Da Bassano del Grappa alla Confédération Européenne de Volleyball (CEV) Luxembourg dove, dal 2008, ricopre il ruolo di capo ufficio stampa e portavoce. Conversazione con Federico Ferraro, veneto e cittadino del mondo, che ci racconta il mondo della pallavolo europea

Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la sede di Gorizia dell’Università di Trieste ha da sempre ho nutrito una grande passione per lo sport, al punto che, il suo percorso di studi, è stato pensato per lavorare presso una organizzazione sportiva di carattere internazionale. Dopo l’Universiade invernale di Tarvisio del 2003, un’altra esperienza all’Universiade invernale di Torino nel gennaio del 2007 e i primi lavori in Italia si presentò l’opportunità di lavorare per la CEV a Lussemburgo. Da allora sono passati quasi 17 anni.

Federico Ferraro (Fonte: CEV / www.cev.eu)

Qual è il tuo ruolo e quale la mission della CEV?
Sin dall’inizio mi sono occupato dell’ufficio stampa, delle relazioni con i media e con club e Federazioni nazionali sparse per tutta Europa. In tal senso mi ha aiutato la conoscenza delle lingue – ne parlo sei correntemente – e anche della pallavolo, che avevo seguito con passione in Italia sin da bambino al tempo dei primi successi della nostra nazionale maschile nel 1989 e 1990. L’ambito delle mie attività si è espanso nel corso del tempo, assumendo anche il ruolo di portavoce e di host / presentatore di eventi istituzionali, in particolare di tutti i sorteggi che si svolgono in diretta TV e streaming prima dell’avvio delle nostre competizioni.
La CEV coordina ed organizza tutte le competizioni europee di pallavolo e beach volleyball, siano esse per club o squadre nazionali, favorisce la crescita dello sport a tutti i livelli con programmi di sviluppo per le scuole, e in tal modo contribuisce anche a diffondere i valori positivi tipicamente associati al mondo dello sport quale spirito di squadra, fairplay, rispetto reciproco, perseguimento dell’eccellenza.

Che differenza c’è tra la pallavolo lussemburghese e quella italiana?
Sin dagli Anni ’80 la pallavolo italiana occupa un ruolo di prim’ordine nel panorama internazionale, grazie ai successi dei nostri club e delle squadre nazionali e agli investimenti notevoli da parte di sponsor ed a una copertura mediatica di ampio respiro. Il recente successo della nazionale femminile all’Olimpiade di Parigi rappresenta il coronamento di un percorso di sviluppo iniziato nel lontano 1978, quando per la prima volta l’Italia ospitò il mondiale maschile. L’Italia è un Paese chiave per la pallavolo mondiale non solo per i risultati raggiunti, ma anche per le sue capacità organizzative – basti solo pensare che nel nostro paese si sono svolti ben tre mondiali di fila, quello maschile del 2010, quello femminile del 2014 e il torneo maschile del 2018 co-organizzato con la Bulgaria.
In Lussemburgo, la pallavolo – cosi come molti altri sport – non è vista come un’attività professionistica. Date le dimensioni del Paese, il bacino di praticanti è molto più limitato, ma la Federazione lussemburghese (FLVB) svolge comunque un buon lavoro nella promozione dello sport, soprattutto con il programma Lëtz Volley destinato alle scuole.

Quali sono le prospettive per questo sport nei prossimi decenni?
La pallavolo è uno dei pochi sport che ad oggi coinvolge un numero di atleti e atlete pressoché uguale se guardiamo al loro genere ed in Italia il numero delle praticanti eccede quello dei colleghi maschi. Credo che la pallavolo possa crescere non soltanto dal punto di vista tecnico e della sua capacità di offrire una forma di intrattenimento piacevole e sicura per tutte le età, ma anche contribuire a veicolare valori e messaggi positivi di cui sentiamo molto il bisogno nella nostra società sempre più frammentata e polarizzata da divisioni di ogni tipo.

Secondo te, come mai in Lussemburgo, a parte i fratelli Schleck vincitori del Tour de France, non si distingue in sport olimpici?
Il Lussemburgo rimane un Paese piccolo nelle dimensioni e nella popolazione, per cui il bacino da cui attingere per sviluppare atleti di alto livello rimane limitato e cio’ vale soprattutto per gli sport di squadra. Per contro, maggiori possibilità vi sono sul fronte degli sport individuali, dove un talento “unico” nel suo genere può nascere ovunque, anche se deve essere poi accompagnato da allenatori e dirigenti competenti ed esperti.
Il caso dei fratelli Schleck è emblematico, ma questo Paese ha prodotto anche altri atleti di rilievo, come alcuni tennisti, senza dimenticare Josy Barthel, che nel 1952 a Helsinki vinse quello che rimane ad oggi l’unico alloro olimpico per il Granducato.

Ci puoi raccontare un aneddoto simpatico dei tuoi anni lavorativi alla CEV?
Ve ne sono numerosi, legati soprattutto ai miei viaggi e alle competizioni che ho seguito in loco. Tuttavia, mi viene in mente un episodio divertente che accadde nel 2016 durante il nostro annuale gala che si tenne in quell’occasione a Roma. Poichè arrivavo dal Lussemburgo ed interagivo con i miei colleghi in svariate lingue, e in genere mi si riconosce di non avere alcun accento, una persona del Comitato organizzatore locale un giorno mi approcciò con discrezione per complimentarsi, ammirando la ricchezza del mio vocabolario in italiano e la correttezza della lingua dal punto di vista grammaticale, senza rendersi conto che io sono italiano di nascita al 100%… D’acchito, rimasi sorpreso e non riuscivo bene a capire di che cosa stesse parlando!

Arena di Verona il 15 agosto 2023 (Fonte: CEV / www.cev.eu)

Cosa ti piace del Granducato di Lussemburgo?
Avendo una formazione di carattere internazionale, di certo mi ha catturato da subito la possibilità di comunicare in più lingue differenti e di essere a contatto quotidiano con persone – a cominciare dai miei colleghi – dalle provenienze più disparate. In più, il Lussemburgo offre un elevato standard di vita, soprattutto per chi come me vive fuori dalla città, in un piccolo villaggio, dove tutto è ancora davvero a misura d’uomo. Mi sono sentito accolto senza riserve e questo Paese mi ha senza dubbio dato delle opportunità di crescita personale e professionale che non avrei nemmeno potuto immaginare al mio arrivo nel 2008.

Intervista raccolta da Paola Cairo

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