Ci sono oggetti che nascono per rimanere ancorati a una libreria e altri che chiedono, fin dal titolo, di mettersi in cammino. «Das Buch, das nicht allein sein will» (Il libro che non vuole stare da solo, ndr) appartiene a questa seconda categoria. Nato da un’idea dell’autrice molisana Ida Ilenia Macera, oggi residente in Germania, il progetto è un esperimento di fiducia e connessione umana che sta facendo il giro del mondo: un libro senza proprietario lanciato sui treni europei, pronto a passare di mano in mano per poi viaggiare fino in Australia. Chi lo trova è chiamato a stringere un vero e proprio “patto d’onore”: diventarne il primo custode per quindici giorni, leggere le confessioni lasciate dagli altri, cerchiare le parole in cui ci si riconosce per dire “ti vedo”, scrivere a mano la propria verità anonima e poi rimetterlo in viaggio

Nel testo introduttivo con cui apri il libro ti definisci “Der erste Hüter” (il primo custode) e chiedi a chi lo trova di stringere un vero e proprio “patto”: scrivere la propria verità, cerchiare le parole altrui per dire “ti vedo”, e poi rilasciare il volume entro 15 giorni. In un’epoca dominata da algoritmi veloci e sovraesposizione personale online, quanto è stato difficile affidare un oggetto fisico e intimo come un libro alla cura e al senso di responsabilità di perfetti sconosciuti sui treni? Ci sono stati momenti in cui questo “patto” è stato infranto o ti ha sorpresa?
Quando ho iniziato a pensare a questo progetto, una delle cose che mi interessava di più era capire se fosse ancora possibile. Il libro nasce proprio da questa domanda. Chi lo trova diventa Der erste Hüter, il primo custode. Non è semplicemente il lettore che prende un libro, lo legge e poi lo restituisce. Gli viene affidato qualcosa che, in quel momento, non appartiene più soltanto a me. Dentro il libro ci sono già le parole di altre persone e, forse, ci sarà anche qualcosa di suo.
Gli chiedo di fermarsi, di leggere, di scrivere la propria verità, di cercare tra quelle pagine le parole di qualcun altro a cui poter dire “ti vedo” e poi di lasciare che il libro continui il suo viaggio entro quindici giorni. La cosa che per me rende tutto questo particolarmente importante è che non c’è nessuno che controlla il custode. Non posso sapere chi sia, non posso sapere cosa farà del libro e non posso obbligarlo a rispettare quello che gli ho chiesto. Mi affido semplicemente alla sua responsabilità. Ed è qui che nasce quello che chiamo “patto d’onore”.È un patto molto semplice: io ti affido qualcosa, tu ne hai cura e poi lo affidi a qualcun altro.
In fondo, è un gesto che oggi mi sembra quasi rivoluzionario. Siamo abituati a vivere una parte enorme delle nostre relazioni attraverso uno schermo. Condividiamo continuamente noi stessi, ma spesso senza creare un vero contatto con l’altra persona. Io ho voluto creare invece un incontro reale, fisico, nel quale una persona sconosciuta potesse ricevere qualcosa di intimo e decidere liberamente di averne cura. E c’è anche l’anonimato, che per me è fondamentale.
Quando non devi necessariamente dire chi sei, puoi sentirti più libero di raccontare quello che provi veramente. Puoi lasciare una frase che forse non avresti mai avuto il coraggio di pubblicare con il tuo nome. Puoi parlare di una paura, di una perdita, della solitudine, di qualcuno che ti manca. Oppure puoi semplicemente scrivere una frase che vorresti che uno sconosciuto leggesse in un momento particolare della sua vita. Per questo il custode, nella mia idea, non sta custodendo soltanto un libro. Per quindici giorni custodisce qualcosa di molto più delicato: le parole di persone che non conosce. E quando poi decide di rimettere il libro in viaggio, sta facendo una cosa che trovo profondamente umana: sta scegliendo di non trattenere ciò che gli è stato affidato, ma di permettere che continui ad arrivare ad altre persone.
Mi sono chiesta anch’io, naturalmente, se questo patto sarebbe stato sempre rispettato. E credo che una parte della bellezza del progetto stia proprio nel fatto che io non posso avere questa certezza. Perché la fiducia, per essere davvero fiducia, deve contenere anche la possibilità di essere tradita. Finora, però, ciò che mi ha sorpresa è proprio il desiderio delle persone di partecipare, di lasciare qualcosa e di continuare il viaggio del libro. E questo mi ha fatto capire che forse abbiamo ancora bisogno di gesti molto semplici: affidare qualcosa a uno sconosciuto e sapere che, dall’altra parte, potrebbe esserci qualcuno disposto ad averne cura.

