Diceva di aver paura di diventare celebre, perché temeva di perdere il senso delle proporzioni. Keith Jarrett ha, forse, perso la dimensione del rapporto tra l’ascolto possibile e la musica, costringendo il suo pubblico ad una innaturale tensione. Ma ad onor del vero le sue esibizioni sono ancora un’esperienza raccomandabile.
Una immersione liquida dove il maestro di una cerimonia aristocratica lascia che il suo pubblico galleggi, in attesa  che si compi l’epifania del “musicista senza spartito davanti”. Nella idea più profonda che ognuno di noi ha della musica – linguaggio fatto di invenzione a briglie sciolte, slancio ancora per molti pericolosamente legato all’idea tutta romantica della genialità – si fa fatica a non farsi tentare da questo miracolo ingenuo ed eccessivo della creazione estemporanea.
E poi Keith Jarrett è anche qualità sonora: una perizia tecnica e una qualità musicale che non possono lasciare indifferente neppure l’ascoltatore più sprovveduto.

 

jarret

Ed  allora, l’11 luglio scorso, presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma,  al gran completo,  la grande fatica è anche nostra, verrebbe da dire al maestro.

Pubblico nervoso per colpi di tosse non propri,  rumori connaturati ed ineliminabili per il fatto che eravamo tantissimi, ma anche pubblico continuamente spinto a sentirsi testimone privilegiato di una registrazione di qualche nuovo prodigioso concerto e continuamente  rimbrottato perché non si faccessero foto e riprese. Persino quando lui non c’era più in sala, persino nell’intervallo. Persino mentre davvero nessuno ne sta facendo alcuna e lui lascia intendere, con sarcasmo non molto limpido, che aveva visto una luce gialla in fondo alla sala e che c’era chi barava…

Mentre si ascolta Jarrett dal vivo si cerca il jazz, si cerca Bach, capita di intercettare Händel ma senza esserne mai abbastanza convinti; si incontra la musica popolare raggrumata in momenti di tensione e di risoluzione ben congeniate, punte di intesità emotive  e spiazzanti.

Nel suo concerto romano è spuntata, dopo un lungo intervallo e prima dei numerosi bis, anche una riuscitissima canzone con un tema di una semplicità disarmante tra il blues e il funky.  Ma la scarsa coerenza formale è, per chi scrive, un valore ben più interessante del culto ascetico dell’improvvisazione, esercizio anche questo che rischia di diventare una la ricerca di un livello di coscienza più alto in cui si perde altro rincorrendo un contenitore al posto del contenuto.

Resta, alla fine di una esibizione di Keith Jarrett, la sensazione di aver preso parte ad un rito forse troppo ostentato, oltre che ad un concerto, dove  non è estraneo alla drammaticità d’insieme anche quel continuo alternarsi di silenzi rigorosi e tesi e fragorose ovazioni, a conclusione di ogni brano sempre immutate. Fatte salve le ultime 5 standing ovation a ogni bis.

L’emozionalità dell’ esibizione risulta, alla fine, essere sempre assai diretta ed estremamente coinvolgente: una carta sicura che Jarrett non usa mai maldestramente, senza lasciare tregua a chi, come la scrivente, si vuole interrogare senza preclusione sulla sostanza al di là della forma fin troppo valida.

Valentina Pettinelli

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