turchia

Ieri la Turchia ha celebrato in pompa magna il 563° anniversario della presa di Costantinopoli, l’odierna Istanbul.

Un milione di turchi sono stati trasportati con mezzi pubblici gratuiti in una spianata ricavata dal mare per assistere allo storico evento. Una celebrazione non proprio intonata al mondo interconnesso in cui viviamo. A pensarci bene sarebbe come se l’Europa cristiana celebrasse il 445° anniversario della vittoria di Lepanto che fermò per sempre l’espansione ottomana sul continente europeoNessun giornale europeo ha riportato la notizia, considerandola a torto un affare interno turco. Eppure centinaia di soldati travestiti da bellicosi e vociferanti giannizzeri a fare da sfondo a un presidente della repubblica aggrappato a un microfono grondante tonitruanti minacce a mezzo mondo non è proprio uno spettacolo da passare sotto silenzio.

Il fatto è che ancora qualche giorno fa lo stesso Presidente della repubblica che si accinge a modificare la Costituzione ha detto apertis verbis che il suo modello è nientemeno che Hitler. E questi appunto, prima di invadere la Polonia e mettere a fuoco l’Europa, amava organizzare spettacolari parate sullo sfondo di trucide scenografie nibelungiche allestite in stadi faraonici ad uso di folle acclamanti. Ma c’è dell’altro che dovrebbe impensierire gli europei o almeno i suoi rappresentanti, se solo avessero un minimo di nozioni storiche.

La Turchia non è un Paese qualsiasi. Pur non essendo un Paese europeo, da 30 anni chissà perché è candidata all’adesione all’Unione europea. Ricordare agli europei che 563 anni fa i turchi provenienti dalle steppe asiatiche misero a ferro e fuoco la seconda Roma, massacrando e riducendo in schiavitù la sua popolazione cristiana – la quale peraltro ancora oggi vive sotto stretta sorveglianza – non è proprio il massimo della diplomazia.

Ma il bon ton purtroppo non abbonda neanche sul versante europeo del Mediterraneo. Basti pensare alle pietose trasferte turche di Frau Merkel e Monsieur Juncker che, se da un lato aiutano a vendere Leopard e Mercedes, dall’altro  fanno venire voglia di uscire dall’UE a chi ci è appena entrato e rilanciano le azioni della BREXIT.

E forse anche stavolta, come nel 1939, toccherà agli inglesi salvare l’Europa dagli europei. Sembra, infatti, che solo la stampa inglese si ponga oggi delle domande su quello che sta avvenendo in Turchia e sugli inciuci turchi del duo Merkel-Juncker, che la stampa turca giustamente rappresenta come una strampalata coppia Gianni & Pinotto, buona solo a prendere torte in faccia. Perché su una cosa i turchi hanno ragione da vendere: l’Europa applica cinicamente due pesi e due misure.

Nel 1967 sia la NATO che la Comunità europea congelarono le relazioni con la Grecia dei colonnelli che non avevano commesso un centesimo dei crimini che si consumano ogni giorno in Turchia da un anno a questa parte: giornalisti uccisi o incarcerati, studenti e manifestanti torturati o fatti sparire, costituzione e leggi ridotti a carta straccia, popolazione civile turca bombardata dall’esercito turco, profughi usati come arma di ricatto. Perché? La sola e triste spiegazione – che la dice lunga sulla raison d’être dell’attuale classe politica europea – è che i colonnelli greci non comprarono mai costosi quanto inutili sommergibili dalla Germania né s’indebitarono fino al collo con le banche anglo-franco-tedesche. Mentre a sollevare obiezioni sulle relazioni con la Turchia non solo si mettono a repentaglio lucrosi contratti commerciali ma si diventa automaticamente islamofobici.

Una categoria assolutamente esecrabile per una classe politica che ha inventato l’Islam moderato per darsi un viatico nei suoi affari con le più tetre dittature.

Jean Ruggi d’Aksaray

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