Il giornalista del Corriere del Mezzogiorno Tonio Attino, autore del libro Generazione Ilva (Besa Editrice) sarà ospite di PassaParola Magazine, della Libreria Italiana e del Circolo PD Lussemburgo alla Festa democratica Europea dell’Unità 2013, che si svolgerà- come di consueto -al Parco Gaalgelbierg di Esch-sur-Alzette nei prossimi 28 e 29 settembre.
Pubblichiamo l’intervista uscita su PassaParola Magazine (Anno X, numero 6 luglio-agosto 2013) a cura di Paola Cairo.
Hai vinto il premio letterario Casentino per l’originalità narrativa in cui hai raccontato un pezzo della storia d’Italia. Come è nata l’idea del libro?
Ho cominciato a lavorarci alcuni anni fa per raccontare le vicende di un pezzo del Sud italiano stravolto dall’industrializzazione. E’ la storia della mia generazione, dei bambini nati nel 1960, con l’Italsider, è la storia di chi esaltò la modernità e infine di chi oggi non vede l’ora di togliersi di torno la fabbrica. Devo dire grazie a un amico e collega, Lanfranco Vaccari, se l’ho raccontata così. Lesse alcune pagine e mi domandò: “Bello, ma dove sono tutte quelle cose che hai raccontato a me?“. Così cominciai a riscrivere mettendoci qualcosa di me e dei miei amici, una storia in cui la vita delle persone si mescola alle date e ai numeri. Credo che Lanfranco avesse ragione.
Che vicenda è, secondo te, quella di Taranto?
Una vicenda unica. Continuo ad avere dubbi su tutti i dati riportati nel libro. Spesso mi domando se l’Ilva di Taranto possa essere più grande di Sesto San Giovanni, vecchio cuore industriale della Lombardia. Vado a ricontrollare e tiro il fiato, non ho sbagliato. Ilva: 15 chilometri quadrati. Sesto San Giovanni: 12. Sesto è più piccola della fabbrica con cui Taranto convive da 53 anni.
Il tuo libro è un lungo racconto che parte dalla tua nascita, «la generazione fortunata e maledetta», e traccia gli anni gloriosi e dolorosi della fabbrica che più di tutti ha fatto crescere economicamente Taranto e l’economia pugliese e più di tutti ha ucciso i suoi abitanti a causa dell’inquinamento. E che finisce con uno sguardo sulle giovani generazioni. Quanto è importante risolvere la vicenda Ilva, oggi, per le generazioni future? Cosa c’è nel futuro di Taranto?
Rispondo con una domanda: è immaginabile che una fabbrica progettata 60 anni fa possa essere il nostro futuro? A Bagnoli l’Italsider-Ilva non c’è più da vent’anni. A Pittsburgh l’era dell’acciaio è finita da tempo, la Ruhr ha bonificato e riconvertito. A Taranto niente può cambiare, niente si programma. L’Italia se n’è sbarazzata nel 1995 ora scopre che l’Ilva vale otto miliardi di pil. Quindi se chiude è un disastro. Senza l’inchiesta della magistratura qualcuno se ne sarebbe accorto? Siamo fatti così. Sappiamo di avere in mano un candelotto di dinamite con la miccia accesa e guardiamo altrove. Speriamo che non esploda”.
Una rivoluzione industriale che doveva aiutare la crescita di una zona sfavorita e una salvezza che non è arrivata dalla siderurgia. Lo Stato italiano che ha foraggiato largamente l’industria pubblica in passato fino a che, nel 1995 l’Ilva è ceduta nelle mani dei Riva. I numeri di oggi e le sentenze della magistratura parlano di «una tragica parabola di una terra» e come dici tu stesso «illusa dall’acciaio e tradita dallo Stato». Le responsabilità ricadono su molti. Si può scegliere tra occupazione e salute?
Non si può scegliere. A Genova nel 2005 l’area a caldo dell’Ilva è stata cancellata perché l’inquinamento uccideva e quella quota trasferita a Taranto dove stiamo discutendo di coesistenza tra acciaio e città. Quello che non si poteva fare a Genova, si può fare a qui. Non so se sia possibile rendere l’Ilva ecocompatibile. Lo spero. Ma continuiamo a rigirarci tra le mani il solito candelotto di dinamite. Nessuna economia sana può fare a meno delle industrie. Ma nessuna economia sana può reggersi esclusivamente su una sola grande industria come a Taranto avviene da mezzo secolo.
