Presentato al Filmfestival Max Ophüls Preis di Saarbrücken, “Madonnas”(2025) un grido visivo che arriva da Taranto. Il film si muove su un confine sottile tra finzione e documentario, portando sullo schermo una realtà nuda e viscerale. Un ritratto familiare dove il “mostro” d’acciaio fa da sfondo a dinamiche di potere e segreti. Pola Kapuste (polakapuste.de) esplora nei suoi lavori le dinamiche sociali con un approccio quasi antropologico. Con “Madonnas”, trasforma una residenza artistica in un’indagine profonda sulla realtà tarantina. Abbiamo incontrato la regista berlinese per parlare del legame tra la crisi industriale dell’ILVA e il silenzio soffocante all’interno delle famiglie. In particolare questa è la storia di una famiglia disfunzionale in cui il rispetto delle tradizioni e la loro infrazione coesistono in un equilibrio precario
Il tema dell’ILVA è centrale. Perché era così importante inserirlo?
A Taranto l’acciaieria è ovunque; è più grande della città stessa. Tutti conoscono qualcuno che si è ammalato, ogni famiglia ha una storia legata al centro siderurgico. Volevo rendere questa tragedia tangibile attraverso una dimensione personale e familiare.
La comunicazione nel film sembra interrotta. La protagonista si sente tradita dagli adulti?
Sì. La tredicenne al centro del racconto si chiede perché nessuno le dica chiaramente come stanno le cose. Gli adulti dicono di volerla “proteggere”, ma lei percepisce solo un vuoto di futuro. Persino la zia, che appare come una figura di salvezza e libertà, si rivela egoista: la lascia sola durante un’uscita, esponendola alle molestie di un turista inglese. C’è una profonda incapacità di comunicare onestamente.
Il cast offre un’interpretazione esemplare. Come ha lavorato con gli attori, considerando che molti non sono professionisti?
Il merito va totalmente alla loro naturalezza. Ad eccezione dell’interprete della madre, che è un’attrice professionista, tutti gli altri sono persone comuni che portano nel film la propria autenticità. La coppia che interpreta i nonni è una coppia anche nella vita reale, mentre gli altri sono arrivati attraverso il casting. La sfida più grande è stata la lingua: io non parlo italiano. Ho dato loro solo un’idea di base in inglese di ciò che volevo ottenere in ogni scena, lasciando che il resto venisse da loro.
Questo metodo ha influenzato la struttura del film?
Assolutamente. Io ho costruito lo “scheletro” della storia, ma la “carne” l’hanno messa loro. È stato un processo intuitivo: indicavo la direzione e loro agivano come avrebbero fatto nella realtà. Ad esempio, la zia è davvero una grande fan di Madonna e i quadri che si vedono sono stati dipinti da lei. Anche l’idea di girare dal punto di vista della ragazza, usando un camcorder, è nata per necessità perché lei, essendo un’adolescente impegnata, aveva poco tempo per le riprese tradizionali. Questa “notte” produttiva si è trasformata in una scelta stilistica che rende tutto più intimo e sincero.
Elisa Cutullè
