritte dai rifugiati in diverse lingue (inglese, francese, arabo) costituiscono il testo teatrale di una pièce non banale, che vede fondere insieme teatro, danza, musica. Sono lettere forti, ricche di sofferenza, del racconto di quel viaggio forzato che ha spinto molti di loro a lasciare la propria famiglia e il proprio Paese. Sono lettere che potrebbero essere state scritte a Lussemburgo come a Lampedusa o nel campo di Indomeni, essendo intrise di valori universali: pace, sentimenti, dolore per il distacco dalla terra natia, nostalgia.

La musica incalzante a tratti rock e a tratti hip hop di Serge Tonnar, Yannik Stein, Bebe Serra, la coreografia avanguardista firmata da Silvia Camarda e la scenografia, i decori e gli abiti rigorosamente in carta bianca creati da Anouk Schiltz e Ahmed Dablat hanno donato allo spettacolo vigore e speranza.

Quello che ha colpito di più è sicuramente la forte collaborazione tra gli artisti, sia essi professionisti e sia essi rifugiati, che hanno ben rappresentato le debolezze del sistema dell’accoglienza in Europa: le file interminabili che sono costretti a fare all’arrivo, la immane burocrazia da affrontare per il riconoscimento del loro status, la mancanza di interesse delle istituzioni (es: il Ministro che non si reca a incontrarli perché in vacanza manda un suo vice che è a sua volta in ferie) e, forse, la cosa più triste il fatto che spesso vengono identificati con il numero del loro dossier, non più considerate persone ma solo numeri.

Una pièce teatrale che fornisce la fotografia della nostra epoca, di una storia, di un momento, che racconta la storia di popoli che si muovono da terre martoriate dalla guerra e dalle ingiustizie che cercano in Europa pace, conforto e nuove opportunità. Migranti coscienti che quel viaggio sul barcone è un rischio grande da correre perché ha un prezzo: la libertà. Uomini e donne protagoniste del palcoscenico che attraverso l’arte si sentono di nuovo persone.

Amelia Conte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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