sdf

In Francia li chiamano così : SDF, usando l’acronimo per dire sans dimore fixe, in italiano sono i senza fissa dimora, un modo elegante per definire i senzatetto.
Durante il periodo invernale, da novembre a marzo, il parcheggio antistante la bellissima e imponente Cattedrale di Metz (capoluogo della Lorena) si trasforma in luogo di ritrovo e di accoglienza per i clochard della città. La Croce di Malta francese in stretta collaborazione con quella lussemburghese,  uniscono i loro coraggiosi volontari per dare ristoro e accoglienza ai viandanti di strada durante le fredde domeniche invernali  in cui negozi e mense sociali sono purtroppo chiuse.

Ho subito accolto l’invito a partecipare una domenica di febbraio, consapevole  che il tempo atmosferico non proprio ottimale.  La curiosità e la voglia di fare quest’altra esperienza  hanno prevalso sulla pigrizia di alzarsi dal letto alle 5 di una domenica mattina,  sfidando il buio ed il freddo.

L’incontro e le presentazioni con i colleghi francesi avvengono tra occhi semichiusi e sbadigli ma il vigore e la forza si fanno subito evidenti quando si inizia ad installare l’enorme tendone che accoglierà  i nostri ospiti.

In meno di un’ora tutto è pronto:  l’ angolo colazione con thé, caffé, latte, succhi e ogni genere di prelibatezza zuccherata e l’angolo del salato con pane, affettati, uova, zuppe, formaggio..le sedie e le tavole apparecchiate e imbandite.

Eccoli puntuali arrivare alle 8 …Io li osservo curiosa, un pochino esitante e,  all’inizio, un po’ impacciata. Ma nel giro di poco riesco a « spogliarmi » della mia etichetta di “persona per bene” e mi calo nel loro mondo, accogliendoli con un sorriso gentile. Rimango in piedi quattro lunghe ore in cui mi adopero con affanno  e sveltezza affinché quei tavoli siano sempre puliti e ordinati. Riesco persino a ridere e scherzare con qualcuno di loro che ironizza sulla propria condizione e che è divertito dal mio francese con l’accento italiano.

Qualcun altro giocherella con la mia sciarpa in segno di scherno e simpatia. Trovo poi  una ragazza, profuga della guerra di Bosnia, che è passata dall’Italia prima di approdare in Francia e con la quale mi soffermo a parlare – in italiano – per una buona mezzora. Racconti di guerra, di miseria, di dolore ma anche di tanta speranza per un futuro migliore. Ed in quel momento mi accorgo che le sue mani sono screpolate e viola dal freddo e mi viene spostaneo stringerle tra le mie e lasciarle in segno di affetto un paio di orecchini che si casualmente  si trovavano  nelle tasche del  mio piumino.

Cinzia R.

 

 

 

 

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