Sei un’autrice italiana che vive in Germania e ha scelto di avviare il progetto con il titolo e l’incipit in tedesco (“Das Buch, das nicht allein sein will”), portandolo poi fino in Australia. Nella tua esperienza personale e nell’osservazione dei contributi lasciati dalle persone lungo i percorsi ferroviari europei e internazionali, la solitudine parla una lingua universale o hai notato sfumature emotive ed espressive diverse a seconda della lingua e della cultura di chi si ferma a scrivere?
Ho scelto di creare questo progetto in tedesco per un motivo molto preciso: volevo creare una connessione. Sono italiana, sono originaria del Molise e vivo in Germania. Avrei potuto scegliere l’italiano, la lingua nella quale sono cresciuta e nella quale mi viene più naturale esprimermi. Invece ho scelto il tedesco perché per me rappresentava una possibilità: quella di dimostrare che una lingua diversa dalla nostra non deve necessariamente separarci. Io credo che, in fondo, esista una sola lingua che tutti possiamo comprendere, ed è la lingua dell’amore. E quando parlo di amore non mi riferisco soltanto all’amore tra due persone. Penso a un vocabolario molto più grande, fatto di parole come empatia, ascolto, condivisione, vicinanza, rispetto, cura e connessione.
Queste parole non hanno bisogno di essere tradotte. Una persona può non comprendere perfettamente la lingua che sto parlando, ma può comprendere se mi avvicino a lei con rispetto. Può comprendere un gesto di gentilezza. Può comprendere una parola lasciata con sincerità. Può riconoscere la solitudine di un’altra persona anche se quella solitudine è stata raccontata in una lingua diversa dalla propria.Ed è proprio questo che volevo rendere concreto attraverso il libro.
Volevo rendere visibile qualcosa che normalmente rimane invisibile: il fatto che le lingue possono essere diverse, ma ciò che proviamo può unirci. Per questo il tedesco, nel mio progetto, non rappresenta una distanza. Al contrario, rappresenta un ponte. È la lingua del Paese nel quale oggi vivo, ma è anche una lingua che ho dovuto imparare, una lingua che all’inizio non mi apparteneva completamente. E proprio per questo mi sembrava importante utilizzarla per costruire un progetto che parlasse di connessione.
Il libro è nato in Germania, ma non volevo che rimanesse legato alla Germania. Volevo che potesse attraversare confini, Paesi e lingue, fino ad arrivare anche molto lontano, come è accaduto con il viaggio verso l’Australia. E durante questo percorso ho iniziato a capire una cosa. Le persone non scrivono necessariamente nello stesso modo quando appartengono a culture diverse. Ci sono differenze nel modo di esprimersi, nella sensibilità, nelle immagini che scelgono, nel modo in cui raccontano ciò che vivono.
Ma sotto queste differenze ho trovato qualcosa di sorprendentemente simile. Il bisogno di essere ascoltati. Il bisogno di lasciare una traccia. Il bisogno di sentirsi vicini a qualcuno. Il desiderio che, dall’altra parte, qualcuno possa leggere quelle parole e pensare: “Capisco.” Ed è forse questa la cosa che mi ha emozionata maggiormente. Io sono partita dalla mia esperienza di italiana che vive in Germania, quindi da una condizione che potrebbe sembrare legata alla distanza, alla differenza linguistica e culturale. Ma il progetto mi ha portata nella direzione opposta.
Mi ha mostrato che possiamo partire da una lingua diversa e arrivare allo stesso sentimento. Per questo non volevo semplicemente scrivere un libro in tedesco. Volevo che il tedesco diventasse una delle dimostrazioni concrete del messaggio del progetto: non esiste una lingua che debba necessariamente dividerci, quando impariamo ad ascoltare ciò che c’è dietro le parole. E forse il viaggio internazionale del libro è proprio la parte più bella di questa idea. Perché ogni volta che passa da una persona all’altra, cambia il luogo, cambia la lingua, cambia la cultura, ma rimane qualcosa che non ha bisogno di traduzione. La possibilità di dire a un’altra persona: “Ti vedo. Ti ascolto. Quello che provi ha un valore”. E per me questa è la vera lingua universale del progetto.
Il libro è strutturato con domande molto precise sulla fragilità, come “Quale peso appoggi per un momento mentre scrivi queste righe?” o “Cosa auguri a chi lo troverà dopo di te?”. Leggendo le tracce e le “cicatrici” lasciate dai lettori tramite i codici QR o le restituzioni del viaggio, in che modo questo flusso continuo di confessioni anonime ha cambiato il tuo modo personale di vivere la scrittura, la distanza dalla tua terra d’origine e il tuo ruolo di autrice?
Quando ho immaginato il progetto, non volevo che il libro fosse semplicemente un oggetto che passa da una persona all’altra. Volevo che, attraverso il suo viaggio, potesse creare una forma di relazione tra persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Per questo la figura del custode è così importante. Chi trova il libro non riceve soltanto delle pagine da leggere. Riceve qualcosa che qualcun altro ha già affidato a lui. Dentro quelle pagine può trovare pensieri, emozioni, ricordi e parole lasciate da persone che non conosce. E, per un breve periodo, diventa responsabile di quella storia. C’è poi un altro aspetto al quale tengo molto: vorrei che il progetto permettesse alle persone di riscoprire il valore della scrittura a mano. Oggi siamo abituati a scrivere velocemente attraverso uno smartphone, a mandare un messaggio, una nota vocale, una mail. Volevo invece riportare le persone davanti a un foglio bianco, a una penna e al tempo necessario per scegliere le parole. Scrivere a mano è diverso.
La grafia porta con sé qualcosa di noi. È imperfetta, personale, cambia quando siamo emozionati, quando scriviamo velocemente o quando ci fermiamo a pensare. Una lettera scritta a mano non è soltanto il contenuto di quello che diciamo: conserva anche il gesto con cui lo abbiamo scritto. Per questo nel libro volevo recuperare anche il valore delle lettere, quelle che forse oggi scriviamo sempre meno. Una lettera non arriva immediatamente. Richiede tempo. E proprio per questo, secondo me, comunica qualcosa di diverso: ho dedicato del tempo a te. All’interno del libro, quindi, la persona può fermarsi, prendere una penna e lasciare qualcosa che rimarrà fisicamente sulle pagine per chi arriverà dopo. E contemporaneamente c’è il QR code. Il QR code permette di seguire il viaggio del libro, vedere i luoghi che ha attraversato e lasciare anche un messaggio attraverso la parte digitale del progetto. Mi piace molto questa contrapposizione: da una parte la tecnologia, che ci permette di collegare persone lontanissime e di seguire il viaggio del libro; dall’altra una penna, un foglio e una parola scritta a mano. Non volevo scegliere tra queste due dimensioni.
Volevo farle incontrare. Il digitale permette al progetto di andare lontano; la scrittura a mano permette alle persone di fermarsi. E forse è proprio questo che cerco: utilizzare la tecnologia per riportarci, paradossalmente, verso qualcosa di profondamente umano. Il custode può quindi leggere ciò che è stato scritto prima di lui, lasciare una lettera o un pensiero, magari scrivere qualcosa per una persona che non conoscerà mai e poi rimettere il libro in viaggio. Dopo quindici giorni deve lasciarlo andare. Mi piace molto questo gesto perché prendersi cura di qualcosa non significa necessariamente possederla. A volte significa riceverla, averne cura per un certo periodo e poi lasciarla andare, sapendo che continuerà il suo percorso attraverso qualcun altro.
E così il libro diventa progressivamente una raccolta di presenze. Non soltanto di nomi o di luoghi, ma di grafie, pensieri, emozioni e piccoli frammenti di vita. Io ho scritto l’inizio, ma non posso sapere cosa diventerà il libro dopo che lascia le mie mani. Ed è proprio questa la parte che mi emoziona di più. Perché da quel momento in poi la storia non appartiene più soltanto a me.
Appartiene a tutte le persone che decidono di fermarsi, prendere una penna, scrivere qualcosa e poi avere la fiducia di affidarlo a uno sconosciuto. Il libro viaggia fisicamente sui treni, mentre il QR code permette a quel viaggio di continuare anche attraverso una rete digitale di persone e messaggi. Ma al centro rimane un gesto molto semplice: una persona, una penna, un foglio e qualcosa che finalmente trova il coraggio di essere scritto.
Elisa Cutullè